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I beni temporali della Chiesa: possesso legittimo?
Di Lowe Feuerspucker il 02-01-2017 - Diritto Canonico


La Chiesa Cattolica, nella persona della Santa Sede, a sua volta nella persona del Santo Padre e della intera gerarchia ecclesiastica, ha o meno il diritto di possedere beni terreni, beni temporali? Come al solito cercheremo di fornire brevemente una solida risposta.

Siano questi beni case, conti bancari, beni mobili e immobili di sorta, vanno annoverati anzitutto senza distinzione sotto la definizione di beni temporali o terreni. Ciò assodato, si parla nello specifico di beni temporali o terreni della Chiesa. Partiamo proprio da questo «della Chiesa».

Quale Chiesa possiede questi beni? Dobbiamo ricordare a noi stessi una caratteristica fondamentale della Chiesa medesima, dalla quale poi muoverci nelle nostre successive riflessioni: la Chiesa si propone tanto quanto istituzione giuridica terrena e concreta, quanto pure – e in misura maggiore – come assemblea al cospetto di Dio1 di tutti i fedeli, in comunione con un’altra assemblea, quella dei Santi. Si tratta di basilari nozioni di catechismo cattolico, che però ci obbligano a considerare la Chiesa come istituzione ibrida e sui generis, che vive di mezzi terreni e celesti, puntando ad un fine che però è esclusivamente celeste, ultraterreno, trascendente: la salvezza delle anime2.

Ora, chi possiede questi beni è la Chiesa come istituzione giuridica, figura indispensabile per i riconoscimenti dei diritti legati alla possessione materiale davanti ai tribunali civili degli Stati. Ma questa Chiesa istituzionale in senso stretto è pure indissolubile da quella celeste: si tratta della medesima Chiesa, della medesima assemblea dei fedeli; sarebbe erroneo anche parlare di due facce della stessa medaglia perché, almeno idealmente, sono due aspetti coesistenti e coordinati nella Chiesa stessa. Dalle Scritture e dalla Tradizione, nonché dal Magistero più ci volte ci è stato ricordato che noi non siamo di questo mondo, ma siamo in questo mondo: pur possedendo un corpo materiale, concreto, che poggia sulla terra, pur camminando nel Mondo non siamo legati eternamente ad esso; né, pur possedendo un’anima eterna e inafferrabile, siamo assoluti rispetto al Mondo. Ramon Lucas Lucas3 parla di «corporeità animica»: una bidimensionalità teorica che sussiste in un’unica dimensione che è quella della vita umana. E poiché la Chiesa è Popolo di Dio, poiché il Popolo di Dio è composto di esseri umani, allora la Chiesa stessa ontologicamente vanta questa essenza unica, che nessun’altra istituzione terrena può vantare.

Posto ciò, la Chiesa quindi come Chiesa possiede beni terreni o temporali che dir si voglia. Il possesso di questi beni, è la traduzione per mezzo dell’amministrazione umana del possesso di Dio sugli stessi beni, il quale dice Angelo Vizzarri: «scaturisce sia dalla legislazione mosaica dell’Antico Testamento, sia […] dal Diritto Romano sulle “res sacræ quæ site et per pontifices deo consecratæ sunt”»4. Come spiegato in un nostro precedente intervento5, il diritto della Chiesa ha assunto molte istituzioni dalla cultura giudaica veterotestamentarie e della legislazione romana: strumenti utili a garantire la sopravvivenza delle comunità cristiane sin dagli albori della Chiesa – pensiamo ai diaconi di istituzione apostolica. Trattandosi di comunità composte di persone, queste ultime è ovvio che non potessero vivere di solo Spirito Santo e preghiera, sebbene forse lo desiderassero ardentemente; era perciò indispensabile usare le cose proprie del mondo, i beni terreni, perché i cristiani non tornassero troppo presto al Padre, magari per la troppa fame patita. L’idea della cassa comune, che per molti sprovveduti è parsa come legittimazione delle aberrazioni comuniste o di alcune fantasiose derive del ramo socialista, prevedeva che i beni di tutti i membri delle singole ecclesiæ, delle assemblee di cristiani, fossero messi a disposizione per ovviare equamente le varie necessità di tutti – principalmente si trattava di spese alimentari, come abbiamo scherzosamente cercato di sottolineare poco sopra. La gestione era affidata agli anziani, posti come controllori del comune bene terreno, indispensabile sì, ma non a tal punto da anteporlo alla stessa vita cristiana. L’adagio «non siamo di questo mondo» doveva risuonare molto spesso nelle assemblee.

Nel corso della storia – facciamo volutamente un poverissimo sunto – il possesso a volte spropositato dei beni da parte della Chiesa spesso non era propriamente esercitato dalla Chiesa: in epoca feudale i nobili signori concedevano l’uso inalienabile di terreni, strutture e quant’altro ai chierici o agli ordini che desideravano portare il Vangelo dove non fosse arrivato e guidare i fedeli dove essi già fossero stati presenti. In epoca carolingia, nonostante l’espropriazione dei beni della Chiesa da parte dei Franchi, la Chiesa stessa continuò ad utilizzarli per concessione dei monarchi. I così detti Vescovi-conti possedevano beni spesso ereditati e ne acquisivano di nuovi in virtù di relazioni politiche necessarie, le quali non sempre riguardavano strettamente la Chiesa come l’abbiamo voluta finora intendere. Il sistema delle donazioni in supplenza delle normali penitenze nel sacramento della Riconciliazione faceva tutto il resto.

È pure vero che si contano e si individuano facilmente momenti in cui gli amministratori dei beni appartenenti alla Chiesa si sono dimostrati troppo terreni e poco celesti; ma la pratica diffusa è qualitativamente differente.

L’amministrazione dei beni va quindi sempre considerata in stretto rapporto con la missione salvifica della Chiesa: i mezzi terreni servono per il fine ultraterreno. Il fatto che la storia abbia costretto la Chiesa a possedere a vario titolo questi stessi beni, non ci autorizza a mettere in dubbio la validità di questo possesso. Il complicato dialogo Chiesa-Stato ha dato vita negli anni e nei luoghi a curiose iniziative di legittimazione ed a pratiche giurisprudenziali ideate a proposito. Assumendo strutture e istituzioni giuridiche dei contesti dove si insediava e si insedia, la Chiesa non ha ceduto e non cede sulla sua essenza di Sacramento di Cristo, di Corpo Mistico, di Popolo di Dio in cammino verso la salvezza; essa fa ancora più presente quella dimensione trascendente ogni volta che in rapporto alle cose prettamente terrene, cerca vie mediane per raggiungere il suo fine, quello della salvezza delle anime.

Le forme dell’amministrazione dei beni da parte della Chiesa – che speriamo risulti dunque a questo punto legittima – possono cambiare, sono cambiate e cambieranno. La Chiesa però sarà sempre la stessa; e con essa pure lo scopo per cui tratta con questi beni, siano essi case, palazzi, somme di danaro, terreni. Delegittimare le proprietà ecclesiastiche a partire dalla presunzione di incompatibilità con il Vangelo è semplice audacia. Anche chi parte dalla spoliazione del Santo di Assisi per argomentare questa posizione commette un grossolano errore: Francesco rifiutò quei beni in quanto beni cui era eccessivamente, anzi unicamente attaccato nella sua vita, prima della conversione; la sua rinuncia la possiamo leggere come rinuncia alla mondanità, ma non alla sua humanitas, sempre e comunque bisognosa di sostentamento.

1 Catechismo della Chiesa Cattolica 752, 753.
2 Canone 1752.
3 Orizzonte Verticale, Lucas Lucas Ramon (2011), SanPaolo.
4 «Il Consiglio diocesano per gli affari economici: Costituzione, Struttura, Nomine» in Monitor Ecclesiasticus nr. 119 (1994) pg.270; Angelo Vizzarri.
5 Vedere «Necessità e verità del diritto ecclesiale», pubblicato su questo sito.
Autore: Lowe Feuerspucker
Giovane e fervente cattolico, canonista alle prime armi, tradizionalista ed integralista.
«La dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati»
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