Home| Chi siamo| Letture| Media| Contattaci
TEOLOGIA SCIENZE

SOMMA TEOLOGICA

Home > Teologia
O Adonai
Di Francois Feuardant il 17-12-2017 - Novena di Natale

O Adonai,
e condottiero di Israele,
che sei apparso a Mosè tra le fiamme,
e sul Sinai gli donasti la legge:
redimici col tuo braccio potente.
O Adonai, è con questa solenne apostrofe che siamo invitati al canto del magnificat. Adonai, è questa la formula che pei padri sostituiva il sacro tetragramma che solo una volta all'anno e nella più sacra delle festività veniva pronunciato dal Sommo sacerdote che rivestito di candidi lini, officiato il sacrificio, varcata la gran cortina del tempio, offriva libagioni  aspergendo il coperchio dell'arca, il propiziatorio, con il sangue della vittima sacrificale.
Nel compiere il solenne rito, non udito da voce umana, rammentava a Dio quel Nome che Mosè udì sul Sinai e con quello rinnovava i termini dell'alleanza fra il Nume e il popolo che fra tutti Egli si era scelto.
Tanto è ritenuto sacro questo nome che ancora oggi i giudei quando vogliono far riferimento al tetragramma usano chiamarlo HaShem, appunto Il Nome, il nome per eccellenza.
Il termine Adonai lo possiamo tradurre con Signore e tuttavia questa parola che deriva dal fenicio ha la particolarità di essere al plurale come l'altro termine che si usa per indicare Dio cioè E-lohim e quindi entrambi andrebbero resi per coerenza alla forma grammaticale che gli spetta con i Signori.
Singolare che un popolo che del monoteismo monolitico di Dio ha fatto la sua bandiera e la sua caratteristica principale non riesca a trovare un modo per esprimere anche nel linguaggio comune questa assoluta monadicità.
Il termine Adonai non è inoltre privo di una certa colorazione affettiva, indica il possesso e quindi ogni volta che viene pronunciata implicitamente il pronunciante sottolinea un rapporto di reciprocità, di relazione: Adonai, mio Signore, non semplicemente l'unico esistente fonte di ogni esistere ma principio primo che si pone come relatore con l'orante che lo supplica, che lo invoca e che egli chiama e istruisce come abbiamo avuto modo di vedere nell'antifona precedente.

Leggi anche O Sapientia

Tuttavia è da notare che questo termine è assai poco consueto nella pagina veterotestamentaria, compare per la prima volta nel libro dell'Esodo dove leggiamo: «io sono il Signore! Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi son manifestato a loro»1. Ad Abramo ed ai grandi patriarchi prima di Mosè il nome di Dio non era conosciuto, il tetragramma viene rivelato in un momento preciso della storia di Israele, nel momento della schiavitù in terra d'Egitto, un momento quindi estremo dolore e vulnerabilità. Capiamo quindi fin da subito che il modo migliore per comprendere i misteri a cui l'antifona di oggi ci introduce è indagare il libro dell'Esodo e scorgere come quel nome che fu taciuto e che rimase incompreso e sconosciuto per i padri è invece fatto conoscere a noi nella grazia di colui di cui celebriamo la venuta.
L' HaShem è rivelato per la prima volta a Mosè sull'Oreb dove un roveto pur avvolto dalle fiamme brucia eppur senza consumarsi e rivela  «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe»2,e ancora: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora và! Io ti mando dal faraone. Fa uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!»3. Con queste parole Mosè è insignito del mandato di messo terreno del Dio altissimo. Conviene soffermarsi per breve tempo su questo episodio che pure costituisce il centro della Antifona di oggi.
L'ascesa all'Oreb di Mosè, la salita di un uomo sul monte dove Dio gli si rivela, costituisce un modello sempre uguale a se stesso eppure non per questo sminuito dalla ripetitività topica che gli è propria. Già Abramo salì sul Moria e sarà ancora Mosè a dover ascendere alla vetta del Sinai per ricevere la Legge. A queste salite s'aggiungano quelle della folla dei discepoli per udire il Mestro ammaestrar l'umanità sulle beatitudini, quella degli apostoli sul Tabor e certamente quella dell'umanità assunta dalla divinità in Cristo, sotto il peso della croce, sull'altura del Golgota.
La montagna è a tutti gli effetti il tempio acheropita potremmo dire. Se Iddio abita i cieli scalare la montagna esprime la volontà di avvicinarsi alla divinità, l'uso del tempio nella forma dello Zigurat mesopotamico quanto nelle civiltà delle antiche americhe, il tiburio dei grandi monasteri e le cuspidi gotiche delle cattedrali non sono altro che l'espressione di questa volontà. È nelle altezze che l'uomo ricerca per analogia l'altissimo, «alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore. Egli ha fatto cieli e terra»4. il monte è il luogo in cui l'asse orizzontale si curva, si spezza e con forza vira verso la volta dei cieli perché «i cieli sono i cieli del signore,ma ha dato la terra ai figli dell'uomo»5 e quest'uomo, unica creatura che Dio si è scelta fra tutte, ai cieli sa di essere chiamata, per i cieli sa di essere creata e quale dunque può essere la preghiera dell'uomo se non la richiesta di ricevere la grazia di veder restaurato quanto col la colpa d'Adamo era andato perduto se non «Manda la tua luce e la tua verità; mi guidino esse e mi conducano al tuo santo monte e al luogo della tua dimora»6.
Ma il Mosè a cui siamo di fronte non è l'uomo in cerca del proprio Dio è piuttosto l'uomo rilassato sulla mediocrità di un quotidiano sempre uguale a se stesso e dimentico dei Cieli, un uomo incapace di pensarsi immagine di un Dio e chiamato a somigliargli, un uomo pio forse ma non un uomo di Dio. Ecco cosa dice la scrittura «Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb»7. conosciamo come le sacre scritture non concedano molto spazio alla fantasie di menti avide di particolari e dunque ogni particolare non è mai teso a soddisfare una curiosità quanto piuttosto a significare qualcosa, ecco dunque che è detto «oltre al deserto», ora quale pastore porta il proprio gregge a pascolare nei deserti? e a quale scopo lo farebbe? Se dunque manca un senso logico a quel che leggiamo altro deve essere il significato delle parole udite cos'è dunque il deserto? È luogo «grande e terribile, pieno di serpenti velenosi e di scorpioni, terra arida, senz’acqua»8 e ancora «paese di solitudine e di crepacci . . . un paese di siccità e di ombra di morte»9; è il luogo della tribolazione e della solitudine non a caso dopo essere sceso nel Giordano per ricevere il Battesimo lo stesso Redentore «fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo»10 perché è lì che abita il nemico e «quando lo spirito immondo esce da un uomo, si aggira per luoghi aridi»11. Il deserto è quindi il luogo dei destini mediocri.
dopo aver detto che pascolava le gregge nel deserto continua poi, «arrivò al monte di Dio». In questa azione non c'è alcuna volontà di ricerca, nessuna volontà d'ascesi, non l'uomo ha responsabilità su quanto accade, «né la carne né il sangue»12 rivelano a questo pastore cosa fare, nulla se non quel «Padre [...] che sta nei cieli»13 e che ancora non si è fatto conoscere come tale.
Qui Mosè si imbatte in un rovo che arde e non si consuma, pensò allora «voglio avvicinarmi a vedere questo spettacolo, perché il roveto non brucia?»14.
Il sentimento che domina la scena è la meraviglia, il tedio fallimentare in cui è abbandonato è rotto da questa cosa nuova e inspiegabile. Il roveto è avvolto dalla fiamma, da una fiamma particolare, un fuoco divino. Ora è facile capire come l'arbusto e quale arbusto, dato che nulla in se ha di nobile ma anzi, informe e sgraziato il rovo è incapace di sostenersi e di crescere verso l'alto e si appiattisce a terra se non trova un sostegno, ebbene questo rovo è sia immagine e prefigurazione, immagine in quanto rappresenta quel che l'uomo è nel suo stato d'essere, dimentico della somiglianza e incapace di elevarsi senza l'aiuto di chi può operare una simile ascesi; è poi prefigurazione perché anticipazione di un futuro senza morte simboleggiata da quel che fuoco arde ma non consuma. Non è caso che l'intelligenza della Chiesa ha rivisto in questo fatto la mirabile prefigurazione di un fiore, il più eletto, che immarcescibile, osannato dall'ave delle angeliche schiere contenne l'incontenibile e non fu distrutto, specchio d'ogni beatitudine.
Dunque  la visione di Mosè è visione di quel che l'uomo è dopo aver scelto la Morte  e di quel che l'uomo è chiamato a tornare, dimora dello Spirito. Se l'uomo fosse stato in grado di comprendere questa verità che la Sapienza mirabilmente poneva innanzi a Israele nella parole di Mosè e davanti agli occhi di questo, non sarebbe stata necessaria la legge del Sinai. Quel fuoco che sigillò sul Sinai la legge e dette una norma divina a Israele è il medesimo che ardeva all'Oreb e che discese sugli Apostoli nel cenacolo, lo stesso che infiamma i cuori dei credenti e che non fu capito allora come noi siamo in grado di comprenderlo oggi e che quindi immanifestato agli uomini pur non si ritirò dal mondo ma sempre vi rimase ora conosciuto o velato perché un giorno potesse venire il Figlio di Dio a camminar fra gli uomini e a dire «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già accesso!»15. Per chi non comprese l'Oreb si fece necessario il Sinai, perché se non arde nei  cuori la Fiamma dello Spirito allora sarà questa stessa Fiamma a far sorge una legge fissa come la pietra che sia giogo soave per i giusti e freno agli empi.
Leggiamo oltre «Mosè disse a Dio:-Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?-Dio disse a Mosè: -Io sono colui che sono!-. Poi disse: -Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi-»16.
L'enciclopedia giudaica afferma che si può di buon grado accettare la formula di pronuncia corrente dell'HaShem e dè traducibile con Io sono o con Io sono colui che sono, mentre la settanta, la grande traduzione dell'Antico Testamento avvenuta in ambito  alessandrino ad opera appunto di settanta sapienti ebrei, rende il Nome con Io sono l'essente. Tuttavia non si può negare, a detta di molti rabbini, un altro significato e cioè non quello di un affermazione ma di una promessa e cioè io sono colui che mostrerò di essere.  Ora essendo Dio eterno ed essendo ogni tempo in Dio e ancora essendo Dio salvatore perfetto e cioè di ogni uomo da che la salvezza è universale ne consegue che egli ad ogni uomo mostrerà di essere quello che è. Infatti noi, essere finiti e limitati, tentiamo di comprendere Dio secondo quelle categorie che ci sono proprio, cioè secondo il limite, ma Dio non ha limite. Quando diciamo che Dio è eterno comprendiamo questa eternità secondo il limite e cioè limitata e cioè come uno svolgersi del tempo da un passato che non è più ad un futuro che non è ancora. In Dio tale bidirezionalità del tempo è certamente compresa, dal momento in cui la persona del Verbo ha fatto irruzione nella storia incarnandosi ma allo stesso tempo Dio è Signore del tempo nella dimensione in cui in Lui si coglie l'attimo eterno ed ogni attimo in Dio è eterno e assoluto in quanto in Lui è presente ogni attimo. Dio vive l'eternità almeno quanto è eternità. Il tempo misurabile non è applicabile alla divinità, Dio vive un eterno immutabile presente senza inizio e senza fine, così infatti scrive il profeta: «Non lo sai tu? Non l'hai mai udito? Il Signore è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile»17.
Se dunque si rivela Dio nella sua opera di liberazione dalla schiavitù degli ebrei dall'Egitto come di ogni uomo dalle tenebre del peccato e dall'orrido della morte quest'azione è compiuta una volta e per tutte almeno quanto si apre ad essere nuova per ogni uomo  e in ogni tempo.
Il Dio che si presenta all'Oreb, se volessimo intendere in senso metafisico il nome che Dio rivela, esprime in una forma dinamica il dinamismo che lo caratterizza nel senso di essere presente, aver luogo, manifestarsi, accadere, divenire. Il fatto che l'ebraico in più abbia la stessa forma per esprime presente e futuro rende la formula rivelata a Mosè ancora più problematica da rendere nella traduzione almeno quanto affascinante e vicina a ciò che Dio è nella sua infinita trascendenza.
Ciò che colpisce Dio è la miseria del suo popolo in terra d'Egitto, popolo di cui è Dio e col quale ha stretto un alleanza, Egli ha udito il grido di dolore che si è levato da Israele e ora manda Mosè a consegnare l'ultimatum al faraone, a mediare la liberazione non Mosè guida il popolo ma Dio infatti «Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte»18 e «Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in Lui»19 perché è con braccio potente che Iddio guida il suo popolo.20
Israele, ancora bambino, non sapeva guidarsi da se e non sapendo cosa volesse dire essere libero tradì il Signore, spenta nei cuori la fiamma dell'Oreb si fece necessaria quella del Sinai e quelle leggi che la mente corrotta dalla concupiscenza non sapeva ritrovare nei cuori fu scritta su tavole di pietra. E sapendo Iddio che quel popolo ancora lo avrebbe tradito istituì un sacerdozio che potesse espiare la colpa. Aronne e la stirpe di Levi sarebbero stati la fonte del perdono perché quel popolo che aveva tratto dalla schiavitù e a cui aveva donato una terra non rimanesse colpevole in eterno.
Mosè tradusse quindi il popolo dall'Egitto al Sinai fino a vedere le sponde del Giordano ma per una  disobbedienza commessa contro la volontà divina non gli fu data la grazia di entrare nella terra che il Signore aveva preparato per il suo popolo. A guidare il popolo oltre il fiume che dall'Hermon scende fino al Tiberiade e quindi al Mar Morto.
Come abbiamo già detto le antifone predicano qualcosa di Cristo e siamo quindi chiamati ad interrogarci su cosa volesse dire chi le compose con questo tema, cosa ci volesse indicare e quali paralleli volesse trarre. Il tema è vasto e non potremo trattarlo che marginalmente.
C'era un uomo, figlio di un certo Giacobbe, sposo di fanciulla di nome Maria21 il quale discendeva dalla stirpe di Davide ed era un uomo giusto22. ora capitò a quest'uomo che Maria, sua moglie si trovasse in cinta per opera dello Spirito Santo. Come Mosè anche Giuseppe non ha chiesto alcuna grazia, non ha cercato alcuna particolare rivelazione, non è un profeta né un asceta, vive semplicemente la sua vita e inciampa in Dio c'è tuttavia una differenza, di uno infatti la scrittura ci dice che peregrinava nel deserto, il luogo della mediocrità, mentre di Giuseppe è detto che era uomo giusto ed è con questa formula che i giudei chiamano i santi, giusti innanzi a Dio. Proprio come Mosè fu chiamato ad essere duce del popolo d'Israele per scortarlo fuori dalla terra d'Egitto così sarà di Giuseppe che dovrà scortare una donna di quella stirpe e il Figlio di lei verso la terra da cui erano fuggiti i padri, ricalcandone le orme in un percorso a ritroso per sfuggire alle persecuzioni del perfido Erode. Giuseppe fu beato perché ebbe la forza di credere Mosè no. Abbiamo accennato alla disobbedienza di Mosè ed è ora opportuno riportarne qui i passi per rendere giustizia all'equivalenza che si pone in atto fra questi due uomini e allo loro sorte che similissima nelle forme non poteva che essere più distante nella sostanza. Il Signore disse infatti a Mosè:
«-Prendi il bastone; tu e tuo fratello A>ronne convocate la comunità e parlate a quella roccia, in loro presenza, ed essa darà la sua acqua; tu farai sgorgare per loro acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame-. Mosè dunque prese il bastone che era davanti al Signore, come il Signore gli aveva comandato. Mosè e Aaronne convocarono l’assemblea di fronte alla roccia e Mosè disse loro: -Ora ascoltate, o ribelli; faremo uscire per voi acqua da questa roccia?- E Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il suo bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; e la comunità e il suo bestiame bevvero. Poi il Signore disse a Mosè e ad Aaronne: -Siccome non avete avuto fiducia in me per dar gloria al mio santo nome agli occhi dei figli d’Israele, voi non condurrete quest’assemblea nel paese che io le do-»23
a un lettore attento non sarà sfuggito un particolare; Dio chiede di Ordinare alla pietra di far fluire le acque ma Mose la colpisce con un bastone come se  nel bastone risiedesse il potere e non bastasse la promessa di Dio. Come abbiamo detto questo gesto costa a Mosè l'ingresso nella terra promessa e morirà infatti prematuramente ma anche Giuseppe sparisce assai rapidamente dallo scenario dei Vangeli e abbiamo detto che nonostante alcune vicinanze la distanza fra le due figure non poteva non essere maggiore, il primo infatti era uomo senza speranze, il secondo pio, quello disobbedì mentre questo fu obbedientissimo. Che è dunque?
Se a Giuseppe non fu dato come a Maria di vedere in sorte quel che toccò a Maria fu per premio e non per pena, volle infatti Iddio, nella sua infinita misericordia, preservare l'uomo che era stato come un padre per suo Figlio dallo strazio del Golgota. Non solo, da sempre la chiesa ammira nel roveto ardente la prefigurazione del concepimento verginale di Cristo, in questa infatti il Verbo trovò dimora e da questa nacque -oh mistero ineffabile a dirsi per cui tacciono i sofismi dei sapienti e si rivela  di Dio la grandezza- senza che fosse lesa la verginità. Di Maria infatti fu verginale il concepimento, il parto e la vita dopo di questo. In entrambi la contemplazione del mistero suscitò meraviglia, in quello il mistero fuoco che arde e non consuma e per questo il fatto del Verbo che si incarna nel seno di una vergine gravida ad opera dello Spirito santo ma di fronte a tanta meraviglia diverse furono le reazioni, se Mosè chiese le regioni a Giuseppe bastò il sogno d'un angelo e quindi compì il suo dovere in obbedienza e fu Defensor Domini scortando quella fanciulla che la grazia divina aveva eletto come arca della nuova alleanza aldilà del giordano e quindi nuovamente in Israele e in tutti questo mai peccò contro il signore tanto che quel che si predica di Maria si può dire di Giuseppe infatti dice Francesco di Sales «Non dobbiamo per nulla dubitare che questo santo glorioso abbia un enorme credito nel Cielo, presso Colui che l'ha favorito a tal punto da elevarlo accanto a Sé in corpo e anima. Cosa che è confermata dal fatto che non abbiamo reliquie del suo corpo sulla terra. Così che mi sembra che nessuno possa dubitare di questa verità. Come avrebbe potuto rifiutare questa grazia a Giuseppe, Colui che gli era stato obbediente tutto il tempo della sua vita?»24 e «Così piamente noi possiamo credere»25. Infatti «quelli che Dio elegge a qualche compito, li prepara e li dispone in modo che siano idonei ai loro doveri»26 e «una eccelsa missione, affidata immediatamente da Dio per un fine divino, reclama una santità proporzionata»27. Ora ne consegue che essendo Giuseppe al pari di Maria chiamato a ricoprire il ruolo genitoriale ed avendolo ricoperto in modo eccellentissimo sia altrimenti convenientissimo che egli goda la stessa sorte e che cioè sia in cielo assunto in anima e corpo. Infatti egli conosceva in terra la perfetta divinità del Figlio e nutriva con il frutto del lavoro la sua perfetta umanità, godeva cioè in terra di quella visione beata di cui godranno l'anime dopo la resurrezione. Ora poiché è indubitabile che egli si trovi ammesso al cospetto dell'Altissimo ed essendo l'anima separata dal corpo in uno stato di imperfezione a cui solo la restituzione di questo può porre rimedio, ne consegue che egli non godrebbe in Cielo di quel Bene di cui godeva in terra. È dunque necessario che il castissimo sposo di Maria vergine sia in cielo coronato di eguali splendori e meriti onde l'acclamiamo come patrono universale della sposa di Cristo cioè la Chiesa.
Se ci siamo brevemente dilungati sulla grandezza dell'unico uomo che gli evangeli dicono essere giusto fra gli uomini è perché mai si cesserà di cantarne le lodi e perché così poco spesso lo si sente osannato per quel che è, uno cioè dei più fulgidi esempi di santità che la grazia divina abbia posto innanzi a noi.
Morto Mosè le redini passarono a Giosuè come del resto avvenuto il beato transito di Giuseppe  cominciò la missione pubblica di Gesù ora non sfuggirà ai più che il nome di Giosuè e quello di Gesù sono in realtà identici, entrambi muovano dalla stessa parola: Yehoshua e infatti Giosuè ha un preciso valore tipologico: esso prefigura e preannuncia la persona e l’opera di Gesù Cristo. 
«Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè: -Mosè mio servo è morto; orsù, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso il paese che io do loro, agli Israeliti-»28 la missione di Giosuè comincia al Giordano, è qui che riecheggia la voce del comando divino a conquistare una nuova terra ed è qui che quella stessa voce udranno gli israeliti quando vedendo aperti i cieli sopra un uomo di poco più, poco meno di trent'anni ascolteranno l'annuncio: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto»29. è la scena del battesimo e da ora fino al Golgota Gesù predicherà il Regno e il riscatto dalla schiavitù. Se infatti Mosè era mediatore per Dio del riscatto del popolo dalla cattività egiziana Cristo, mediatore perfetto, libera la corrotta umanità dalle insidie del peccato e dalla morsa della morte che l'uomo si è addossato come conseguenza del fallo primigenio. Se tuttavia Mosè discendeva dal monte portando fra le braccia una legge che non da lui traeva l'autorità ma da quel dito di fiamma che l'aveva impressa su pietra Cristo è da se che trae la ragione di quel che dice: «Avete inteso che fu detto [...] ma io vi dico»30 da dove dunque il Cristo trae questa autorità? È la stessa domanda che si ponevano i farisei vedendolo operare di sabato e vedendolo cacciare demòni senza invocare l' HaShem. Se non invoca Dio «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni»31.  Di fronte a questo fatto bisogna chiedersi chi sia quest’uomo, quale sia la sua autorità, il suo agire domanda spiegazione e suscita il discernimento dello spirito.
 Gesù visibilmente non lascia indifferente nessuno tra chi lo incontra ma bisogna riflettere sul fatto che o viene da Dio o viene da Belzebul. Il suo agire mostra qualcosa che va oltre l’umanità comune.
Egli si esprime usando la prima persona, il suo è un imperativo ed è lui il soggetto imperante. Agisce e parla come se trovasse in se stesso la fonte dell'autorità, in Lui il divino appare immediatamente accessibile. I gesti con cui accompagna la parola e la parola stessa che diviene performativa, sacramentale. Egli realizza quanto dice e possiamo a ragione immaginare lo scandalo del pio ebreo che lo osserva e non trova ragione di quanto accade e a cui riecheggiano nelle orecchie le paro le del salmo «manda sulla terra la sua parola, il suo messaggio corre veloce. Fa scendere la neve come lana, come polvere sparge la brina. Getta come briciole la grandine, davanti al gelo chi può resistere? Manda una sua parola ed ecco si scioglie, fa soffiare il vento e scorrono le acque. Annunzia a Giacobbe la sua parola, le sue leggi e i suoi decreti a Israele»32
A partire da ciò Israele può capire che in lui c’è più della sapienza Salomone, della forza profetica di Giona, dell'ammonizione e della grandezza d'Elia, della capacità di Mosè, eppure si sa che lui viene da Nazaret, si conosce la sua famiglia. E quindi davanti a quest’uomo rimane la doppia possibilità: o è un profeta che agisce in nome di Dio o è un seduttore ingannatore.
Interrogarsi di fronte a Cristo è un fatto doveroso, lo fu per Mosè di fronte al roveto e per Giuseppe all'annuncio di una gravidanza più che mai inaspettata. La meraviglia deve suscitare il discernimento. Cristo non può essere compreso senza meraviglia, senza scandalo ed è quello che pensarono i giudei.
Infatti se Egli non solo interpreta la legge ma la crea, la possiede e la rinnova chi è?  Si presenta come la Torah vivente, ed è qui che alberga lo scandalo. Opera di sabato contro il precetto e chi abolisce il precetto o è il legislatore che lo creato o è un riottoso che si pone in contrasto con l'autorità. Gesù è sovrano rispetto al sabato, relativizza o annulla certe prescrizioni e si sostituisce alla Legge perché adesso la via della salvezza è seguire Cristo, Egli non è venuto ad abolire «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento»33. In cosa dunque contempliamo il compimento se non in colui per il quale tutto è stato fatto e  «senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste»34. Ora se chi pone compimento ha la stessa autorità di dette principio ne consegue che essendoci per noi «un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo»35 «Poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui»36 ne consegue che colui che si presenta come legge e che ha potere sul sabato sia egli stesso il Signore del sabato che suscitò la Legge.
Che dire poi del fatto che Egli domina a braccio teso? Già si sa quale trono si scelse il redentore del mondo e quale corona.
Gesù è infatti il vero e l'unico redentore «in lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia»37. Il momento supremo  in cui il Cristo, prefigurato da Giosuè, ci conduce alla vittoria sul peccato e sulla morte è la redenzione e la croce. È lì che a  braccio steso Dio fatto uomo manifesta una potenza incomprensibile all'umana ragione. È alla croce che pendono legati come trofei i trionfi vinti nell'agonia del Getsemani. Là trova il suo vero ed unico significato il verso citato nell’antifona. Il braccio che potente si levò contro il faraone, e quella forza di cui ebbero a dire i sacerdoti dell'empio Egitto «ecco è il dito di Dio» (esodo 8 15)  è divenuto per la nostra salvezza il braccio del Figlio teso sul legno della croce come ebbero a notare  Sant'Ireneo38 e S. Ippolito39. È il braccio del Figlio a stabilire  la salute dell'umano genere, lo stesso braccio che operava grandi cose risanando i malati, ridonando la vista ai ciechi e la parola ai muti; colui che passava per i villaggi  sanando e benedicendo. É quel potere che si dispiega lungo tutto il corso della parentesi terrena del cristo a operare la grazie della liberazione dalla schiavitù della malattia, della possessione e della morte40. É il braccio affisso sulla croce, penetrato dai chiodi, offeso dai flagelli quello che cantiamo nel Magnificat41 là dove a Maria fu dato di  riconosce l’opera potente di Dio che la rese madre dell'unigenito a noi è concesso di comprendere a quale prezzo fu pagato il riscatto della nostra redenzione.
È per il sangue che stillerà da quei fori, è per quelle ossa tese sul nudo legno d'una croce che possiamo dirci frutti d'un agire fecondo che genera vita.
È nel Figlio crocifisso che si rivela la grandezza incommensurabile dell'opera redentrice d'un Dio incomprensibile alla mente umana.
Ecco dunque la legge rivelata agli uomini, ecco allora il vero condottiero d'Israele. Detto ciò non resta che aggiungere un solo particolare, a Maria aveva predetto l'angelo: «Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio»42 e a Giuseppe: «lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»43. Gesù, il nome invocato dai discepoli che invocano la salvezza, accompagna il Cristo per tutta la sua missione terrena e sarà così in sul Golgota; «Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: -Gesù il Nazareno, il re dei Giudei-»44. L'evangelista riporta poi questo lamentela da parte di alcuni ebrei: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei»45. un simile atteggiamento si spiegherebbe con il tentativo di voler puntualizzare che Israele non ha alcun re ora e che la colpa di Cristo era semmai quella di prendere per se stesso un titolo simile. Eppure c'è forse di più, come abbiamo già detto le Scritture sono povere di particolari
e quindi è da tenere in considerevole attenzione il fatto che Giovanni sottolinei che la frase sul cartiglio o Titulus della croce, la tavoletta cioè che riportava la causa della condanna e le colpe del reo fosse in latino, greco e ebraico. Gli ebrei si trovavano quindi difronte alla scritta ישוע הנוצרי ומלך היהודים (Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim), se prendiamo in considerazione le lettere iniziali della frase avremo  יהוה , ci troveremmo cioè a contemplare sulla cima della croce il tetragramma YHWH,  l'HaShem, e tutto ciò alle soglie della Pasqua.  L'evangelista non da altri dettagli e  forse questa rimane una semplice suggestione, quello che c'è di vero è che le scritture attribuiscono a quel nome un valore salvifico, alzi il valore salvifico per eccellenza. Quanto era attribuito al nome rivelato all'Oreb viene ore detto di Cristo tanto che Paolo può affermare che «Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli in terra e sotto terra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre»46.


1 Es 6, 2-3

2 Es 3,6

3 Es 3, 7 ss

4 Sal 120,121 1,2

5 Sal 114,16

6 Sal 43,3

7 Es 3,1

8 Dt8,15

9 Ger2,6

10 Mt  14,1

11 Mt  12,43

12 Mc 16, 17

13 Ibid.

14 Es 3, 3

15 Lc 12,49

16 Es 3, 13-14

17 Is 40, 28

18 Es 13, 21-22

19 Es 14, 31

20 Cfr. Dt 5,15; 9,29; 26,8; Ger 32,21; 2Re 17,36

21 Cfr. Mt 1,16

22 Cfr. Mt 1,19

23 Nm 20 7-12

24 Francesco di Sales, citato in Vittorio Messori, Ipotesi su Maria, Edizioni Ares, Milano 2005, 383.

25 Parole pronunciate in Laterano il 26 maggio 1960 da San Giovanni XXIII

26 Summa theol., III, q. 27, a. 4

27 Réginald Garrigou-Lagrange, in “Angelicum”, n. 5, aprile-giugno 1928

28 Gs 1, 1.2

29 Lc 3, 22

30 Mt 5, 38-39

31 Lc 11, 15

32 Sal 147, 15-19

33 Mt 5, 17

34 Gv 1, 3

35 1Cor 8, 6

36 Col 1,16

37 Ef 1,7

38 Cfr. Ireneo, Adversus Haereses, V,17,4

39 Cfr. Ippolito, Traditio Apostolica

40 Mc 1,41

41 Lc 1,46-55

42 Lc 1 35

43 Mt 1, 21

44 Gv 19, 19

45 Gv 19, 20

46 Fil 2 9,11

Autore: Francois Feuardant

O Sapientia
Di Francois Feuardant il 16-12-2017 - Novena di Natale
O Adonai, e condottiero di Israele, che sei apparso a Mosè tra le fiamme, e sul Sinai gli donasti la legge: redimici col tuo braccio potente.***AD***O Adonai, è con questa solenne apostrofe che siamo invitati al canto del magnificat. Adonai, è questa la formula che pei padri

O Radice di Jesse
Di Francois Feuardant il 18-12-2017 - Novena di Natale
O Adonai, e condottiero di Israele, che sei apparso a Mosè tra le fiamme, e sul Sinai gli donasti la legge: redimici col tuo braccio potente.***AD***O Adonai, è con questa solenne apostrofe che siamo invitati al canto del magnificat. Adonai, è questa la formula che pei padri
«La dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati»
Articoli recenti
O Rex
O Oriens
O Clavis David
O Radice di Jesse
La via dei Sacramenti: l'Augustissimo Sacramento
Info
Teologia Spicciola non rappresenta una testata giornalistica n da considerarsi un mezzo di informazione o un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001. Gli articoli sono protetti da licenza Creative Commons.
Licenza Creative Commons
Copyright Teologia Spicciola. Tutti i diritti riservati.