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O Sapientia
Di Francois Feuardant il 16-12-2017 - Novena di Natale

La Novena di Natale è una pia pratica popolare che si celebra nei nove giorni precedenti la solennità del Natale. In essa i fedeli preparano la propria anima alla nascita del Redentore. Fu eseguita per la prima volta in una casa di missionari vincenziani di Torino nel Natale del 1720, nella chiesa dell'Immacolata.

O sapienza
Che esci dalla bocca dell’altissimo
E arrivi ai confini della Terra
E tutto disponi alla dolcezza
Vieni a insegnarci la via della prudenza.
L'antifona “o sapienza” è ripresa direttamente da Siracide 24, 3. Quindi sarà al brano di Siracide che dovremo fare riferimento per comprendere al meglio l’antifona trattata.
Questa sapienza appare nella pagina veterotestamentaria come personificata. Infatti leggiamo: «Io sono uscita dalla bocca dell'Altissimo e come nube ho ricoperto la terra»1. Parliamo quindi di una sapienza che è persona e possiamo riconoscere facilmente nel suo agire come tale un rimando logico alla persona del Verbo.
Qui questa prefigurazione sapienziale non è soltanto accennata, ma è esplicitata dall’uso che ne fa la liturgia. Le antifone infatti predicano qualcosa di qualcuno, cioè dicono chi è colui che sta per venire. Questa sapienza altri non è che il Verbo increato che agisce come co-creatore col Padre. «Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore»2. Ci troviamo di fronte ad un’antropomorfizzazione della figura di Dio, che è immaginato dall’autore del libro sapienziale come colui che spira la sapienza come un soffio, e nondimeno questa sapienza possiede un corpo.
La sapienza è colei che si trova in ogni luogo: come leggiamo nel libro dei Proverbi infatti essa si trova «in cima alle alture, lungo le vie, nei crocicchi delle strade, essa si è posta presso le porte, all’ingresso della città, sulle soglie degli usci»3. È presenza costante al fianco dell’uomo, quindi generata da Dio non solo al fine della creazione, ma per risiedere al fianco della creatura che Dio si è scelto per sé. Questa stessa sapienza istruisce colui che gli è affidato: «a voi uomini io mi rivolgo, ai figli degli uomini è diretta la mia voce»4. Possiamo facilmente immaginare come Adamo ed Eva, la coppia edenica, istruiti direttamente da questa sapienza che con Paolo – come già visto – abbiamo imparato a riconoscere in Cristo Verbo incarnato. E quindi questo stesso Verbo, prima dell’incarnazione, per un mirabile disegno divino era preposto all’istruzione dell’uomo. Certamente questa funzione istruttrice della Sapienza/Verbo è a maggior ragione più strettamente necessaria ora che l’uomo non è più in quella posizione di perfezione in cui si trovava prima della caduta. Ed ecco che allora l’esortazione che ci viene data è «imparate inesperti la prudenza, e voi imbecilli fatevi assennati»5. Il fine di questo insegnamento non può essere altro che non il raggiungimento del bene eterno e supremo da parte dell’uomo. Leggiamo infatti: «felice l’uomo il cui sostegno è in Te!»6 e «Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio»7, come recitiamo prima della Messa, da cui ne consegue che unico bene per l’uomo è il risiedere in Dio. Ma ora, stando il sommo bene come una realtà trascendente e a noi irraggiungibile se non per un atto di grazia proporzionale al nostro stato di finitudine, ne conseguirà che in noi nessuno potrà arrivare a tale perfezione se non è quello stesso Dio a muovere per primo verso di noi. Nessuno infatti «si eleva al di sopra di se stesso, non in senso fisico, ma in virtù dello slancio del cuore. […] Non ci possiamo elevare al di sopra di noi se una forza superiore non ce lo consente»8.
Esiste certamente una religio – per così dire – naturalis, che nell’uomo sta a significare una certa affezione d’amore per il Principio primo, ma questa è insufficiente a che avvenga quella communio perfetta che solo l’altissimo per sua grazia può concedere. Non è ardito supporre che pur nella perfezione dell’opera del creatore lo stesso primo uomo, sebbene non macchiato dal peccato, non potesse raggiungere questo bene se non per quegli insegnamenti che la sapienza impartiva, ovvero altresì era necessario ad Adamo un mediatore che fosse in grado di condurlo al fine a cui era chiamato e destinato con l’ammonimento e l’insegnamento.
Questa stessa sapienza maestra ha dovuto trovare dopo la caduta nell’incarnazione l’unico modo per poter ammaestrare e istruire l’uomo in modo perfetto, e allo stesso tempo riparare l’errore in cui la prima fra le creature era incorsa. La Sapienza che insegna è divenuta Cristo maestro. La Sapienza che media è divenuta Cristo mediatore perfetto, vittima e sacerdote ad un tempo.
Il Dio di luce, fonte di ogni esistenza e attività, pensando se stesso, e pensandosi in maniera perfetta, avendo in sé l’essere e allo stesso tempo essendo essere sovrasostanziale – come affermerebbe Boezio – non poteva che dare al proprio pensiero la stessa dignità, la stessa essenza che gli è propria. Infatti, pensando noi stessi, noi non creiamo che di noi un’immagine artefatta, o per meglio dire incompleta. Noi ci immaginiamo non per come siamo, ma per come ci appariamo. Dio invece, essendo fonte della perfezione, non può che produrre di sé un’immagine perfetta. È quindi conveniente che questa perfezione sia tale per dignità, cioè per essenza. Quando infatti leggiamo: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all'origine. Dall'eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra»9, non dobbiamo intendere una creazione che porti con sé l’azione diretta del Padre, quanto invece una generazione. Già nei tempi antichi un presbitero di Alessandria di nome Ario, indagando questo passo lo intese come se questa sapienza – che altri non è se non lo stesso  Cristo – fosse una creatura di Dio, seppur la prima fra tutte, comunque una semplice creatura. Tuttavia leggiamo anche «Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato»10.
In cosa differisce quindi la generazione dalla creazione? Quando un uomo genera da un altro uomo, il secondo ha rispetto al primo gradi di somiglianza, e – potremmo dire – anche di appartenenza; ma né la somiglianza né l’appartenenza sono date in modo perfetto, perché la perfezione non conviene all’umanità. Infatti diciamo che Dio creò l’uomo e non che lo generò, a voler sottolineare la differenza che intercorre tra l’assoluto che Dio è e l’immanente che l’uomo si trova ad essere. Quando quindi affermiamo che un uomo è generato da un altro uomo diciamo il vero, e tuttavia non esprimiamo la stessa verità né lo stesso contenuto di quando diciamo che il Padre generò il Figlio. Vero è infatti che l’uomo genera l’uomo e che il Padre genera il Figlio, ma è vero anche che l’analogia si ferma in questo caso alla semplicità del fatto che laddove era una persona, adesso ne sono due. Infatti se nella generazione di un uomo da parte di un uomo è data la divisione perfetta nella persona e nella sostanza, non così nella generazione del Figlio. All’uomo nella sua limitatezza conviene una generazione che chiami ad una limitatezza, ovvero ad una circoscrivibilità che ha nel limite il marchio del proprio limite. Ne consegue che Gesù Figlio appartenga all’essere di  Dio in maniera perfetta essendo Dio essere perfetto. Ora, il Padre è principio originante del Figlio, ma il Figlio, il Padre e lo Spirito, sono insieme principio primo, e tuttavia quando diciamo principio originante non intendiamo affermare che prima di questa origine ci fosse qualcosa per cui il Figlio – che è Sapienza – non fosse. Infatti, lo ripetiamo, la nostra mente è limitata e comprende il Dio perfetto secondo il vizio che gli è proprio, cioè il limite. Ecco che allora intendiamo generazione umana ciò che generazione umana non fu. Ma Dio, per essere realmente tale, deve essere perfetto e deve possedere quindi tutte le perfezioni che noi possiamo comprendere per analogia. Quindi come noi comprendiamo noi stessi, Dio deve poter comprendere se stesso. Come noi abbiamo di noi stessi un’immagine, Dio deve avere di sé stesso un’immagine. Ma mentre quest’immagine che io genero non è di me perfezione, l’immagine che Dio di se stesso genera deve esserlo, essendo Dio stesso perfezione. La Sapienza è quindi immagine perfetta del Padre in quanto deve essere un’immagine perfettamente adeguata. Quindi non è solo un’idea, ma è essenza. «Quando infatti penso un uomo che conosco, e che è assente, la forza del mio pensiero prende corpo in una immagine di lui, che è tale quale quella che, mediante la vista, avendo attratto nella memoria. E questa immagine nel pensiero è il verbo di quell’uomo che esprimo pensandolo. Lo spirito razionale, quando si conosce pensando a sé, ha dunque con sé l’immagine sua nata da sé, cioè ha il pensiero di sé formato a somiglianza di sé, quasi vi fosse impressa.
Ora chi potrebbe negare che la somma sapienza, in questo modo, quando si conosce dicendosi, generi una similitudine sua consustanziale a sé, cioè il suo verbo? E questo verbo, sebbene non si possa dire nulla in modo adeguato di una realtà così singolarmente eminente, tuttavia non a torto può dirsi similitudine e immagine e figura e impronta della somma sapienza»11.
Ecco allora questo verbo che è Sapienza, appunto Logos del Dio Verbo pronunciato, Verbo di raziocinio, ragione, non è altro che il mezzo perfetto con cui Dio, nel quale Dio, per il quale Dio agisce. La Sapienza è medium, poiché Cristo è mezzo. Appunto «io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante»12.
Questa Sapienza abbraccia insieme ogni estremo; infatti è detto «e arrivi ai confini della Terra e tutto disponi alla dolcezza». Cristo infatti è colui «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza»13. Colui che ricapitola, ma ricapitolando apre la strada all’oltre. La venuta di Cristo non coincide cioè in una mera ripetizione di quanto è finora avvenuto. Nel Cristo novello Adamo l’umanità non è semplicemente rinnovata e riportata a quanto era prima della caduta. Nel reditus, nel rientro Cristo chiama ad un progressum che è e non può non essere che di Dio. Non esiste infatti progresso umano, ma solo la signoria divina, nella sua infallibile grazia, è capace di contenere in sé non già gli opposti ma quelle perfezioni che vanno oltre il limite. È infatti proprio di Cristo essere l’alfa e l’omega non perché lui sia dall’inizio alla fine, ma perché di lui si possa dire è l’inizio ed è la fine. Come un’unica cosa, tanto il principio quanto la conclusione sono un unico momento metastorico in cui entrambe sono compresi. Il limite dello spazio e del tempo è superato in quanto ogni spazio in ogni tempo è presente in quel Dio che creando i cieli e la terra, ponendo gli astri del firmamento, creò i presupposti per cui l’uomo potesse dire la storia.
Nel momento dell’incarnazione, come non mai prima, questa coincidenza di ogni spazio in ogni tempo, e di tutti i tempi in un solo spazio avrà il suo più alto coronamento e la sua più piena realizzazione fenomenica nel momento della redenzione.
«E tutto disponi con dolcezza». È naturale che fra l’amante e l’oggetto del proprio amore nasca un sentimento di unicità per cui uno è per l’altro almeno quanto l’altro è per l’uno. Ciò nonostante chi più ha più è chiamato a dare. Non poteva essere altrimenti. Ecco che allora quella Sapienza proferita da Dio, quella Sapienza che agli uomini detta la via del cielo non poteva che disporre con dolcezza in virtù della propria perfezione la riparazione dell’uomo e l’esaudimento in questo del comandamento divino. «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l`anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai»14.
Ora, una donna del popolo d’Israele fra tutte aveva accolto queste parole nel proprio cuore tanto che quando l’angelo scenderà a portarle il saluto, all’incredulità umana che caratterizzò Sara – troppo vecchia a suo avviso perché anche Dio fosse in grado di darle un figlio – contrapporrà la timidezza del timor dell’Altissimo. Poiché chi «nella legge del Signore trova la sua gioia, [e] la sua legge medita giorno e notte»15 non può che comprendere l’infinita immensità e potenza di quel Dio che comandò al pelago e intimò ai flutti: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde»16.
Costei era la dolcissima Vergine Maria. Maria cresce sulle ginocchia di Anna e poi all’ombra del tempio, nella più pura e naturale osservanza dei precetti. Eppure non è questo che fa la differenza: a un altro uomo è stato dato non poco tempo prima un annuncio simile, una grazia insperata: l’arrivo di un figlio nel quale ormai non si crede più. Maria domanda all’angelo il come ciò che difetta è per la semplicità di cuore di quella donna la natura, ma non la fede; Maria con il suo espresso nella formula «eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto»17 esprime tutta la forza della fede in quel Dio capace di compiere grandi cose; che dispiega la potenza del suo braccio, rovescia i potenti, disperde i superbi ma che innalza gli umili. Zaccaria invece, colui che «officiava davanti al Signore»18, oppone una resistenza che gli è dettata dalla illogicità dell’annuncio appena ricevuto. Lui è vecchio almeno quanto Sara, sua moglie, che non a caso porta lo stesso nome di quella donna che rise dell’annuncio delle tre Persone a Mamre. La risposta di Zaccaria, la sua incredulità, sarà la causa della sua mutezza. Ora, per capire questo particolare, bisogna comprendere cosa significhi essere muto nel pensiero dell’Evangelista. Troviamo un altro passo in Luca in cui abbiamo a che fare con un uomo che non sente e non parla: «Gesù stava scacciando un demonio che era muto»19. Il male tace almeno quanto il demonio è muto a fronte del bene che parla almeno quanto Cristo che ordina. Così nella assenza di fede nulla ha da dire Zaccaria, che sarà costretto dalla sua stessa incredulità al silenzio. La sua lingua legata è il simbolo del suo occhio cieco che non sa vedere oltre l’apparente e del suo orecchio sordo che non sa udire nuove di speranza.
Israele è la storia di un grembo sterile che la fedeltà ad un Dio di indicibile grandezza ha saputo far fruttificare, ma il silenzio di Zaccaria è indicativo di una più grande sterilità: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»20.
E ancora: «Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: "Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato". Allora cominceranno a dire ai monti : “Cadete su di noi!" , e alle colline: ‘Copriteci!’ . Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?”»21. Ma andiamo per ordine: la maternità di Maria quindi è maternità di spirito e di fede prima ancora che maternità della carne. È nella fede infatti che Maria testimonia il suo essere donna nel senso più vero e profondo del termine. Domina, Signora, è questo essere donna che le permette la generazione. Ha ascoltato, ha meditato, ha lasciato che quella Sapienza che sin dalla fanciullezza le aveva parlato al cuore in lei trovasse un luogo degno come dimora, in lei assumesse la carne, in lei quella Sapienza infinita unì alla sua eterna divinità rendendola eterna un’umanità incorrotta affinché nel mistero dell’incarnazione quella corruzione fosse mutata in perfetta somiglianza. E quando innanzi al vegliardo Simeone ella ode le parole d’un profeta: «e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori»22. Ella continua a serbare queste cose nel cuore, come ha sempre fatto, meditandole con la lente di una fede matura; e al primo parto senza dolore ella arriverà alla prova dei fatti sulla collina del Gòlgota, dove quanto fino ad allora sapientemente contemplato nei misteri dell’anima sarà palese; sarà il parto nella morte di croce del Figlio.
Eppure Maria pur nella sua perfezione e immacolatezza che la contraddistinse fin dal concepimento del grembo di Anna sua madre fu certamente eletta fra tutte le donne per essere la madre di Dio, essa non ricopre una posizione migliore rispetto alla nostra. Quella grazia particolare infatti che la rese redenta dal figlio prima del tempo è la medesima di cui anche noi godiamo. Infatti nel battesimo, morti e risorti assimilati in Cristo, ci è tolta ogni macchia del fallo di Adamo e ci si schiudono le porte della beatitudine eterna, se come Maria – e qui sta la sua grandezza – sapremo dire un alla Sapienza che ci si rivela, imperituro e senza crolli, capace di condizionare e di rimanere tale in ogni aspetto della nostra vita. Mirabile quel disegno provvido che volle vedere la fanciulla che la bontà divina s’era scelta come dimora, salir le scale di quel tempio e arrivar fino al velo di quell’arca a cui un imperscrutabile disegno della grazia l’avrebbe resa simile. Infatti diceva l’angelo: «lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio»23.
E come avvenne l’ingresso di Dio nel tempio? «La nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube»24. Ora, se a costruire il tempio fu quel  Salomone riconosciuto da tutti come l’esempio della sapienza umana e quello stesso Salomone finì per circondarsi di donne straniere ed adorare idoli falsi suscitando l’ira divina. Se dunque questo è detto sapientissimo, cosa si dovrà dire di quella donna a cui Dio non concesse di erigere un tempio, ma scelse come tempio? Se finora l’onore di ospitare il trono di  Dio era stato dell’arca, null’altro che legno di acacia ed oro, ora il trono di Dio è posto in una donna ed è posto a motivo della sapienza e del timore che quel sapere suscita, contrario a quel timore è la superbia che rende muti, la superbia di un vecchio che crede di poter concepire i piani di Dio, la superbia di un demone che non riesce a dire altro di fronte a quella sapienza fatta carne che gli ordina di andarsene come un tempo ordinava per l’orbe terracqueo gli elementi e le specie. «O Sapienza che esci dalla bocca dell’altissimo e arrivi ai confini della Terra, e tutto disponi con dolcezza, vieni ad insegnarci la via della prudenza» prudenza che è preveggenza, preveggenza che è arte di prevedere. Donaci d’esser profeti quali nel battesimo siamo stati costituiti e ad essere obbedienti per quel timor di  Dio che è principio d’ogni bene, a fuggire la sapienza che ci viene non dalla preveggenza né dalla fede, ma dalla superbia d’una pretesa somiglianza con colui che tutto vede, in modo da poter esclamare, con Paolo:
«Non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti:
Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l'intelligenza degli intelligenti .
Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini»25

1 Sir 24, 3

2 1Cor 1, 30-31

3 Pr 8, 4

4 Pr 8, 5

5 Pr 8, 6

6 Sal 83, 6-7

7 Sal 43, 5

8 Bonaventura, Itinerarium, cap. I, 1

9 Pr 8, 22-23

10 Sal 2, 7

11 Anselmo, Monologion,  XXXIII

12 Pr 8, 22-23

13 Col 2, 3

14 Dt 6, 4-7

15 Sal 1, 2

16 Gb 38, 11

17 Lc 1, 38

18 Lc 1, 8

19 Cfr. Lc 11, 14

20 Mt 23, 37-39

21 Lc 23, 29-31

22 Lc 2, 35

23 Lc 1, 35

24 1Re 8, 10-11

25 1Cor 1, 17-30

Autore: Francois Feuardant

O Adonai
Di Francois Feuardant il 17-12-2017 - Novena di Natale
La Novena di Natale è una pia pratica popolare che si celebra nei nove giorni precedenti la solennità del Natale. In essa i fedeli preparano la propria anima alla nascita del Redentore. Fu eseguita per la prima volta in una casa di missionari vincenziani di Torino nel Natale del 1720,
«La dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati»
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