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Antico Testamento

Esaù e Giacobbe, il furto della primogenitura - Parte 2: L'inganno

Francois Feuardant / 17 Mar, 2016
Proseguendo la trattazione iniziata nel precedente articolo , veniamo qui informati su un'altra importante notizia: la cecità dell'anziano patriarca.Di questa cecità non ci viene dato motivo o spiegazione alcuna, il che, vista l'importanza del personaggio che ne è affetto, risulta quanto mai bizzarro. A dare una plausibile spiegazione a questo avvenimento provvederanno i commentatori successivi che cercheranno in ogni modo di dare una motivazione ragionevole a quello che di solito è un handicap, una caratteristica degradante nella sensibilità ebraica se non addirittura la palesazione di un castigo divino. La cecità nel racconto veterotestamentario visibilizza una determinata deficienza morale del soggetto che ne è affetto. Il Signore infatti, in quanto creatore dell’occhio, è colui che può anche provocare la cecità1, anche se tale evento non avviene mai (salvo che non vengano specificate le cause) per scopi specifici. Dio avvertì la nazione d’Israele che se avesse rifiutato i suoi statuti e violato il suo patto egli avrebbe recato su di loro una febbre ardente, con la conseguente perdita della vista2. Inflisse una cecità temporanea ai malvagi uomini di Sodoma3. La cecità rendeva inabili per il servizio sacerdotale presso il santuario del Signore4 e il Signore non accettava il sacrificio di un animale cieco5. Perché quindi colpire il patriarca, l'uomo che Dio stesso ha designato come guida del suo popolo, con questo marchio indelebile?
Tale condizione doveva apparire sicuramente imbarazzante al pio ebreo che si trovava a leggere le scritture. Bisognava trovare una soluzione. Secondo un'opinione rabbinica Isacco divenne cieco per le lacrime che gli angeli avrebbero versato nei suoi occhi nel momento in cui si trovava legato sull'altare del sacrificio, ma non è su questa ipotesi che ci concentreremo. Isacco sicuramente soffriva molto di quello che doveva vedere, un figlio che a parere suo (come anche per quanto possiamo intendere a parere della moglie, Rebecca) non ha una condotta dignitosa e che rischia col suo comportamento di far saltare tutto ciò che Dio ha progettato per il popolo che si è scelto. Isacco soffriva della propria debolezza che gli impediva, a causa dell'amore paterno, di porre fine ad una situazione tanto incresciosa e empia cacciando nel deserto Esaù come già aveva fatto suo padre Abramo con Ismaele. Ciò che gli impedisce una così facile risoluzione di ogni problema è il diritto ancestrale della primogenitura di Esaù. Si tratta di realtà di fatto inequivocabile che non poteva essere in alcun modo superata o scavalcata. Possiamo affermare «che Isacco divenne cieco per non vedere l'idolatria delle nuore. […] Ah, questo era il minore di tutti i mali che gli rendevano intollerabile la vista che gli facevano desiderare la cecità perché soltanto nella cecità poteva avvenire quel che avvenire doveva.»6. Quindi in ottemperanza agli obblighi di un padre nei confronti di un figlio primogenito «Isacco era determinato a non benedire che Esaù. Iddio gli aveva nascosto la sua volontà e gli celò altresì quello che aveva scelto. Ma queste oscurità erano misteriose, la cecità involontaria di Isacco indicava la cecità volontaria della sua carnale posteriorità»7. Come a voler dire che la cecità dell'anziano patriarca è legata si alla sua veneranda età almeno quanto è palesazione di una cecità che affligge non gli occhi, ma la mente di Isacco, e non ultimo il suo cuore, e le cui cause non vanno ricercate nelle cornee ma nel sentire di un padre che non sembra in grado di assolvere pienamente al suo compito, correggendo gli errori di un figlio troppo esuberante e troppo amato.
Secondo un'altra ricostruzione dei commentatori Dio rese cieco Isacco affinché confondesse Giacobbe con Esaù e così impartisse al primo la benedizione principale, come a voler suggerire che la cecità sarebbe un espediente divino per riprendere le redini di una situazione che rischia altrimenti di degenerare: là dove il figlio primogenito sembra fallire è suo fratello minore su cui si rivolge l'attenzione del Signore. Il narratore passa frettolosamente attraverso quella che è la giovinezza dei due fratelli, ciò che più gli preme è arrivare a quello che è il primo vero evento che incornicia un momento di reale convivenza fra i due fratelli8.
Da subito quindi Esaù appare come un individuo istintivo, quasi un primitivo. In brevissimo tempo il racconto «colloca Esaù in cattiva luce»9. L'occasione di sottolineare le prerogative dei due non tarda a presentarsi. Al versetto 29 del capitolo 25 sembra giungere quell'opportunità che giacobbe sembra aspettasse pazientemente da tempo.
Fokkelman sottolinea come il dire di Esaù si collochi nel punto centrale della costruzione letteraria; Esaù «è circondato dall’astuto disegno del fratello»10. Qui i due fratelli si mostrano una volta e per tutte per quello che sono, siamo di fronte al punto di svolta.
Esaù cade nella trappola architettata dal fratello, diviene preda suo malgrado e lo diviene per il suo desiderio più basso, il desiderio di cibo, in più per giustificare questo desiderio sfrenato adduce come scusa quella che è stanco morto, uno squilibrio che ha il sapore dello sproposito.
Esaù si dimostra incapace di saper dominare se stesso e il suo orgoglio e finisce per perdere la sua dignità, arriva così a scambiare la propria primogenitura per piatto di lenticchie, arriva a dare tutto in cambio di niente.
Ciò che appare in tutto e per tutto ancora più grave è la sua completa deficienza nel comprendere il reale valore di ciò che possiede e di ciò che altri gli offrono, così senza badare a quelle che potrebbero essere le conseguenze, pensando all'immediatezza dei suoi bisogni più impellenti e incalzanti egli getta via il suo ruolo di primogenito e con esso tutto ciò che questo avrebbe comportato, non solo per lui, ma per tutto il popolo che un giorno sarebbe stato chiamato a guidare.
Esaù si mostra irresponsabile e questo gesto non può certo sfuggire ad un genitore attento.
Senza alcun senso della misura predilige soddisfare subito la sua voracità, «una cosa concreta, pensa l’uomo con orizzonti a breve termine e Giacobbe, l’uomo che invece pianifica a lungo termine, ha segnato il suo primo centro»11.
Non resta altro da fare se non biasimare Esaù che «ha agito da Ebete ingordo»12 che «dice in modo molto umano: A che mi serve?»13 non capendo il significato del proprio privilegio di nascita.
Tuttavia lo stesso Giacobbe, dal canto suo, non è certo degno di plauso. Giacobbe si è posto in ascolto del fratello, lo ha compreso fin nell'intimo, è riuscito ad intuirne la debolezze, si è messo in agguato, ha teso una trappola e ha atteso il momento più opportuno per colpirlo, per farlo cadere usando come pietra d'inciampo le debolezze stesse di Esaù. Non si è trattato di uno scontro equilibrato in cui uno dei due ha avuto la meglio sull'altro dopo un combattimento, un duello ad armi pari. «Giacobbe dirige tutto il suo potere persuasivo su Esaù. E quando ha successo, deve consolidare questo successo: blocca Esaù chiedendogli di giurare. Giacobbe è così sfacciato da invitare il fratello a nominare il nome di Dio invano. È penoso vedere come Esaù accolga la sua richiesta senza esitazione»14.
Giacobbe ha deciso di giocare la sua partita a discapito dell'altro e non prova vergogna alcuna ad usare il giuramento, ad invocare Dio come garante della compravendita, ad usare Dio come strumento di garanzia.
Ci si presentano quindi davanti non solo i difetti di Esaù, uomo «di pancia le cui azioni trovano radici prima della riflessione»15, ma anche l'astuzia e la furbizia del fratello minore. Le caratteristiche di Giacobbe non sono messe al servizio dell'altro ma divengono affilatissime armi che gli sono utili per raggiungere lo scopo che si è prefissato nonostante tutto e tutti.
Alla fine di questo primo atto viene da domandarsi chi fra i due lasci la scena come reale vincitore. Non certamente Esaù, incapace di avere la meglio su se stesso e di concepire in maniera matura e attenta la gravità delle proprie azioni ma allo stesso modo in un certo senso lo stesso Giacobbe è vittima delle medesime debolezze. Entrambi sono incapaci di vedere aldilà di loro stessi, entrambi sono avvinti da una fame che non riescono a debellare se non dopo che hanno ottenuto ciò che hanno ottenuto ciò che è l'oggetto del loro desiderio.

Arriva così il giorno in cui Abramo è intenzionato a benedire suo figlio, il primogenito. Il lettore subito intuisce che c'è qualcosa che non va, sa che Esaù ha ceduto la sua primogenitura a Giacobbe in cambio di un piatto di lenticchie. S'introduce a questo punto uno stretto legame tra i due racconti, l'uno appare ora come l'antefatto dell'altro16. L'acquisto della primogenitura sembra trovare il suo perché, il suo seguito e il suo epilogo in questa vicenda.
«Abramo doveva uscire dalla tenda, contemplare il cielo e contare le stelle; Isacco ha da raccogliersi nella sua tenda, ascoltare e scoprire un astro nella sua orbita»17, quello di Isacco dovrebbe essere il cammino di un padre in discernimento, capace di vedere il bene e il male dei propri figli e prendere una decisione di conseguenza. Già abbiamo fatto accenno alla staticità di Isacco ma, come vedremo, questa staticità non sta nell'inamovibilità dell'anziano Patriarca, ormai vecchio e cieco, ma nel suo essere completamente passivo ai fatti; colui che dovrebbe essere il protagonista, colui che dovrebbe reggere tra le mani le fila dell'intera vicenda si trasforma in mezzo inconsapevole suo malgrado. Diviene strumento di una macchinazione che tende a invertire se non addirittura a pervertire lo stato familiare per come fino a qui si era presentata.
Motore della vicenda è la dissimilitudine delle preferenze dei due genitori, Isacco e Rebecca, nei confronti dei due figli: «La predilezione di Rebecca per Giacobbe e quella di Isacco per Esaù»18 che «rivelano un abisso tra i due sposi»19. Ognuno dei due agisce secondo il proprio sentire in aperto contrasto con il partito dell'altro.
Il filo rosso che unisce tutta la vicenda è nuovamente la primogenitura a cui si lega indelebilmente, ed in maniera potremmo dire consequenziale, il diritto alla benedizione paterna. La benedizione esprime di fatto un grado di elezione, «la benedizione è donata da a tutta l'umanità fin dalla prima coppia e per mezzo di essa, ma di solito è riservata ad uno solo - e come in questo caso - è anche oggetto di contesa fra due figli»20. La benedizione comporta delle conseguenze, non si tratta solo di un fregio decorativo, non è un orpello onorifico ma il segno tangibile della benevolenza di Dio verso un dato uomo; essa agisce rendendo il benedetto padre di molti, garantendone la fecondità ed assicurando la sopravvivenza della sua genia. Questo collima necessariamente col potere che deriva dall'essere padre di una nazione, e con questo la ricchezza. La benedizione «concerne il sesso, il sangue, la terra»21. Oltre a ciò non si può dimenticare che essa, come è naturale che sia, modifica il rapporto fra il benedetto e coloro che lo circondano, è forse questo il vero significato della benedizione, ancora prima di essere indice e contrassegno di garanzia della benevolenza di Dio sul singolo è capacità del singolo di rappresentare la benevolenza di Dio in mezzo ai suo simili, in mezzo agli uomini, essa non mira ad esaltare l'individuo ma lo colloca in mezzo al resto del creato, la benedizione è un evento infraumano e vedremo che è proprio qui, nell'errata comprensione di questa verità che potrà aver luogo il naufragio familiare a cui Isacco, Rebecca e il loro figli andranno incontro.
Proprio perché la benedizione del padre è vista ed interpretata come privilegio del singolo e segno di supremazia sull'altro che Giacobbe non tarderà a pretendere come se fosse una cosa naturale ciò che crede di essersi guadagnato. «Giacobbe, ora sostenuto da Rebecca, continua a perseguire il suo obiettivo. Ora vuole ottenere quello che è il diritto del primogenito, essere benedetto, anche a costo di (spezzare) i legami»22.
Tutto sembra giocarsi fra questi due termini che si susseguono e si ripetono, beraka in ebraico è benedizione e benedire è barek, ora il termine benedizione ritorna per sei volte, il verbo è invece ripartito in modo assai più articolato e si presenta per ben più di quattordici volte23. Se a ciò si aggiunge che il termine primogenito è reso in ebraico con bekor capiamo come questa sia inseparabile dal benedire e dalla bendìedizione in genere24.
La benedizione che «costituisce il vettore tematico»25 di tutta la Genesi è anche qua il motore che spinge tutti i protagonisti della vicenda a darsi da fare a muoversi per avere la meglio.
Il grande architetto di tutta la vicenda sembra essere Rebecca, «può pretendere di essere l’auctor intellectualis dell’intero evento»26. Lei è l'organizzatrice dell'inganno, ed in tutto questo Isacco appare come un oggetto, «è stato degradato a burattino. Come potrebbe esserlo? Il primo verso di Gen 27 offre la spiegazione: la cecità del vecchio è il punto debole che i suoi adorati moglie e figlio sfruttano con grande sicurezza»27. È un inganno ed una frode che deve essere compiuta prima che il vecchio patriarca abbandoni questo mondo, poiché è necessario che il figlio che egli ha intenzione di benedire lo trovi vivo se vuole dare un seguito al suo nome.
Se pur ridotto a semplice mezzo dalle macchinazioni di Rebecca è comunque possibile riconoscere una buona dose di colpe anche in Isacco; Schokel nota per esempio una mancata consapevolezza nel vecchio patriarca, «un uomo sa quando giunge l'ora della morte, Isacco non lo sa. La benedizione è atto pubblico per tutti, Isacco invece convoca a parte uno solo»28, sembra insomma incapace di svolgere in modo degno e responsabile la carica che ricopre. Rebecca che nel frattempo ha ascoltato tutto nascosta dietro la tenda (come già prima di lei aveva fatto Sara con Abramo alle querce di Mamre) ed è ora a conoscenza del piano del marito subito ne approfitta per mettere in opera il suo piano «tutti con più o meno coscienza si beffano del rito, da esso quindi non possono che derivare disgrazie»29.
Nessuno è scusabile, neppure Rebecca, ella non agisce in base all'oracolo che ha udito prima che nascessero i due fratelli, non fa riferimento al vaticino in alcun modo, ne tanto meno Giacobbe sembra avere un atteggiamento remissivo nei confronti della volontà di Dio, egli non oppone alla madre che l'ostacolo dei suoi dubbi e delle sue parole «sai che mio fratello Esaù è peloso e io ho la pelle liscia. Se mio padre mi palpa e si accorge che sto imbrogliando, mi attirerò addosso la maledizione invece della benedizione»30; teme di ricevere una maledizione che evidentemente ha la stessa efficacia e potenza di una benedizione ma evidentemente con risvolti differenti. L'unica premessa che permette di legittimare il furto della benedizione è la vendita di della primogenitura da parte di Esaù, che «ha rifiutato formalmente con giuramento ai suoi diritti di primogenito»31.
Isacco vuole una prova, ora va detto che non si capisce se si tratti veramente di una prova o se in realtà voglia soltanto soddisfare il suo appetito: «prendi le tue armi - ordina ad Esaù - l'arco e la faretra, esci in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi me la preparerai come mi piace e me la porterai perché ne mangi, poiché voglio darti la mia benedizione». Per la seconda volta ci imbattiamo in uno scambio di cibo che è chiamato a suggellare qualcosa di più grande, e per la seconda volta sorge il dubbio che colui che richiede il cibo non lo faccia affatto per un reale bisogno. Sembra che di fronte al cibo Esaù prima ed Isacco poi non sia in grado di misurarsi, sembra che non sappiano ben bilanciarsi «questa polarità è fragile e tutto la minaccia, in particolare ciò che noi chiamiamo golosità»32, tutti in questa vicenda sembrano soffrire o approfittare di questa debolezza umana «la golosità manifesta insicurezza e sviluppa un desiderio animale di sussistenza, che si afferma maldestramente sul registro assolutamente primario dell'azione: mangiare (o bere)»33. Così se è vero che «gli uomini cominciano a distinguersi dagli animali dal momento in cui cominciano a produrre i loro mezzi di sostentamento, con un passo in avanti che è la conseguenza stessa della loro organizzazione materiale»34 è anche altrettanto vero che in questa vicenda tutti sembrano o essere schiavi del cibo o, peggio ancora approfittare dell'altrui schiavitù. In più come si evince nel brano qui manca completamente la dinamica del dono e del contro dono che una tale situazione richiederebbe perché come intuiamo l'errore di Esaù si ripete in Isacco, come infatti il figlio aveva ceduto in maniera del tutto sproporzionata la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie così ora Isacco suggella col proprio figlio secondogenito uno scambio che vede posti su i piatti della bilancia da una parte un po' di cacciagione e sull'altro la benedizione della primogenitura.
Spingendoci oltre possiamo vedere come nelle mani di Isacco e di Rebecca la pietanza tanto ambita da Isacco diventa a tutti gli effetti il cavallo di Troia a attraverso il quale la frode organizzata può avere un lieto fine. Lo scambio, la legge universale dell'umano è soppiantata in tutto e per tutto.


1 Esodo 4:11
2 Levitico 26:15,16; Deuteronomio 28:28
3 Genesi 19:11
4 Levitico 21:17
5 Deuteronomio 15:21
6 T. Mann, Giuseppe e suoi fratlli le storie di giacobbe
7 J. J. Dugeut, Spiegazioni del libro della genesi, Bergamo MDCCLXVI, tomo VI Parte I
8 Queste tematiche legate alla giovinezza dei due fratelli e così scarsamente descritte dall'agiografo hanno dato molto da pensare ai futuri commentatori facendo fiorire intorno al testo un infinita serie di fioriture commentarie. Il silenzio su questa fase della vita dei due non deve stupire, l'intento dell'agiografo infatti non è quello di narrare per filo e per segno le vicende biografiche dei patriarchi quanto descrivere quel tanto che basta, come afferma Fokkelman «ci è detto del lungo tempo che intercorre tra la nascita e l’adolescenza. Ma il narratore salta completamente questo periodo, perché vuole dedicare tempo a fatti che sono una combinazione essenziale del conflitto della prima scena . Niente altro è interessante.» (pag 94 traduzione propria)
9 A. Shokel, Dov'è tuo fratello, 1987, 151
10 J.P. Fokkelman, Narrative art in genesis, specimens of stylistic and structural analysis, Sheffield 1975, 95 trad. propria
11 Ibid.
12 P. Beauchamp, Cinquanta ritrattti biblici, 50
13 J.P. Fokkelman, Narrative art in genesis, specimens of stylistic and structural analysis, Sheffield 1975, 95 trad. propria
14 Ivi., 96
15 Ivi., 94
16 Paul Beauchamp fa notare in Cinquanta ritratti biblici come il libro della genesi che ha come significato quello di genealogie possa in realtà essere chiamato anche il libro delle benedizioni. «Dio, in qualità di Padre, benedice la prima coppia umana subito dopo averla creata. Questa benedizione sarà tramandata di padre in figlio, tant'è che il libro della Genesi potrebbe essere chiamato il libro delle benedizioni» (pag 54)
17 A. Shokel, Dov'è tuo fratello, 1987, 152
18 J.P. Fokkelman, Narrative art in genesis, specimens of stylistic and structural analysis, Sheffield 1975, 94 trad. propria
19 Ibid.
20 P. Beauchamp, L'uno e l'altro testamento, II compiere le scritture, Milano 2001, 1
21 Ibid.
22 J.P. Fokkelman, Narrative art in genesis, specimens of stylistic and structural analysis, Sheffield 1975, 98 trad. propria
23 A. Shokel, Dov'è tuo fratello?, 158: «se il sostantivo risuona solo sei volte, il verbo è ripartito così: tre volte nell'introduzione e sette volte nei due quadri, uno dedicato a Giacobbe ed uno ad Esaù»
24 Schokel non tarda a far notare che nonostante il termine primogenitura non ricorra così abbondantemente come i termini benedire e benedizione esso è comunque molto forte vista la vicinanza con i questi da cui si ricava un assonanza tutt'altro che velata data dalla composizione consonantica dei termini brkh. Nota in più che la vicinanza fra le consonanti del nome di Rebecca e, di nuovo, il sostantivo benedizione Rbqh / brkh. (Dov'è tuo fratello?, 158)
25 P. Beauchamp, L'uno e l'altro testamento, II compiere le scritture, Milano 2001, 1
26 J.P. Fokkelman, Narrative art in genesis, specimens of stylistic and structural analysis, Sheffield 1975, 100 trad. propria
27 J.P. Fokkelman, Narrative art in genesis, specimens of stylistic and structural analysis, Sheffield 1975, 101 trad. propria
28 A. Shokel, Dov'è tuo fratello, 1987, 158
29 Ibid.
30 Genesi 27:11;12
31 A. Shokel, Dov'è tuo fratello, 1987, 161
32 G. Lafont, Eucaristia il pasto e la preghiera, Parigi 2001, 27
33 Ibid.
34 I. Feuerbach, L'ideologia tedesca, Roma 1956, 1; L'ideologia in generale, 18
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