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Catechesi Adolescenti

Il Padre nostro

David / 03 Dec, 2015
Gesù si trova su una montagna ad insegnare ai discepoli che lo hanno seguito.
Nel Vangelo di Matteo la prima parola dell’evangelita sull’insegnamento di Gesù del «Pater noster» è «quando». Quando un cristiano dovrebbe pregare?
Nella prima Lettera ai Tessalonicesi, al capitolo quinto leggiamo «16State sempre lieti, 17pregate incessantemente, 18in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» [1Ts 5, 16-18] Anche santa Teresa d’Avila diceva che «Dio sta anche in mezzo alle pentole e alle padelle, e che ti sta a fianco anche nei tuoi compiti spirituali e materiali». Perciò tutta la vita di un cristiano deve essere una continua preghiera a Dio. Normalmente non è però possibile condurre una vita totalmente dedicata alla preghiera. Nella giornata solitamente si lavora, si studia, ci sono commissioni da fare... e se un cristiano dovesse sempre pregare allora non dovrebbe più fare tutto il resto.
Quando ho detto che bisogna pregare sempre ai miei ragazzi a catechismo, la prima risposta di uno di loro è stata «Allora non dobbiamo più andare a scuola!». Comodo, sì... fin quando non si sono accorti che la “regola” è altrettanto valida anche per i piaceri, e addirittura per i bisogni! Se si deve pregare ventiquattro ore su ventiquattro, non si deve neanche giocare, dormire, mangiare, guardare la televisione, eccetera.
Com’è possibile dunque condurre una vita totalmente in preghiera?

Solo se tutte le azioni sono conformi alla preghiera, quella dell’uomo è una vita tutta di preghiera. Ritornando alla Prima Lettera ai Tessalonicesi, proprio al versetto seguente leggiamo: «19Non spegnete lo Spirito [...] 21esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. 22Astenetevi da ogni specie di male». Se ogni volta che lavoro, studio, mi diverto lo faccio in aderenza a ciò che dico nella preghiera allora la mia sarà una vita di preghiera.
Allora se nella preghiera dico «sia santificato il Tuo Nome», quando uscirò con gli amici non bestemmierò. Se nella preghiera dico «dacci oggi il nostro pane quotidiano», prima di ogni pasto riconoscerò che è stata la bontà di Dio a darmi quel cibo. Se nella preghiera dico «Padre nostro», non posso poi credere che la mia vita religiosa possa essere completa senza quel “noi” che solo la partecipazione ad una comunità rende possibile.
E se dico «Padre», non posso non riconoscere di essere suo figlio.

Ma perché posso considerarmi figlio di Dio Padre? Nell’Antico Testamento vediamo che gli uomini si riferivano a Dio con numerosissimi nomi, tra i quali però non compare «Padre». Tra i nomi di Dio vediamo ad esempio l’Infinito, il Dio degli eserciti (dal termine ebraico «sabaoth», oggi erroneamente tradotto in «Dio dell’universo»), l’Onnipotente. Oggi invece nella preghiera, nella Preghiera con la “P” maiuscola, ci riferiamo a Dio come Padre. Possiamo osare tanta confidenza non grazie ad una qualche riforma o rivoluzione, o per qualche nostro merito, ma semplicemente grazie al compimento operato da Cristo con la sua incarnazione. Gesù infatti ci dice di essere venuto a «portare a compimento» e non ad «abolire» [Mt 5, 17].
Il «compimento» apportato da Cristo ci rende figli di Dio: con il battesimo infatti diventiamo figli di Dio in Cristo [Mt 12, 50], e fratelli tra di noi. Per questo, per il fatto che siamo nel Figlio di Dio, siamo resi anche noi figli adottivi del Padre, come dice san Paolo nella Lettera ai Romani: «15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!"» [Rm 8, 15].

Ma se non sono pronto ad aderire totalmente con la vita e le opere a ciò che dico nella preghiera, se non prendo seriamente l’impegno a rispettare i propositi espressi durante le orazioni, allora sono un figlio tiepido, un figlio che in realtà non si sente tale, che disconosce la paternità di Dio su di sé. Proprio sui tiepidi il libro dell’Apocalisse spende due versetti nel terzo capitolo: «15Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca».
È lo stesso concetto espresso molto bene nel film Karate Kid, quando il maestro Miyagi dice all’allievo Daniel: «Quando cammini su una strada, se cammini su destra va bene. Se cammini su sinistra, va bene. Se cammini nel mezzo, prima o poi rimarrai schiacciato come grappolo d’uva. Ecco, Karate è stessa cosa. Se tu impari Karate va bene. Se non impari Karate va bene. Se tu impari Karate-speriamo, ti schiacciano come uva»! >Quale grandissimo impegno è dire «sia fatta la Tua volontà»! Quante volte lo diciamo senza capirne la grandezza!
Sempre nella stessa scena del film Karate Kid, il maestro Miyagi conclude dicendo: «Dobbiamo fare patto solenne: io prometto di insegnarti Karate, e questa è la mia parte. Tu prometti di imparare: io dico, tu fai. Nessuna domanda. Questa è la tua parte». Nel film, alla fine Daniel in realtà di domande ne farà molte, ed è la stessa cosa che succede a noi uomini con Dio. Se da una parte c’è la Sua richiesta di un totale affidamento alla Sua volontà, dall’altra parte c’è un uomo profondamente cambiato dal peccato, che molte volte dubita o addirittura rifiuta un tale affidamento, dimenticandosi molte volte che quel Dio che chiede fiducia è lo stesso che promette di prendersi cura delle Sue creature.

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