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Teologia morale

La società cristiana è perfezionamento della società vetero-ebraica

David / 22 Nov, 2017
In questo articolo ci proponiamo di riflettere sulla struttura sociale adottata dalla famiglia patriarcale, ovvero quel nucleo formatosi con i primi uomini e poi sviluppatosi con il susseguirsi delle generazioni d’Israele, il popolo eletto. Tenteremo di fornire un quadro generico, senza entrare nello specifico, per analizzare a grandi linee i pregi ed i difetti di ognuna delle tre tappe fondamentali della storia della salvezza: il periodo itinerante, nel quale il popolo si trova fisicamente in cammino guidato da Dio, il periodo monarchico, nel quale il popolo entra nella Terra Promessa e ivi comincia una vita sedentaria, e infine il primo periodo neotestamentario, dove assistiamo alla formazione delle prime comunità cristiane.
Nella prima fase, dove assistiamo all’itineranza del popolo d’Israele, improntata sul «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Gen 12, 1) pronunciato da Dio ad Abramo. Qui assistiamo ad una società organizzata in gruppi, “tribù” di persone tra loro congregate in “famiglie”.
Tra questi gruppi, queste famiglie, troviamo la famiglia d’Israele: questa, a differenza delle altre, è fortemente improntata sulla solidarietà interna, per cui tutti sono necessari e nessuno è superfluo: ognuno ha un proprio ruolo e ciascuno è utile al bene della famiglia.
In un contesto dove la sopravvivenza non è affatto garantita, la solidarietà della famiglia patriarcale non è ristretta solo all’interno del proprio nucleo familiare, ma si estende anche al viandante che chiede ospitalità. L’ospitalità a lui dovuta gode di un tale rispetto che lo straniero, per il tempo di permanenza all’interno della famiglia, ne viene considerato addirittura membro.
La famiglia patriarcale basa la propria politica dei rapporti esterni sul buon vicinato e non su scorribande e razzie, come era usanza fare tra le altre famiglie.
Tuttavia può accadere che la famiglia venga minacciata o addirittura attaccata; attacchi che possono comportare anche l’uccisione di uno o più membri della famiglia. Qualora questa ipotesi dovesse diventare realtà, sarebbe un dovere morale dei familiari ottenere vendetta di sangue: la famiglia deve essere difesa e la vendetta fa sì che il nucleo familiare non “navighi” in balia degli altri gruppi familiari.
Volendo fornire uno “schema” delle figure di rapporto, possiamo così definire la società biblica-patriarcale:
“Io” → familiare → straniero/ospite → straniero/vicino → straniero/nemico
dove nei primi tre “gradi” si assiste ad un rapporto di solidarietà, mentre nei confronti della quarta figura si assiste ad un rapporto improntato sulla difesa.

Se fin’ora abbiamo analizzato i rapporti tra gli uomini, passiamo ora ad esaminare il rapporto tra il popolo eletto (la famiglia patriarcale) e Dio. La vita è improntata sul rapporto con Dio: un Dio che è presente in modo personale e che aspetta una risposta dal suo popolo. Dio è colui che conduce, l’uomo è colui che è chiamato a seguire. L'esperienza di fede coincide con l’esperienza dell’itineranza, del cammino.
In questo cammino Dio si autorivela non mediante definizioni, ma comunicando il proprio nome, e questa rivelazione avviene in modo mediato (Dio → profeta → popolo). Il “parlare” e l’“operare” di Dio creano tra lui e gli uomini un’intima relazione.
Il cammino sul quale Dio guida la famiglia patriarcale è la storia della salvezza: un cammino di purificazione graduale volto alla formazione del futuro Israele, che sarà chiamato “famiglia/popolo di Jahve”. La discendenza non viene dunque ridotta alla sua definizione in senso stretto, ma viene vista come dono di Dio dato in virtù dell’Alleanza.

Finita l’itineranza, con l’entrata nella Terra Promessa e la sedentarizzazione, la società biblica assume forma monarchica, ma essa si riserva non poche differenze dalla monarchia intesa in senso stretto, al punto da far assumere al ruolo del monarca non tanto la figura di colui che libera il popolo, ma di colui dal quale il popolo è liberato (si pensi che Israele si è dovuto scontrare, al suo arrivo in Canaan, con il Faraone e i re delle piccole città-stato). In questa fase il monarca non si identifica con un re glorioso, bensì con lo stesso intervento di Dio; non ci sono patti con sovrani vicini e protettori, bensì c’è il dono del patto con Jahve. Fondamentalmente il monarca non è monarca, in quanto è Jahve ad essere l’unico “Signore” d’Israele.
La necessità di un centro di potere politico è però reale: la monarchia è necessaria e fortemente richiesta dal popolo. Israele però non può (e non vuole) svincolarsi dal rapporto con Dio: al monarca sarà quindi assegnato sì il potere politico, ma improntato sull’obiettivo di far diventare il “popolo”, “popolo dell’alleanza”. Dovrà dunque essere attento alle necessità del debole e dovrà promuovere una solidarietà fraterna.
Il passaggio dall’itineranza alla stabilità causò però non pochi problemi organizzativi: tutti i simboli usati nel culto (erano legati ad una vita in movimento) vengono a mancare e la struttura statale non riesce ad essere la mediazione della presenza salvifica di Jahve, come dovrebbe essere.
Il culto, in questa situazione di sempre crescenti difficotà, assume un ruolo importante: esso è basato sull’organizzazione della vita e dello stato, è vincolato alle istanze e ai momenti salienti dei ritmi della vita. Ciò però, accompagnato dalla forte sottolineatura della legge, causa nel popolo l’associazione dell’onesto al religioso, il religioso con l’osservante del culto e l’osservante del culto con il morale. Il giusto è, fondamentalmente, colui che rispetta il culto.
La giustizia diventa la strada per una piena realizzazione della solidarietà, ma questo ideale è ben lontano dal diventare reale: nonostante la certezza della presenza e operosità di Dio il popolo continua a vivere basandosi su una logica di possesso e contesa, di divisione e di prepotenza, l’esatto contrario della logica della gratuità e fratellanza prescritta dall’alleanza.

All’interno del periodo monarchico è indispensabile per una buona analisi notare il fenomeno del profetismo. Il profeta è «interprete della traditio»1 e la sua figura diventa la rivelazione stessa della presenza operante di Dio, manifestando inoltre la necessità di una risposta da parte dell’uomo. A vincolare l’uomo non sarà la norma in quanto tale, ma la sua stretta relazione con la coscienza che si scopre essere vera, libera e responsabile. Qui non si tratta però di una libertà responsabile intesa come rivendicata, quanto più invece viene compresa nell’ottica sociale: la libertà responsabile è realmente tale quando è liberante per l’altro.

Con il Nuovo Testamento assistiamo ad una «novità che segna sia l’esperienza di fede e le possibilità di fede, sia l’esperienza morale e le possibilità di vita morale»2. La storia della salvezza cominciata con i patriarchi trova in Gesù Cristo il suo compimento, tanto da far riscoprire ai discepoli la propria identità; un’identità basata proprio sul rapporto personale con Lui e con l’annuncio della Sua risurrezione. Dopo la morte, risurrezione e ascensione di Gesù i discepoli vedono però mancare quel sostegno dato dalla presenza del Cristo in “carne ed ossa”. Un aiuto significativo che colmerà (anche se parzialmente) questa mancanza sarà segnato dalla Pentecoste, evento che consacrerà e darà consistenza al «comune condiviso ricordo» di ciascuno. «La fede dell’uno a sostegno della fede dell’altro»3. Questo vuoto sarà pienamente colmato solo con il ritorno di Gesù nella parousia.
La vita delle prime comunità dovrà quindi essere improntata sulla personale responsabilità della comunione fraterna, una fratellanza voluta dal Cristo stesso e solo in lui pienamente realizzabile. Questa fratellanza è segno della comunione con Dio e del compimento della salvezza operata da Dio e accolta dai credenti. Nel Nuovo Testamento si assiste alla rivelazione sì di Dio, ma anche di un nuovo modo di essere uomini: «i modi di vivere di Gesù sono indicazione (diciamo pure, eticamente normativa) per la risposta degli uomini»4, e ciò vale sì in senso orizzontale (nel rapporto tra uomini) ma anche in senso verticale (nel rapporto dell’uomo con Dio).
Questa novità interessa, inoltre, anche il modo di capire e vivere la Legge: «si tratta di cogliere, attraverso ma oltre la lettera della Legge, la sua indicazione di senso»5.
Ciò che nell’Antico Testamento era prescritto, in Gesù Cristo è compiuto e vissuto.
Il credente sarà dunque colui che accogliendo la relazione con Dio che gli è donata in Gesù Cristo, la prende come modello e su essa basa tutte le altre relazioni.

Per concludere dunque, possiamo apprezzare la grande influenza della religione sulla società prima ebraica e poi cristiana. L’annuncio del Vangelo non può essere ristretto ad un annuncio ideologico: esso interessa necessariamente il modus vivendi dell’uomo a cui è trasmesso. Non si può parlare di “società cristiana” senza parlare di un cristianesimo che interessi il modo di vivere concreto della collettività, che interessi anche le strutture della società. Una società realmente cristiana non può e non deve limitarsi ad un cristianesimo recluso nella classe sociale più bassa: non è solo il “popolo” a dover annunciare Cristo, ma anche lo Stato nelle sue istituzioni.

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1 Sergio Bastianel, Teologia morale fondamentale, moralità personale, ethos, etica cristiana, 71.
2 Ivi, 79
3 Ivi, 83
4 Ivi, 86
5 Ivi, 93
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