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Polvere eri e polvere ritornerai
Di Francois Feuardant il 01-03-2017 - Quaresima

Il cammino quaresimale è elemento essenziale della vita del cristiano. Questo trova il suo collocamento in un dato periodo dell’anno liturgico, ma in una visione allargata si pone come modus vivendi del credente in continua ricerca. «Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta dall’uomo»1, ed è vero anche che è proprio del cristiano «cercare innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia»2. Dunque nella quaresima in quanto percorso privilegiato chiamato a condurre l’uomo a sperimentare giorno dopo giorno un rapporto personale e soggettivo col Dio della creazione che in Cristo si rivela, troviamo il modello ideale dell'intera vita del credente.
Col primo sacramento dell’iniziazione cristiana, da quando cioè «ricevemmo per la prima volta il settiforme dono dello Spirito Santo nel sacramento del battesimo»3, il cristiano è chiamato a vivere a imitazione di Gesù Cristo. Si tratta di quello stesso Spirito che dopo il battesimo condusse Cristo nel deserto (cfr. Mt 4,1-11). Una prassi penitenziale, riflessiva, chiamata a rivelare alla carne ciò che la carne è. Chiamata ad indicare allo spirito ciò che potrebbe divenire. Chiamata a dire all’uomo ciò che diverrà. «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l`uomo perché te ne ricordi e il figlio dell`uomo perché te ne curi? Eppure l`hai fatto poco meno degli angeli,di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8). La quaresima diviene un tempo di ampio respiro in cui l’uomo vive il suo presente astraendosi dai turbini del tempo e fondando il suo essere in Dio; un Dio eternamente presente, un Dio che lo chiama ad essere quale egli è. «Io ho detto: "Voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo". Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti» (Sal 81). È proprio questa tensione fra trascendente e immanente, tra finito ed eterno, che anima lo spirito quaresimale. L’imposizione delle ceneri nel giorno del mercoledì si ispira proprio a questa realtà, «a questo pensava la santa Chiesa, quando fu indotta ad […] aprire questo sacro tempo cospargendo di cenere la fronte colpevole dei suoi figli, e ripetendo a ciascuno di loro le parole con cui il Signore li condannava alla morte»4: «Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris - Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai» (Gen 3, 19). Certamente, se questa condizione di peccato, di concupiscenza, è propria dell’uomo in quanto creatura, non si può dire altrettanto del figlio di Dio. L’uomo infatti «è decaduto da una migliore natura, che un tempo gli era propria»5. Ma cosa possiamo dire di Cristo? Mancando il peccato, la sua ostinazione nel voler vivere un tempo di riflessione non fu altro che un atto di kenosi, un atto mediante il quale colui che «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio» (Fil 2, 6), ma anzi arriva a un perfetto esercizio di volontà che lo condurrà al trionfo del Getsemani, a quei gloriosi tre giorni di ministero in cui mediante la sua croce e la sua gloriosa resurrezione, l’Unigenito di Dio redimerà il mondo.
L’avversario in questa lotta ha un nome che l’evangelista stesso non tace: «il tentatore» (Mt 4, 3), «il diavolo» (Mt 4, 5). In sostanza una lotta contro colui che è avversario per eccellenza. «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane» (Mt 4, 3), «se sei Figlio di Dio, gettati giù poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede» (Mt 4, 6), «tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai» (Mt 4, 9).
Potere, essere e avere appaiono le tre grandi chimere contro cui Cristo è chiamato a rispondere. Le medesime chimere che attanagliarono Eva ed Adamo nel paradiso terrestre. Certamente questa pulsione verso l'essere altro rispetto a ciò che si è (ossia uomini chiamati a riscoprire la propria dimensione divina), è un essere chiamati a divenire apparenza, «la malignità e l’impurità sono – infatti […] prive di realtà autentica perché reale è soltanto il buono e tutto in esso è verace»6. Solo il bene, il bonum, il טוב (tov) biblico di genesiaca memoria, ha, solo, dignità di essere, l’onore di uno statuto ontologico proprio. Il male non è che apparenza, un bene perverso. Il diavolo per questo stesso motivo «fu chiamato dal pensiero medioevale la scimmia di Dio»7. Un certum quid, un certo qualcosa che non è ma che si sforza di essere imitando. Per questo la prima tentazione a cui furono posti i progenitori fu quella della truffaldina promessa che valse all’uomo la caduta e la cacciata: «eritis sicut Deus – diverrete come Dio» (Gen 3, 5), come Dio, come «cioè non dèi nella sostanza ma soltanto ingannevolmente, nell’apparenza, sarà in genere quindi possibile parlare del peccato come scimmia, maschera, realtà apparente cui manca la forza dell’essere»8.
Come già detto, il Dio di Gesù Cristo, come è ovvio che sia, non era soggetto a questa macula, e tuttavia fu tentato.
Quelle tentazioni, quell’essere, potere ed avere di cui Matteo ci riporta, non sono che il riassunto di un unico tarlo che seguirà l’Unto di Dio in tutta la sua missione messianica.
«Va' dietro a me, Satana!» (Mc 8, 33) è la frase che Cristo rivolge a Pietro dopo che questi lo rimprovera per aver profetizzato la propria passione.
Pietro nella sua umanità è incapace di concepire un messianesimo che trionfi dal Gòlgota, che nel Calvario trovi il luogo perfetto del proprio essere, nella croce, l’esaltazione somma della propria regalità.
In Pietro, Satana, la scimmia di Dio, ancora una volta sopilla e tenta l’orecchio del Redentore. Ancora una volta, come già nel deserto, prospetta un avere, un potere ed un essere Messia completamente distorto rispetto a quella coscienza di sé che il Cristo in obbedienza sa di dover adempiere.
I quaranta giorni di Cristo nel deserto sono l’atto bello mediante il quale lo Spirito sospinge il Figlio ed il Figlio obbedisce al Padre in una perfetta armonia che rivela l’ineffabilità dell’amore trinitario.
Fra i comandamenti che il Figlio impartisce, uno fra tutti spinge alla imitazione perfetta: «siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48).
La quaresima è, in ultima analisi, quel tempo di grazia nel quale siamo chiamati a vivere questo comandamento, comprendere in maniera perfetta (per quanto si possa parlare di perfezione nell’attuale condizione umana) cosa sia essere uomo. Uomo caduto, consequenzialmente chiamato alla caducità, alla finitezza. Chiamato a riconoscere la sua origine terrea, materica, eppure proiettata per una vocazione naturale rivelataci nel Figlio a rifulgere di quella stessa lucentezza che deriva dall’essere a tutti gli effetti «tempio dello Spirito Santo» (1Cor 6, 19). Magistralmente, col mercoledì delle ceneri, la Chiesa dà inizio al solenne tempo della quaresima. La cenere è proprio il simbolo mediante il quale la Chiesa fa presente all’uomo la propria adamicità. La cenere è il memento etimologico grazie a cui l’uomo di oggi e in ogni tempo si riscopre Adamo. Dall’ebraico אָדָם ('Ādam), “uomo della terra”, “terreno”.
Dal XII secolo la pratica dell’imposizione delle ceneri è comune a tutta la cattolicità. La frase con cui queste vengono imposte: «memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris - ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai» (Gen 3, 19) innalza con violenza innanzi agli occhi del fedele genuflesso alla balaustra il monito della sua caducità. Quella cenere pende sulla cervice di ogni creatura dal momento in cui Adamo peccò per superbia, immemore del suo Creatore. Quella cenere sta sulla testa di ogni credente quale novella spada di Damocle a ricordare ad ognuno di noi quale destino di morte attenda l’uomo. È infine lo stato della umanità irredenta dell’uomo appena uscito dall’Eden carico del fardello del lavoro e del dolore che di sua sponte ha scelto; uomo «il corpo del quale sarà disfatto in polvere sotto il fuoco della giustizia divina»9.
L’imposizione delle ceneri è l’atto con cui si dà il via a questo tempo di grazia e di riflessione, non ne è il centro. La novità è Cristo. Scoprirsi intimamente connessi a lui, sapersi redenti eppure comprendersi come viatori sul cammino della redenzione, un cammino che nonostante la sua gratuità necessita di conversione e in quanto atto di amore richiede sacrificio. Denigrare quella parte spuria di sé che risponde alle logiche del non-essente, alle dinamiche fittizie di un’in-umanità dettate dalla perversione della estremizzazione di un sé egocentrico, di un volersi elevare a divinità del proprio esistere facendo della stessa vita l’altare su cui si sacrifica ogni speranza, ogni azione, ogni intenzione, ed il tutto per il richiamo certo lusinghiero, sicuramente ammaliatore, che rimbombò negli orecchi della coppia dell’Eden: «diverrete come Dio» (Gen 3, 5). Essere Dio sì, il dio di sé stessi, il dio terribile, un dio fittizio, un dio ad immagine di uomo capace di antropofagizzare quella stessa creatura che lo ha scelto quale divinità che lo ha creato come proprio dio. Un dio del nulla, un dio di nulla. Il Dio di Gesù Cristo è ciò che di più lontano si può immaginare da questo idolo ad immagine dell’uomo. È il Dio che crea l’uomo a propria immagine e che instancabilmente ricerca la sua stessa creatura per riportarla ad essere ciò che è nella realtà.
Quello stesso Dio che ispirò al salmista «"Voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo". Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti» (Sal 81) è il medesimo Nume che nel bagliore iridescente della luce che rischiarò la notte della Pasqua insegna alla sua Chiesa ad esclamare: «Dov`è, o morte, la tua vittoria? Dov`è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15, 55).

1 Platone, Apologia di Socrate, 38a
2 Mt 6,33
3 Card. R. L. Burke, in Radici Cristiane n°101 Febbraio 2015
4 don Prosper Guéranger, L’anno liturgico, Mercoledì delle ceneri, Imposizione delle ceneri
5 Pascal, Pensèes, 409
6 Pavel Florenskij, Le porte legali, 47
7 Iibid.
8 Ibid.
9 don Prosper Guéranger, L’anno liturgico, Mercoledì delle ceneri, Imposizione delle ceneri
Autore: Francois Feuardant
«La dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati»
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