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Novena di Natale

O Radice di Jesse

Francois Feuardant / 18 Dec, 2017
O Radice di Jesse,
che stai come una bandiera per i popoli,
innanzi alla quale i re della terra non parlano,
e che le genti cercheranno: vieni a liberarci,
non fare tardi.
L'antifona che meditiamo oggi è legata a quella che tratteremo domani, ne costituisce per così dire il prologo, il personaggio citato infatti, Jesse, è il padre di Davide e appunto il capostipite in qualche modo della stirpe regale d'Israele.
Di Jesse sappiamo relativamente poco, egli compare più volte nelle scritture ma mai legato a vicende che lo interessano come protagonista e anche dove è soggetto attiva della storia narrata è comunque una parentesi funzionale, un approfondimento, una microstoria che funge da approfondimento rispetto a alla macrostoria.
Ben due passi biblici parlano direttamente di Jesse, il primo nel libro di Samuele «Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Jesse: "Il Signore non ha scelto nessuno di questi". Samuele chiese a Jesse: "Sono qui tutti i giovani?". Rispose Jesse: "Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge". Samuele ordinò a Iesse: "Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui"»1, il secondo, più breve, nel  libro delle cronache, «Iesse generò Eliàb il primogenito, Abinadàb, secondo, Simèa, terzo, Netaneèl, quarto, Raddài, quinto, Ozem, sesto, Davide, settimo»2, altrove è Davide che lo identifica come suo padre, leggiamo infatti «Saul gli disse: Di chi sei figlio, giovane? Rispose Davide: Di Jesse, il Betlemmita, tuo servo»3. Jesse non è ricordato per altri motivi ma l'espressione figlio di Jesse divenne ben presto l'epiteto formulare più usato per indicare Davide.
Lo stesso termine è usato dal profeta Isaia più volte è qui che appare citata la radice in maniera più decisa ed è qui che ricorre il più alto numero di volte, leggiamo infatti «In quel giorno avverrà che la radice di Jesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa»4.  «Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici»5.
Jesse è dunque radice di una stirpe, quelle regale, che Isaia rimpiange come del resto tutto il popolo d'Israele nel periodo dell'esilio e nel post esilio ma il tema tema regalità propriamente detta sarà affrontato nella prossima antifona e ancora più specificatamente quando ci troveremo a trattare della regalità di Cristo.
Un lettore attento noterà che siamo di fronte ad una contraddizioni in termini infatti in  Isaia  è pacifico che il virgulto che uscirà dalla radice di Jesse è Davide, è di un re terreno che si vogliono cantare le lodi, pur non togliendo che questo sia prefigurazione di un più grande mistero; soggetto invece dell'antifona non è Davide bensì Cristo. Ora essendo questo, come si abbondantemente avuto modo di spiegare, origine di ogni cosa (vedi sapienza) e uguale a Dio per onore essendo egli stesso Dio, tanto che il nome rivelato all'Oreb ha le stessa dignità di quello di Gesù Cristo (vedi Adonai), ne consegue che, non potendo darsi che il primo principio venga causato da un principio secondo, questa antifona debba riferirsi esclusivamente a una certa natura di Cristo, vale a dire quella umana e che allo stesso tempo e non di meno essa indichi come quello che viene ora, cioè il Figlio Verbo incarnato, trovi in Jesse e nel suo virgulto, in Davide, la sua prefigurazione  ma allo stesso tempo è il Davide che prefigura a essere modellato su quanto gli preesiste,  è suscitato cioè  dal quel principio che lo precede ovvero il Verbo. Infatti questo precede quello. Cercheremo di fare chiarezza: il Verbo increato è origine di ogni cosa con l'eterno Padre e lo Spirito Paraclito. Assumendo la carne il Verbo da increato si predica incarnato pur senza subire, cosa che non converrebbe alla perfezione divina, mutamenteo, infatti quello che è divino è semplice e lo deve essere eternamente. Ora assumendo l'umanità, cioè l'anima in tutte le sue parti e la carne in tutte le sue componenti e veramente, la divinità del Verbo non subì mutamento e seppur Cristo, persona del Verbo, fosse in due nature fra queste non ci fu confusione né mutamento, né cambiamento, né divisione né separazione come affermò Calcedonia.  Si potrebbe allora dire che Davide, figlio di Jesse, fosse figura che anticipava quello sarebbe venuto, cioè il verbo incarnato e la regalità piena di Cristo, come manifestazione profetica ma che in quanto tale fosse espressione d'annuncio di quanto lo seguì in virtù di un disegno che lo precedette in quanto il Verbo increato avrebbe dovuto incarnarsi. Come a dire che Cristo, che della radice di esse è florescenza, essendo già nella persona del Verbo prima che il mondo fosse, e cioè anche prima di Jesse, sia ispiratore e quindi origine di Jesse stesso. Il fiore precede la radice e la radice è il fiore e in questo è chiaro come Cristo sia additato come ricapitolatore, origine  e fine di ogni cosa.
Si potrebbe pensare che siamo legittimati a definirlo «della stirpe di Davide» perché la natura umana che il Verbo assunse discese da Jesse il quale appunto generò Davide e via discorrendo come leggiamo in Luca6 e Matteo7, e da qui tutta la discendenza sino a Cristo. Quindi la natura divina del Verbo di Dio si sarebbe unita al figlio che Maria portava nel grembo. Ecco dunque che allora Cristo è della Stirpe di Davide, ne discende realmente essendo quel sangue presente nelle sue vene, è appunto l'ultimo germoglio dell'albero di Jesse. Dicendo così dovremmo affermare che Maria partorì verginalmente in qualche modo misterioso ma non senza il concorso di un uomo. Ci viene in aiuto la stessa scrittura, leggiamo infatti: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo»8 e anche «Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent'anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe»9 ecco annunciato il problema e la soluzione. Cristo infatti non discende dal sangue di Jesse secondo natura ma secondo elezione, infatti Matteo pone Giuseppe nel seguito di Jesse ma non specifica che dal suo seme sia nato il Cristo e sappiamo, come già altrove abbiamo letto, che il concepimento di Cristo fu virginale. Afferma infatti Bonaventura «poiché dovette esserci debita perfezione della prole, ne consegue che nell'istante del concepimento non vi fu solo la separazione del seme, ma anche il consolidamento di questo, la sua configurazione e vivificazione per mezzo dell'anima e la sua deificazione per mezzo della Divinità unita ad esso, affinché così la Vergine concepisse veramente il Figlio di Dio grazie all'unione della carne con la Divinità»10. Quello che preme al dottor serafico è quella stessa preoccupazione che Agostino risolse con la formula ipsa assumptione creatur, cioè sin dal suo concepimento la carne fu unita al Verbo tanto che non ci fu un momento in cui la carne di Cristo fu umana senza essere divina e questo contro coloro che affermavano che lo spirito fosse calato sul Figlio, divinizzandolo, al momento del battesimo, adozionismo schietto, o poco dopo il concepimento, adozionismo velato. Ma siccome non ci fu partecipazione di uomo a questo concepimento ne consegue che lo Spirito agì su quello che c'era e trasse l'umanità da Maria. Esiste dunque un legame strettissimo fra la carne dell'umanità di Cristo e quella della sua santissima madre ed è lo stesso legame che unisce l'eucaristia alla maternità della vergine « che la pietà popolare ha racchiuso nell'espressione Caro Christi est Caro Mariae» (giovanni paolo II Angelus Siviglia 13 giugno 1993) infatti la carne di Cristo fu tratta esclusivamente dalla carne della madre. Ora è assai difficile far risalire Maria dal ceppo di Jesse e dalla stirpe davidica, sappiamo che era parente di Elisabetta e Zaccaria  ed essendo quest'ultimo un sacerdote e assai più probabile che discendesse dalla stirpe di Levi. Eppure lo stesso Paolo insiste affermando «nato dalla stirpe di davide secondo la carne» (romani 1,3), si potrebbe affermare che Giuseppe, prendendo sotto la protezione del suo manto l'infante Gesù effettuò un riconoscimento legale da cui si trassero i termini per poterlo dire discendente di Jesse.
La ricerca della discendenza davidica del messia doveva in più ossessionare e non poco il popolo d'Israele che vedeva in questo re il modello di ogni regalità. Cristo stesso si pone in aperta polemica con questa credenza tanto da affermare «come mai dicono gli scribi che il messia è figlio di Davide? Davide egli stesso infatti mosso dallo Spirito ha detto «oracolo del Signore al mio Signore siedi alla mia destra affinché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi»11 e ancora: «Davide stesso lo chiama Signore, come può essere suoi figlio?»12. Ora  a ragione si può credere che Gesù con queste parole non volesse schernire il titolo di discendenza che gli veniva dall'avere in Giuseppe un padre pubblico che seppur putativo gli garantiva quel contatto con stirpe dei re d'Israele quanto fosse in verità intenzionato a schernire una certa idea di messianismo, quello davidico appunto, tutto incentrato sul riscatto politico del popolo d'Israele dal gioco delle potenze straniere.
Si è detto di una certa contraddizione e si converrà che qui questa appare evidente. Sorgerà dal ceppo di Jesse un germoglio ma questo germoglio è da prima della radice ed è per il germoglio che la radice è stata fatta o per meglio dire: colui che origine assumerà una carne e sarà detto di una discendenza e tutto questo farà perché «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso,assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce»13. Essere detto di una stirpe, e della stirpe di Davide, realizza la profezia di un messianesimo regale e infatti è detto «Spunterà il rampollo di Jesse , colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno»14 e di se rivela il Cristo: «Io sono la radice e la stirpe di Davide , la stella radiosa del mattino»15 e «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide , e aprirà il libro e i suoi sette sigilli»16. la regalità di Cristo c'è e si è pienamente rivelata a coloro che hanno saputo scorgerla ma questa non si è presentata sotto le insegne della pompa terrena, non è stata soddisfatta quell'apparenza della regalità che aspettavano i giudei.
Leggiamo poi « che ti innalzi come segno per i popoli» e qui troviamo una nuova contraddizione infatti la radice non si innalza ma anzi semmai al contrario sta nascostamente sotto terra. Come non possiamo qui riportare alla mente quel che il Figlio disse di se e cioè «e io quando sarò innalzato da terra attrarrò tutti a me»17. Infatti  afferma il profeta Isaia «Egli alzerà un vessillo tra le nazioni e raccoglierà gli espulsi d'Israele; radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra»18 e noi lo sappiamo perché lo addita mirabilmente la liturgia della Chiesa quale sia questo vessillo, cantiamo infatti «Vexilla regis prodeunt, Fulget crucis mysterium».
È dunque sul patibolo della croce che il popolo di Dio riconoscerà il vessillo del proprio re e redentore, ma non solo sarà nella gloriosa resurrezione e nell'Ascensione che gli Apostoli avranno il credito di vedere e credere a una più grande esaltazione del Figlio dell'uomo. La radice infatti porta i se il segno di quel che sarà ed è figlia della morte infatti è scritto «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà»19. La croce e la luce del Golgota e del sepolcro sono la fioritura di quel seme che caduto a terra da frutto.
Giovanni ha chiaro questo parallelismo fra il vessillo della salvezza e la Croce del salvatore e infatti la passione di Cristo nel suo vangelo è dipinta tenendo ben presente il tema dell'innalzamento ed ha evidentemente in mente il quarto canto del servo di Isaia, che è con ogni probabilità la fonte del tema dell'intera antifona,  dove si legge «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato. Come molti si stupirono di lui - tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo - così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito»20  Quindi siamo ora in grado di dire che  il segno innalzato per i popoli è Colui che sarà innalzato sulla croce come segno di salvezza per chi guarda al Golgota con fede. Non bisogna pensare che Israele non avesse avuto i segni per comprendere quanto accadeva già infatti nel tempo dei quarant'anni del deserto la salvezza era venuta da colui che era stato innalzato infatti è detto:
«Poi gli Israeliti partirono dal monte Or, andarono verso il mar Rosso per fare il giro del paese di Edom; durante il viaggio il popolo si perse d'animo. Il popolo parlò contro Dio e contro Mosè, e disse: -Perché ci avete fatti salire fuori d'Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c'è né pane né acqua, e siamo nauseati di questo cibo tanto leggero-. Allora il Signore mandò tra il popolo dei serpenti velenosi i quali mordevano la gente, e gran numero d'Israeliti morirono. Il popolo venne da Mosè e disse: -Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti-. E Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: -Fòrgiati un serpente velenoso e mettilo sopra un'asta: chiunque sarà morso, se lo guarderà, resterà in vita-»21
Ora dal serpente venne la salvezza dai serpenti e similmente dalla carne venne la salvezza dalla carne. È infatti la carne che nella sua caducità porta il marchio della morte ed è l'uomo tutto a soggiacere alla schiavitù della concupiscenza. Ora, conveniva che l'immortale assumesse una carne mortale e che l'umanità assunta soffrisse e morisse sulla croce affinché chi guarda con gli occhi illuminati dalla fede verso questo mistero nutra la speranza certa di una vita che abbia al fine il premio della corona con cui la carità divina ingioiella la fronte dei costanti che con forza perseverano e con prudenza combattono gli assalti venefici del Nemico. Il corpo straziato di Cristo è testimone di una grandezza che solo nello splendore della resurrezione si può comprendere come tale ma ciò nonostante di fronte all'infinita sapienza di Dio che in un modo così perfetto e così estremamente inumano ha voluto redimere il mondo ogni logica umana ammutolisce. Quell'uomo che il Signore ha colmato il di sapienza e di potenza che ha fatto «poco meno di un Dio» (Salmo 8, 6) non ha parole e non comprende. Un simile modo di redimere, così opposto all'attesa umana. È invece il più efficace dei modi per proclamare che davvero solo un Dio era in grado di poter portare la Giustizia ad un grado tanto alto di perfezione da apparire contraria a se stessa: la salvezza viene dall’impotenza di Dio che rivela la sua infinita signoria su tutto, sul peccato e sulla morte. La stessa logica di impotenza  domina  e l’evento dell’incarnazione e quello della croce del Figlio e rivela il volto di un Dio che è salvezza non solo per il suo popolo ma per il mondo intero. Infatti «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna»22. ecco allora che «tacciono davanti a Lui i re della terra» e siccome si è detto che la stessa logica Kenotica abbraccia tanto l'incarnazione che la morte e la resurrezione del Signore e che in tutti questi fatti travalicano i limiti della ragione umana era conveniente che anche lo stupore e la mutezza dello sbalordimento troncasse ai re la parola in gola ecco allora che «Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: -Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo-»23 e ancora «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono» 24. possiamo immaginare questi sapienti esperti delle stelle intenti a scrutare il cielo infatti «I tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell' astrologia. Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi»25.  Giungono col proprio seguito i sacerdoti dei una fede straniere, i sapienti di Zarathustra, i custodi del fuoco eterno e piegano le ginocchia al cospetto di un infante avvolto in fasce in una mangiatoia.
Vieni o Signore «non tardare» infatti «Mi gridano da Seir: -Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?-. E la sentinella risponde: -Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate,convertitevi, venite!-»26. Convertiamoci e attendiamo perché ci è dato di sperare e grandi cose ha fatto in noi l'Onnipotente. «Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà»27 infatti «Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi»28. convertiamoci ora dunque, ora che possiamo, e celebriamo con cuore puro la venuta del Signore, Egli infatti venne come liberatore a riscattarci dalla schiavitù del peccato comprandoci a prezzo del suo preziosissimo sangue ma ha promesso che tornerà nella gloria «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendilo, perché certo verrà e non tarderà»29  e infatti «E quando si dirà: «Pace e sicurezza», allora d'improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii»30.  Dunque «attendete alla vostra salvezza» e prostratevi innanzi a colui che viene «con timore e tremore»31 come fecero i magi.
In noi è viva la speranza e la certezza della salvezza, siamo fatti salve dal peccato, associati nel battesimo a quella morte e a quella resurrezione con cui il redentore redense l'umano genere e non di meno curviamo le schiene davanti al mistero ineffabile di un Dio che per amore si fa uomo. Seguiamo dunque il vessillo che trionfò dei nemici sul Golgota, la radice che fiorì sul calvario e nutriamoci dei frutti che pendono dai rami di quel mistico albero, «facciamoci da ambasciatori per Cristo, come se Dio vi esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio»32.

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1 1Sam 16, 10,11

2 1Cro 2, 13-15

3 1Sam 17, 57

4 Is 11, 10

5 Is 11, 1

6 Lc 3, 23-38

7 Mt 1, 1-16

8 Mt 1,16

9 Lc 3,23

10 San Bonaventura, Breviloquio IV, 3

11 Mc 12, 35

12 Mc 12, 37

13 Fil 2, 6-9

14 Rm 15, 12

15 Ap 22, 16

16 Ap 5, 5

17 Gv 12, 32

18 Is 11, 12

19 Gv 12, 24-26

20 Is 52, 13-15

21Num 21, 4-8

22 Gv 3, 14-16

23 Mt 2, 1-2

24 Mt 2, 11

25 Ludolfo di Sassonia (m. 1378), Vita Christi

26 Is 21, 11-12

27 Eb 10, 37

28 2Pt 3, 9

29 Ab 2, 3

30 1Ts 5, 3-6

31 Fil 2, 12

32 2Cor 5, 20

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