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La pretesa di verità del cristianesimo
Di David il 31-07-2017 - Ecumenismo


Il concetto di verità che ha l’uomo contemporaneo è ben espresso dalla «parabola buddhista dell’elefante e dei ciechi»1, una parabola che racconta di un re dell’India del Nord, il quale un giorno riunì tutti i cittadini ciechi e li mise davanti ad un elefante, ognuno davanti ad una specifica parte dell’animale. Questi iniziarono dunque a toccare l’elefante, ognuno la parte che aveva di fronte. Poi domandò: «com’è un elefante?», e ognuno rispose descrivendo la parte che aveva toccato. Trovandosi in disaccordo su come fosse l’elefante iniziarono a discutere e a prendersi a pugni, perché ognuno aveva toccato una parte diversa dagli altri.2
Così, oggi, viene visto anche il cristianesimo con la sua pretesa di verità: «un fanatismo particolarmente stolto, che incorreggibilmente scambia per il tutto la porzione toccata nella sua propria esperienza»3.
Ernst Troeltsch, filosofo, storico e teologo tedesco, identifica la risposta del cristianesimo con una ritrattazione della pretesa di verità che originariamente aveva, affermando che il cristianesimo è solo «il lato del volto di Dio rivolto verso l’Europa».4
Ma l’uomo contemporaneo, pur riconoscendosi cieco di fronte alla questione religiosa, non accetta questa sua condizione e cerca di uscirne: «l’uomo non può rassegnarsi a essere e restare, quanto a ciò che è essenziale, un cieco nato. L’addio alla verità non può mai essere definitivo»5.
Facendo un salto nel passato vediamo quanto illuminante sia il confronto di Agostino con la filosofia religiosa di Marco Terenzio Varrone, letterato, scrittore e militare romano di epoca precristiana. Da Varrone Dio viene visto come «anima del mondo»6 senza però ricevere alcuna forma di culto: il livello della religione e quello della conoscenza razionale si trovano su due piani totalmente distinti: la religione non si identifica come appartenente al mondo delle “cose reali”, ma a quello dei costumi; non si tratta di res ma di mores.
Nella visione di Varrone la religione è inevitabilmente distrutta dalla conoscenza, ma rimane necessaria fintanto che ha un’utilità politica. Varrone, chiamato «Doctissimo Romanorum»7 in Seneca, propone una tassonomia della teologia secondo la quale essa si dividerebbe in “teologia mitica”, “teologia naturale” e “teologia civile”.
La prima, quella mitica, è “dei poeti”, i quali usano canti e immagini artificiali per parlare degli dèi; la seconda, la teologia naturale, è “dei filosofi”, che invece ricercano la verità; la terza, ovvero quella civile, è “del popolo” che si affida ai poeti invece che ai filosofi.
Ratzinger trae come conclusione di ciò che da una parte «la teologia civile non ha alcun dio, ma soltanto la “religione”; d’altra parte la “teologia naturale” non ha religione, ma solo una divinità»8.
Agostino pone il cristianesimo, come chiaramente potevamo aspettarci, nell’ambito della “teologia naturale”, l’unica tra le due che abbia un Dio a cui poter rivolgere parola. Questa sua posizione lo pone al fianco degli Apologisti, dei “difensori” del cristianesimo del II secolo e – tra l’altro – di quanto detto da Paolo nella Lettera ai Romani. Il cristianesimo trova dunque i propri precursori non nelle religioni ma nella «razionalità filosofica»9. Il cristianesimo si pone come religio vera in virtù non del proprio fondamento su aspetti poetici e politici (inesistente), ma di quello basato sulla conoscenza. In quanto comune a tutti gli uomini, il cristianesimo non può dunque che porsi come «universale»10. È per questo che nel grande e spazioso pantheon di dèi pagani, il Dio cristiano non trova posto: la fede cristiana è vista come ricerca della verità, e dunque non adatta agli scopi che le religioni fin’ora accettate si prefissavano: non era politicamente utile, anzi era distruttiva, come ci dice Ratzinger: «la conoscenza ha un effetto distruttore sulla religione e non dovrebbe quindi essere messa sulla pubblica piazza»11

È di notevole rilevanza dunque la rivoluzione apportata dal cristianesimo: se prima il religioso non poteva coincidere con il filosofico e viceversa, ora vera filosofia è solo il cristianesimo.12
Aspetto importante che non può essere tralasciato sono inoltre le modifiche che tale rivoluzione apportò all’immagine filosofica di Dio: il Dio cristiano è veramente «natura Deus», ma «non tutto ciò che è natura è Dio»13. Dio è altro dalla natura e la natura è altro da Dio. Se prima Dio e natura erano il primo l’anima della seconda, ora si vedono totalmente distinti e separati, anche se non opposti tra loro contrastanti, come vorrebbero alcune dottrine. Questo comporta inevitabilmente un cambiamento dell’immagine di Dio, il quale diventa un Dio personale, a cui ci si può rivolgere e con cui si può parlare. È un Dio che «si è volto verso gli uomini. Non è un Dio silenzioso, proprio perché non è solo natura. È entrato nella storia, è venuto incontro all’uomo, e così adesso l’uomo può incontrarlo. Può legarsi a Dio perché Dio si è legato all’uomo»14.
Possiamo dire che il cristianesimo si pone su un altro livello rispetto alle religioni pagane. E questo è dovuto anche alla sua pretesa di ragionevolezza. Quello che Dio “comanda” coincide con quello che è già scritto nella natura umana: quello che Dio «esige»15 dagli uomini è che agiscano secondo la propria natura, che coincide con l’agire secondo la Legge.16
È proprio su questa ragionevolezza che il cristianesimo trova una solida base per essere credibile e convincente: il legame tra fede e ragione e l’orientamento dell’azione verso la carità mostrano il cristianesimo come una sorta di “religione vincente” dal punto di vista popolare, a tal punto che l’imperatore Giuliano vedendo il successo che stava riscuotendo questa “nuova religione” tentò di “cristianizzare” il paganesimo con varie modifiche della struttura gerarchica (che prima era inesistente) e con l’incarico dei sacerdoti di essere esempi di moralità e di istruire il popolo nei giorni di festa, oltre che aiutare i bisognosi.17
Quello che Giuliano voleva imitare era la perfetta sintesi tra «ragione, fede e vita»18 del cristianesimo. Ma cos’è cambiato dal tempo di Giuliano ad oggi? Perché oggi il cristianesimo non viene più identificato in questa triadica sintesi dalla coscienza moderna?
Oggi, come dicevamo inizialmente, la verità viene vista sotto l’ottica del «Latet omne verumla verità è nascosta»19; così, come abbiamo visto nella parabola dell’elefante, essa risulta raggiungibile per innumerevoli, quasi infinite vie. Come sostenne il senatore Simmaco: «Uno solo è il cielo che ci circonda: che cosa importano i vari tipi di saggezza attraverso i quali ciascuno cerca la verità? Non si può arrivare a un mistero tanto grande attraverso un’unica via»20. «Vi sono molte vie, vi sono molte immagini, tutte riflettono qualche cosa del Tutto e nessuna di loro è il Tutto»21.

Ma il cristianesimo può abbassarsi a tali concezioni? Può recludersi nell’ambito del relativo neoplatonico-buddhista? Si deve accettare la proposta di Troeltsch per cui il cristianesimo è solo la parte di Dio rivolta verso l’Europa? E oggi che l’Europa sembra rifiutarla, come risolvere la questione? Come controbattere a chi vuole eliminare la metafisica per ridurre tutto alla sola fisica, alla cosiddetta scienza esatta?

Il cristianesimo non rientra nella scienza esatta, come d’altronde nessuna disciplina che studi i rapporti tra persone, e dunque viene relegato nell’ambito del relativo. Così l’unica “teologia naturale” diventa quella della teoria evoluzionistica, che però non prevede né un Dio personale creatore (come è previsto invece dal cristianesimo, dal giudaismo e dall’islam) né un’“anima” del mondo. Il tentativo è quello di eliminare la visione cristiana del Dio creatore, liberare la cultura post-moderna da questo “concetto mitico” ormai superato. Ma se da un lato è innegabile l’esistenza di processi microevolutivi, dall’altro, come sostengono Eörs Szathmary e Maynard Smith: «Non ci sono motivi teorici che lascino pensare che delle linee evolutive aumentino in complessità col tempo; non ci sono neanche prove empiriche che ciò avvenga»22.
Ma l’uomo può fermarsi qui? La domanda sull’origine dell’universo può trovare risposta in una fredda somma di dati analizzati secondo i metodi della scienza naturale? L’uomo moderno può realmente trovare risposta a questo profondo quesito nella proposta, ad esempio, di Karl Popper secondo la quale l’umanità sarebbe solo un’insieme di «corpi fisici […] che risolvono problemi»23, una sorta di “macchine biologiche”?
La risposta di Joseph Ratzinger è definitiva: «non credo proprio»24: la questione non si può risolvere sul piano puramente scientifico né su quello puramente filosofico. La questione centrale è la seguente: «la ragione, o il razionale, si trova o no al principio di tutte le cose e a loro fondamento»25?
Il reale, il mondo è nato dal caso, da necessità che sono prive di qualsiasi forma di ragione o, come è sostenuto nel Prologo giovanneo «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος – In principio era il Verbo»? La ragione può essere frutto della non-ragione come sostenuto – ad esempio – dalla dottrina evoluzionistica, secondo la quale l’”anima razionale” (se di anima ci è concesso parlare, in ambito così strettamente scientifico) sarebbe comparsa nell’uomo per frutto di un processo evolutivo? «La ragione può davvero, senza rinnegare se stessa, rinunciare alla priorità del razionale sull’irrazionale, al Logos come principio primo?»26.
Il tentativo perpetrato oggi da molti sedicenti “scienziati” e “filosofi” è dunque quello di annientare il primato della ragione con una dottrina che tenta di negare la ragione come principio. Ma «la ragione non può che pensare anche l’irrazionale secondo la sua misura, e quindi razionalmente […], ristabilendo così implicitamente proprio il primato contestato della ragione» 27. L’attacco mosso contro tale primato, dunque, si autodistrugge.
Il tentativo è – a mio avviso – più subdolo di quel che sembra: negare che esista una ratio creatrice significa negare l’esistenza di questa stessa stessa in tutto quello che dal caso28 scaturisce. Ciò significa quindi negare l’esistenza della ragione nell’uomo, e dunque negare l’esistenza dell’anima (detta appunto “razionale”). Il tentativo di “derazionalizzare” l’universo non può che sfociare nel tentativo di “disumanizzare” l’uomo: privarlo di ciò che lo distingue dagli altri animali e quindi ad essi equipararlo: significa tentare di privarlo dell’anima.
Ma alla crudele proposta evoluzionistica del “vinca il più forte” il cristianesimo risponde con l’annuncio di un Dio compassionevole: quel Logos creatore che poteva apparire come mera «ragione matematica»29 si rivela come amore creatore.
Il cristianesimo dunque, in quanto religione ragionevole, può ambire a pretendere di essere riconosciuto come Verità. Perché se anche fosse realistica la parabola dell'elefante, i cristiani non si limitano ad avere una qualche vaga percezione di Dio, ma lo hanno sentito parlare. Il Dio cristiano, l'unico esistente, è un Dio che si è compiaciuto nel manifestarsi in nei profeti ed in Gesù il Cristo, nel quale ha gradito comunicare all'uomo la verità su di Lui.


1 J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 170
2 Cfr. H. von Glasenapp, Die funf groben Rligionen, II, 505
3 J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 171
4 Ivi., 172
5 Ivi., 173
6 Ivi., 174
7 Ci si riferisce a M. T. Varrone, chiamato così in Seneca, Helv. 8,1
8 J. Ratzinger, Volk, 270
9 J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 178
10 Ibid.
11 Cfr. Ivi., 176: «la conoscenza ha un effetto distruttore sulla religione e non dovrebbe quindi essere messa sulla pubblica piazza»
12 Cfr. Ivi., 180
13 Ivi., 181; Cfr. Agostino, De civitate Dei, 8
14 Ibid.
15 Ivi., 182
16 Cfr. Rm 2,14s. citato in J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 182
17 Cfr. J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 183-184
18 Ivi., 184
19 Ibid.
20 Ivi., 185
21 Ibid.
22 E. Szathmary, M. Smith, The mayor evolutionary transitions, in Nature, 374, pp. 227-232; citato in J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 189
23 K. Popper, Ausganspunkte. Meine intellektuelle Entwicklung, 260; citato in J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 189
24 J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza, 189
25 Ibid.
26 Ivi., 191
27 Ibid.
28 Caso=Non-Ragione
29 Ibid.
Autore: David
Un giovane studente di teologia appassionato soprattutto del periodo patristico e scolastico.
«La dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati»
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