Home | Chi siamo | Newsletter | Contattaci | Login
Lo scrisse... Questions Prega Collabora
Dogmatica

Il sacrificio interminabile - La liberazione di una categoria... "sacrificata"

Aquinas / 21 Feb, 2019

Premessa

L'approccio filosofico-sociologico della questione (avremo tempo e modo di analizzare questa categoria sotto l'aspetto teologico-dogmatico, specie in riferimento all'imprescindibie contributo anselmiano) parte dalla fenomenologia che il concetto di sacrificio porta con sé e il modo in cui questo concetto viene espresso. Sappiamo infatti che ogni linguaggio (definitorio) porta con sé necessariamente dei limiti, i quali, fuor di metafora, potrebbero portare a delle ambiguità o, come nel nostro caso, a  delle vere e proprie distorsioni e fuorvianze.
Come intendere il sacrificio nella cultura contemporanea? La disambiguazione del concetto può giovare a una nuova comprensione. Per la nostra riflessione, dopo l'analisi dei termini, prenderemo spunto dai recenti lavori di Massimo Recalcati e alcuni testi di Giovanni Ferretti.

Questione di termini?

Per iniziare questo percorso desidero far ricorso all'etimologia della parola che esprime (vehiculum) il concetto sotto accusa (è il concetto che va compreso o ri-compreso).
Il termine sacrificio deriva naturalmente per trasposizione dal latino sacrificium, sostantivo originato dal composto: sacrum-facere. Il sacrificio è quindi ciò che rende sacra un'azione, un progetto, un atto cultuale, un'intera esistenza.  Da come si vede il termine, nell'etimo originario, non ha l'accezione negativa che ha assunto in epoche più recenti. Oggi questa parola evoca sentimenti contrastanti, fra l'angoscia e la stoica sopportazione di una vita grama di soddisfazioni. Non c'è cosa più bella e appagante di rendere sacra un'esistenza nel dono gratuito di sé a Dio e al prossimo. Come sempre l'etimologia dei termini ci salva dall'ambiguità o dalla deformazione che alcuni concetti possono assumere nel tempo. Riprendere la fonte è sempre motivo di arricchimento.  Rifuggire l'idea mercantile (prezzo, acquisto, termini che troviamo costantemente nella Scrittura, negli scritti dei Padri e dei Dottori)  giova veramente alla nostra causa? A mio giudizio una via di uscita dal pantano negativo nel quale è stato gettato questo termine, più o meno consapevolmente, consiste nel ripensamento di questa categoria in maniera positiva: il sacrificio come dono, negazione per l'affermazione di un bene superiore, trascendente e degno di stima.
«Il sacrificio in genere è l'offerta di una cosa materiale e la sua distruzione reale o equivalente fatta da un legittimo ministro a Dio, per riconoscerne il dominio e per espiare i peccati degli uomini.
Non c'è religione senza sacrificio, che è l'atto più solenne del culto. Esso nasce dal sentimento della propria dipendenza di fronte al Creatore, a cui l'uomo è debitore di tutto, anche della propria vita. A riconoscere questa sua soggezione l'uomo, se non la stessa vita (come a volte accade), offre le cose necessarie alla vita. Al sentimento di soggezione si aggiunge la coscienza della colpa e il desiderio di espiarla per riconquistare l'amicizia di Dio. È di fede che la morte di Cristo fu un vero e proprio sacrificio (Conc. Efes. e Conc. Trid.: DB, 122, 938,950). Difatti nell'Evangelo quella morte è indicata spesso in termini sacrificali: hostia (θυσία), victima propitiatoria (ιλαστήριον), ecc. Cristo è denominato Agnello che toglie i peccati del mondo, Agnello ucciso (Apoc. 5,6). S. Paolo sopra tutto sviluppa questa dottrina specialmente nella Lett. agli Ebrei.
Col Sacrificio della Croce è intimamente connesso il sacrificio della Messa, che da quello attinge il suo valore. In ambedue Cristo è Sacerdote e Vittima»1

La definizione del Parente si rifà a termini datati e a concetti tradizionali (la manualistica) e quindi un po' fuori moda negli atenei di oggi. Servatis servandis esse esprimono l'essenza di questa categoria, che va pur sempre reinterpretata: si riconosce la signoria di Dio su tutte le cose (visibili e invisibili) e quindi su tutte le creature (animali, angeliche e umane) e il loro dovere di rendergli un culto gradito, come Egli vuole.
Il concetto sacrificale, sciolto dai legami del culto in epoca post-rivoluzionaria (laicizzato, quindi) esprime la morte, per così dire, interiore del soggetto in vista dell'affermazione di un bene superiore o in nome della soggezione che lo lega ad altri uomini (nei vincoli sociali, affettivi, familiari etc.). Ma il sacrificio non è solo un fatto cristiano o giudaico. Tale espressione sociale, a livello ancestrale, è una costante di tutte le culture antiche di cui abbiamo attestazioni storiche, artistiche o letterarie. È un sentimento ancestrale, proprio di (quasi) tutte le culture, sia di quelle primitive come di quelle più evolute. A tale conclusione si orientano  R. Otto (sulla fenomenologia del sacro, mysterium fascinans et tremendum)2 e W. Shmidt (sul monoteismo primordiale e sull'origine dell'idea di Dio e la sua manifestazione nelle rappresentazioni delle società primordiali)3.
Il sentimento religioso non è sempre pacifico: comporta uno sconvolgimento nel singolo e nelle masse. Talvolta questo sconvolgimento si esprime nella violenza e nella ricerca di un capro espiatorio che sia in grado di placare la divinità (per mezzo di una sorta di mimetismo) e piegarla a benevolenza per il popolo (mentalità corporativa).

Queste dinamiche non appartengono soltanto alle religioni primordiali

Il sentimento religioso (connaturale all'uomo) si esprime in simili risvolti anche nel cristianesimo (non solo cattolico) in molte pratiche di pietà popolare che hanno soppiantato dei culti pagani, i quali però sono riusciti a sopravvivere seppure a livello accidentale.
Le popolazioni mediterranee hanno ben radicato questo sentimento, che hanno ereditato dalle popolazioni pre-romane e dai nordici (celti e galli per il nord), latini (per il centro) e greci (per il meridione). Il culto pagano è sfociato, più o meno consapevolmente, in alcune pratiche religiose che sono sopravvissute e vivono anche ai giorni nostri. Il meridione d'Italia esprime benissimo questo sincretismo fra il mondo pagano e il mondo giudeo-cristiano. Il nuovo culto cristiano, in molti casi, ha soppiantato tradizioni precedenti e ne ha preso l'occasione per l'impiantazione di pratiche che, sebbene purificate e mutate nei soggetti, tuttavia ne mantenevano fisiononie e tessuti disomogenei. Ciò che viene fuori da questa mescolanza è un tripudio di forme articolate e dal sapore antico che, a colpo d'occhio, poco ha a che fare con il culto in spirito e verità richiamato dai Vangeli. Tuttavia il Vangelo deve evangelizzare la cultura. Il risultato di questo sovvertimento può essere tanto più spirituale nella misura in cui saprà trarre giovamento dal sentimento che da certe pratiche si evince più che dalle pratiche stesse. Se le tradizioni, che sono state sempre interpretate e interpolate dal popolo, restano fini se stesse lasciano il tempo che trovano (e sono circoscrivibili nell'ambito del mero folklore). Il sentimento religioso, connaturale all'uomo, deve esprimersi in un fenomeno religioso adeguato ed elevante. L'analisi e la stima, ove possibile, di quel sentimento ancestrale resta un'ottima fonte di analisi sociologica. Essa esprime la capacità e la volontà, tutta umana, di rivolgersi alla Divinità e di incarnarne nelle forme di vita. La capacità del rito ferma il tempo e proietta in un tempo senza tempo e in uno spazio metafisico. Sa di eterno. Ecco perchè non verrà mai meno; l'uomo si rende capace di fermare il movimento e si inserisce in un solco che perpetua: sa trascendere ogni cosa.
Un'analisi più approfondita, scevra da pregiudizi positivi e negativi, porta in luce elementi compositi, dove risulta spesso più violenta la componente primordiale del culto.
A tal proposito è utile la considerazione che mutuiamo da G. Stroumsa: cristianesimo ed ebraismo, terminato il culto sacrificale del tempio si sono orientati in due direzioni, entrambi verso un culto più spirituale, ma con sbocchi diversi. I primi sfociando nell'ebraismo dell'ascolto e i secondi a un ritorno conservatore al sistema sacrificale di Israele (es. Anamnesi eucaristica). Dove l'amore fra gli omini è dato dal Sangue di Cristo. “Il sacrificio non vuole morire” (cf G. Stroumsa, La fine del sacrificio, Einaudi 2005).
Sulla stessa scia possiamo collocare F. Nietzsche, offuscato come era, nelle sue considerazioni tutt'altro che obiettive, dal pietismo e dal protestantesimo liberale (immagine del cammello: penitenza e ascetismo). Ha comunque il merito di porre l'accento su alcune questioni che vanno ri-comprese e purificate: fotografa un'epoca e una concezione religiosa già decadente.
Mancini: nel sacrificio avviene la distruzione della vittima, nel dono la vita e il bene. Il sacrificante e il sacrificato risultano obbligati laddove la legge e il desiderio sono inconciliabili. Due alternative di soluzione: eliminare il sacrificio (interdizione) o ripensarlo (nella logica del dono: in questo senso può dirsi interminabile).

Aspetto filosofico e fenomenologico: rimozione del fantasma sacrificale. Verso una conclusione

Si cerca di scacciare o almeno rimuovere il sacrificio (categoria fattasi ambigua e pericolosa). Ma il sacrificio riemerge sempre. Tale categoria va ripensata perché incompatibile con la coscienza etica e religiosa moderna (Ferretti4)? Partendo dall'assunto che il linguaggio è sempre inadeguato si approssima (inadeguatezza e limite) ma non può esprimere compiutamente il mistero di Dio e il mistero dell'uomo, rischiando di diventare un ostacolo. Da qui la necessaria, a mio avviso, purificazione delle categorie di espressione e quindi di comprensione.
“Il bene si realizza quando il campo della vita si allarga” (M. Recalcati5).
La vita umana non è ideale ma concreta: la complessità delle relazioni e la conseguenza di scelte (anche non legate direttamente alla persona) ci fanno vedere che il campo della vita spesso è composto anche da elementi di morte: accollarsi il negativo senza assimilarsi ad esso (Mancini).
Nella società in cui viviamo si nota, dove non sia presente una vera e propria cultura della morte (che si esprime nel nichilismo o nell'ateismo se non peggio nell'indifferentismo religioso) una ripresa dell'interesse (sovente non ben definito) verso il sacro e contemporaneamente il rifiuto di un coinvolgimento diretto (fascino e ripulsa). L'orrore della morte viene trasfigurato, per così dire, nell'ottica del sacrificio (pensiamo al terrorismo islamico, dove la vita non vale nulla). Ogni fascinazione deve essere eliminata. Non c'è nessun sacrificio valido per la mancata affermazione della vita (Ferretti).
La sublimazione del sacrificio nasce dalla paura della perdita e dalla non-accettazione del limite.
Il fantasma sacrificale è l'immagine che resta (memento del limite invalicabile e del timore del possibile danno). È necessario rifuggire da un probabile fondamentalismo: quello del sacrificio fine a se stesso. Se vogliamo uscire dall'impasse dobbiamo necessariamente ripensare la categoria del sacrificio nella logica della donazione gratuita per un bene superiore.
E ci accadrà di scoprire in questa logica la dinamica dell'agire di Dio nella storia del mondo e nella vita degli uomini.

Ti è piaciuto?

Lascia un like e condividilo!


1      «Sacrificio (di Cristo)» in P. Parente, A, Piolanti, S. Garofalo, Dizionario di teologia dommatica, Editrice Studium, Roma 1952, p. 297.
2      R. Otto, Il sacro. L'irrazionale nell'idea del divino e la sua relazione al razionale (Das heilige),  A. N. Terrin -  R. Nanini (edd.), C. Broseghini (trad.), Morcelliana, Brescia 2016.
3      W. Schmidt, La nascita dell'idea di Dio. Uno studio storico-critico e positivo (Der Ursprung der Gottesidee. Eine historisch-kritische und positive Studie), 12 voll., Aschendorff, Münster 1912–1955.
4      G. Ferretti, Spiritualità cristiana nel mondo moderno, Cittadella, Assisi 2016;
5      M. Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Cortina, Milano 2017.
Top 10
I più interessanti