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Necessità e verità del diritto ecclesiale - Breve percorso sui fondamenti della legge nella Chiesa
Di Lowe Feuerspucker il 04-12-2016 - Diritto Canonico


Come anticipato nel nostro primo intervento1, questa volta vogliamo spiegare il perché dell’esistenza del diritto canonico, quanto e come sia legittimo (vd.1 e 2) e quale obbedienza gli si debba prestare in quanto diritto (vd.3); per farlo dobbiamo riferirci, ad un insieme maggiore, quello del diritto ecclesiale, che poi a sua volta rientra – anche se in modo anomalo ed unico – in quello del diritto oggettivo in generale.
Torneremo spesso a ripetere nelle righe che seguiranno quanto il diritto ecclesiale, il diritto della Chiesa sia ben oltre il diritto oggettivo civile: il diritto ecclesiale parte da presupposti che la legislazione dei moderni Stati ignora o addirittura – in casi tristi – combatte. Per facilitare la lettura e la comprensione, procederemo nella trattazione a partire da tre domande precise sul diritto, di quelle che normalmente vengono poste ai canonisti, cui seguiranno brevi – o almeno cercheremo di renderle tali – risposte concise.

1. Il diritto ecclesiale, canonico, è un diritto?

La nostra risposta non può che essere affermativa: il diritto canonico è un diritto a tutti gli effetti. La concezione del diritto oggettivo2, a differenza di quella sul diritto soggettivo, accomuna il pensiero di tutti i giuristi degni di tale nome. Ma qual è questa concezione comune e universalmente condivisa di diritto oggettivo? Nella Treccani – non sono poi molto diverse le definizioni reperibili altrove – leggiamo: «Con l’espressione diritto oggettivo […] ci si riferisce al complesso delle norme poste dall’autorità sovrana e che costituiscono l’ordinamento giuridico. Elementi essenziali del diritto oggettivo sono le norme giuridiche, che fungono da regole per una determinata classe di rapporti intersoggettivi, e le fonti del diritto, da cui le norme scaturiscono». Ciò posto procediamo nell’argomentare la nostra risposta. Quando un gruppo di persone ha bisogno di regole per gestire la vita comune, i rapporti intersoggettivi, allora nasce il diritto; qualcuno potrebbe obiettare che per questo fine potrebbe bastare, potrebbe essere sufficiente anche una regolamentazione basata sull’etica, se non la morale: i valori per cui ciascuno, pensando al bene comune, potrebbe seguire norme non scritte, decidendo il da farsi di volta in volta, in base ai dettati di tali medesime norme. Per la nascita del diritto però ci vuole ben di più. Alle base della maieutica sociale del diritto c’è necessariamente un gruppo più organizzato di soggetti bisognosi di regolarsi, di darsi norme, ai quali i semplici dettami etici non basterebbero e non bastano: un’istituzione, con propri fini e con propri mezzi per raggiungerli risulta invece ottimale in questo senso. Il diritto ecclesiale, il diritto canonico che consta del Codex e di tutte le promulgazioni delle competenti autorità ecclesiastiche – come rescritti, encicliche, lettere motu proprio datæ etc. – è senza ombra di dubbio un complesso di norme, con varie forme, nato per questo scopo. Quindi abbiamo il primo elemento utile per parlare di diritto.

Secondo elemento essenziale è l’emissione, la promulgazione di queste norme da parte di un’autorità sovrana: il diritto ecclesiale è il diritto della Chiesa, che gode – come Stato, ma anche come istituzione religiosa – di sovranità propria, anche se sui generis. Sicché il diritto della Chiesa è diritto oggettivo vero e proprio. La necessità dell’autorità che emette le norme sta nella sua stessa essenza: si propone come terza parte nell’intersoggetività dei rapporti sociali, quindi come reale garante imparziale di una retta interpretazione ed applicazione dei fondamenti etici e morali – resi nelle norme – alla base della vita comunitaria.

Qualsiasi altra argomentazione risulterebbe a questo punto un’aggiunta non strettamente necessaria, dal momento che le categorie dei civilisti ammettono il diritto ecclesiale solo fino a questo punto. Insomma il diritto ecclesiale è considerato un diritto speciale, da certi in senso negativo da cert’altri in senso positivo, dai giuristi civili per due motivi, a nostro parere: anzitutto il diritto ecclesiale è sempre stato legato a quello naturale, mentre quello civile storicamente se ne è allontanato volontariamente durante e dopo il «siècle des Lumières»3; il secondo motivo sta nei fini e nella prassi del diritto ecclesiale, che non si lega al solo bonum4 civile, perseguendolo – almeno idealmente ad ogni costo – ma lo trascende spesso per preferire il bonum celeste, che è il bonum vero e assoluto. Non c’è da stupirsi quindi se il c.1752, ultimo del Codice del 1983, recita così: «la salvezza delle anime, […] deve sempre essere nella Chiesa legge suprema».

A corona di questa risposta, in accordo con un illustre canonista, vogliamo aggiungere infine che: «il diritto non è stato inventato dalla Chiesa. Già prima del suo apparire nella storia esisteva un’esperienza giuridica umana ed esisteva una riflessione e una concettualizzazione di essa. […] La Chiesa al suo sorgere non si confronta immediatamente a livello teoretico con la giuridicità umana e con la relativa concettualizzazione, ma di fatto e in una maniera, almeno all’inizio, irriflessa si esprime secondo le modalità di questa giuridicità, adattandole però alla propria natura e alle proprie esigenze. Lungo i secoli della sua storia, la Chiesa ha poi accolto sempre più consapevolmente la giuridicità come propria modalità di espressione legittima e anzi necessaria e ne ha operato una specifica concettualizzazione, arrivando così alla nozione di diritto canonico»5.

2. La legge nella Chiesa come si pone rispetto a Dio e al Vangelo?

Molte, troppe volte – lo testimoniano anche recenti affermazioni di alte sfere – si cade nell’errore di additare nella Chiesa il diritto canonico ed il diritto della Chiesa in generale, come anti-evangelico, come contrario in certo senso alla storia della salvezza. È diffusa opinione, specie presso i semplici fedeli – a questo educati da una pessima pastorale dei propri Vescovi e parroci – che il diritto canonico sia un ostacolo umano posto sulla facile via della salvezza divina. Questa lettura dei fatti è pericolosissima e, senza esagerare, puzza di demonio: la necessità della legge è imprescindibile a livello sociale, come abbiamo visto poco sopra. Nondimeno lo è anche all’interno della Chiesa: sfidiamo chiunque a dire che, ingressi nella Chiesa, perdiamo il nostro essere persone e con esso il nostro rapportarci continuamente con ciò e con chi è diverso da noi. Anzitutto Cristo stesso ha chiaramente abilitato, reinterpretandola, la legge mosaica6, fornendo anzi due «nuove» norme, l’amore per Dio e quello per il prossimo, legate tra di loro in maniera formidabile. Non si può cercare autonomamente la salvezza o la via del Signore, all’interno della Chiesa, senza fare riferimento alle sue leggi: la libertà umana è imprescindibile, certo, ma neppure può rimanere in balìa di sé stessa, dal momento che la concupiscenza del peccato originale mai cessa di avvelenare il nostro quotidiano, viziando le buone intenzioni e deviandole verso atti peccaminosi. La legge dunque nella comunità cristiana cattolica non si pone quale limite alla libertà, ma tende ad assicurarne un retto esercizio a partire dalla Parola, dalla Rivelazione, dalla Tradizione e dal Magistero, quindi dal depositum fidei; non impedisce di scegliere il male invece del bene, ma si pone quale forte e legittimo richiamo morale degli obblighi consegnatici da Cristo stesso e suggeriti dallo Spirito ai Pastori della Chiesa sin dalla nascita del Collegio Apostolico.

Nella Chiesa il diritto è nato anzitutto, come riconoscono molti7, per regolare nelle comunità non tanto la vita tra i singoli membri, che forse all’epoca godeva di una certa idilliaca autoregolamentazione legata alla prossimità dell’evento di Cristo – il fervore doveva essere spropositato specie per via della presenza degli Apostoli nelle varie comunità – quanto piuttosto per stabilire in che modo la comunità come insieme dovesse comportarsi con coloro che avessero commesso errori, leso l’interesse della comunità stessa, minacciandone la sopravvivenza. Successivamente il diritto della Chiesa nascente visse uno sviluppo per l’aspetto del governo di queste comunità: nacquero figure come i presbiteri, i diaconi, gli episkopoi – seppure con sensi diversi da quelli che hanno oggi – al fine di garantire una degna guida delle assemblee che non sempre potevano contare sulla presenza fisica degli apostoli e che non potevano sopravviverne prive, specie in tempi di persecuzioni; attingendo elementi ed istituzioni dal diritto giudaico e romano, le ecclesiæ cercavano di sopravvivere nel mondo, rispetto al quale certamente erano estranee, ma comunque contingenti in certa misura – come sempre d’altro canto si ribadisce che non siamo del mondo ma siamo nel mondo. Nel corso della storia poi, di secolo in secolo, il diritto della Chiesa acquisì diverse forme in base alle necessità: era diritto quanto dichiarato dai Concili e dai sinodi in Oriente e poi in Occidente su quanto dover credere come cristiani; era diritto l’insieme dei rapporti tra i Vescovi, tra i presbiteri di determinati territori; lo era la casuistica dei primi libri penitenziali e così via.

Si può assumere dunque, onde evitare di dilungarci troppo, che la legge della Chiesa non è la sola norma scritta che vieta o regola l’accesso all’Augustissimo Sacramento, che dichiara o meno la nullità di un vincolo matrimoniale, che protegge il segreto della confessione; la legge della Chiesa è la Chiesa stessa: solo alla luce della comprensione del fine ultimo della salvezza delle anime, si può leggere ogni atto della Chiesa – come Chiesa cattolica nella quale sussiste la Chiesa di Cristo – quale atto obbligante in sé la coscienza di tutti i fedeli membri della Chiesa. La legge traduce l’essenza della Chiesa e la sua esperienza millenaria: la Parola, la teologia, la spiritualità, la filosofia, l’antropologia; tutto ritroviamo nel diritto della Chiesa – in senso largo – che collabora alla edificazione del Corpo di Cristo Capo, affinché ciascun mattone di questo Corpo stia al proprio posto e neppure sopporti un indebito peso in questa struttura terrena che specchia quella celeste.

3. Quale obbedienza prestare alla legge della Chiesa?

Abbiamo visto come la legge della Chiesa sia legittima. Abbiamo visto che la legge della Chiesa rispecchia l’essenza di quest’ultima. Parrebbe naturale a questo punto che ciascun fedele aderisse ad essa quasi ciecamente; eppure non è ciecamente che questa legge va accolta. Siamo convinti che, e lo ripetiamo, sia necessaria una buona educazione al diritto ecclesiale dei pastori d’anime – oggi quasi inesistente: dietro questo diritto oggettivo sta tutto il vissuto della Chiesa. Anche a partire dalle leggi che la regolano si può comprendere più profondamente la vocazione cristiana e viverla meglio.

L’adesione ai precetti è liberissima e naturalmente come scelta libera comporta lo scarto di una delle due opzioni in gioco, in questo caso la salvezza o la dannazione. L’aut-aut8 della legge ecclesiastica è lo stesso che Cristo ha definito: o con me o contro di me; e nulla vi aggiunge da sé. Ha però il vantaggio per noi di essere uno strumento di concretizzazione del Comandamento d’Amore di Dio: dal livello universale esplicito di questo «Amare Dio» e «Amare il prossimo», la legge della Chiesa ci proietta in quello implicito più particolare e singolare: «Lo ami [Dio, il prossimo] se fai così…; non lo ami se fai così…». Nella legge di Gesù non manca questo livello più pragmatico, più prossimo al mondo, che in alcune epoche fu reso in maniera eccelsa dalla casuistica9, ma rimane celato; così la Chiesa che interpreta fedelmente il Vangelo e la Scrittura si fa carico straordinariamente di portare alla luce questo stesso livello – pur con forme e metodi diversi e propri per ogni epoca e non senza errori, dovuti però alla contingenza umana ed alla concupiscenza. Ecco che l’adesione alla legge non si fa più cieca, ma ragionevole10, consenziente: richiede la presenza di tutta la persona davanti a sé stessa e davanti a Dio, per affrontare l’aut-aut che significa salvezza o dannazione.

Nei limiti umani rientra certo la possibilità di non comprendere sempre una legge fino in fondo; così come spesso le autorità legislative ecclesiastiche commettono errori o apparenti tali. Ma se il sentire comune indefettibile del Popolo di Dio ha finora ossequiato la legge della Chiesa in siffatto modo – ove più ove meno – non vi è ragione per cui questo non debba più avvenire o debba ritenersi un errore in merito al passato.

Bibliografia

1 Vedere «La distorsione del diritto [canonico]», pubblicato su questo sito.
2 Con diritto soggettivo si intende il diritto di un membro della società ad esempio a che gli venga garantito qualcosa.
3 «Secolo dei lumi». Illuminismo e affini.
4 «Bene» dall’antico adagio «Cuique bonum suum tribuere (rendere a ciascuno il suo bene, ciò che gli spetta)».
5 Il concetto di diritto della Chiesa, Redaelli Carlo R. Maria (1991), pg.288, Glossa.
6 Mt 5,17-18: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto»; Lc 16,17: « È più facile che passino cielo e terra, anziché cada un solo apice della legge»; etc.
7 Proponiamo per la lettura: Storia del diritto canonico e delle istituzioni della Chiesa, Fantappié Carlo (2011) Il Mulino.
8 «O…O…»
9 Celebre l’esempio del gesuita F. Cappello o del precedente H. Busenbaum.
10 La ragionevolezza, neanche a dirlo, torna spesso nei canoni del Codex come requisito fondamentale per la validità della legge, universale e particolare.
Autore: Lowe Feuerspucker
Giovane e fervente cattolico, canonista alle prime armi, tradizionalista ed integralista.
«La dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati»
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