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SOMMA TEOLOGICA

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O Clavis David
Di Francois Feuardant il 19-12-2017 - Novena di Natale

O Chiave di Davide,
e scettro della casa di Israele,
che apri e nessuno chiude,
chiudi e nessuno apre:
vieni e libera lo schiavo
dal carcere,
che nelle tenebre,
e nell'ombra della morte.
L'antifona di oggi è collegata in qualche modo col tema dell'antifona precedente o almeno è annunciata da quella che l'ha preceduta, se infatti in quella si parlava di Jesse, padre di Davide, in questa è lo stesso re ad apparire come protagonista.
L'antifona ricalca in tutto e per tutto un passo di Isaia in cui è scritto «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide, se egli apre nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire . Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre»1. il Signore darà le chiavi della casa di Davide, segno del potere e della fiducia, a Eliakìm, figlio di Chelkia, spodestando Sebnà, quello che potremmo definire come il precedente guardiano, infatti leggiamo «Recati da questo ministro, presso Sebnà, il maggiordomo, che si taglia in alto il sepolcro e si scava nella rupe la tomba: Che cosa possiedi tu qui e chi hai tu qui, che ti stai scavando qui un sepolcro? Ecco, il Signore ti scaglierà giù a precipizio, o uomo, ti afferrerà saldamente, ti rotolerà ben bene a rotoli come palla, verso un esteso paese. Là morirai e là finiranno i tuoi carri superbi, o ignominia del palazzo del tuo padrone! Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto»2. Di questo personaggio sappiamo assai poco e per questo abbiamo preferito riportare per intero il brano, per cominciare sarà da indagare la sua professione, Isaia infatti lo chiama prima ministro, una carica molto alta ed importante, ma poi lo definisce maggiordomo, un ruolo che tradisce un enorme fiducia del padrone nei riguardi del suo attendente ma che certamente non comporta le stesse responsabilità del ruolo di ministro. Sappiamo che doveva essere alle dipendenze di Ezechia, discendente di Davide, che regnò dal 727 al 698 prima di Cristo.  Quel che ci è dato di comprendere è che qualsiasi fossero le sue mansioni queste dovevano essere simili a quelle di un sovrintendente di palazzo con un particolare ruolo fiduciario nei confronti del sovrano tanto che alcuni commentari gli attribuiscono il ruolo di un segretario di stato dei nostri giorni. Quello che importa è che rispetto alla figura del sovrano questi appare come un suo diretto sottoposto e un personaggio che ricopre un ruolo di preminenza su tutta la corte. Le parole che il Signore rivolge a questo servo per bocca del profeta sono tutt'altro che lusinghiere. Si fa riferimento a un sepolcro scavato nella roccia, un mausoleo assai vistoso e importante che era solitamente riservato a personaggi di primaria importanza e per ora ci accontenteremo di comprendere questo fatto come un sintomo della superbia in cui era montato Sebna. Contrapposto a Sebna  abbiamo l'esempio di Eliakim, di lui è detto: «lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua sciarpa e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide; se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un paletto in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre»3. Alla disgrazia di Sebna corrisponde la fortuna di Eleakim, alla sciagura dell'uno la fortuna dell'altro.
 Le chiavi sono il simbolo del potere, colui che ha il potere delle chiavi ha un potere definitivo che è espresso dall’immagine di aprire o chiudere liberamente e in maniera definitiva. Questo è il potere che si aspetta che sia proprio del Cristo, infatti egli come nuovo Davide è Re, è servo scelto e unto perché sia il Messia e affinché salvi il suo popolo.
Tornando ora a Sebna e a Eliakim possiamo notare delle differenze, ad entrambi è dato il medesimo potere ma mentre sappiamo che quello di Eliakim viene da Dio come premio per la fedeltà del suo servo quello di Eliakim viene presumibilmente dal frutto del calcolo umano, ancora, possiamo aggiungere che la superbia di Eliakim non proviene sicuramente da Dio ma dal Nemico e  possiamo allora stendere un parallelismo.
Come abbiamo detto colui che possiede il potere delle chiavi è Cristo e che sia egli a possedere le chiavi è confermato dallo stesso Cristo che infatti dice a Pietro «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»4. Ora questo potere non appartiene a Pietro ma a Cristo ed è dato al primo dei pontefici come delega. Ora chi delega è colui che detiene il potere quindi questo potere è dato ma non posseduto e poiché «il Signore ha giurato e non si pente»5 dobbiamo essere certi che questo potere delle chiavi mai sarà tolto a chi lo detiene per volontà divina. Dunque a Sebna è tolto un potere che non gli era dato da Dio mentre quello di Eliakim è un potere che non verrà meno perché fondato sul dettato divino.
Ma  se Eliakim è simbolo di colui a cui è dato il potere delle chiavi, cioè Cristo e colui a cui questo potere è delegato in eterno, cioè la Chiesa sua sposa, chi sarà Sebna? Colui che ha rinnegato per superbia il ruolo che gli era affidato e che accecato dalla vanagloria della propria pretesa grandezza ha preferito difendere la piccolezza che gli era propria pur di non scontrarsi con una realtà più grande di lui.
Ora è dato noto a tutti che Dio non torna sulla propria decisione e non ritira quanto promesso, come già detto, e infatti  sempre è stata cosa nota a tutti che il Popolo Eletto non è mai venuto meno, ma ha mantenuto la sua continuità e la sua attualità da Abramo a Mosè, da Mosè nella prima alleanza e quindi dopo Cristo e da Cristo nella Chiesa. Infatti non esiste altro popolo fedele all'alleanza se non quello che Dio si è scelto e ha redento, non c'è altra via di salvezza se non nel popolo che Cristo si è costituito e non c'è altra via per raggiungere la beatitudine se non attraverso quel sacrificio perfetto, infatti « non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna»6 e in questo costituì un popolo che fosse più forte del sangue. Infatti non la legge del sangue pone sotto l'obbedienza di Cristo e nel popolo di Dio ma quella dello Spirito, infatti afferma il battista «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» e ancora «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre»7. Infatti «se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?»8. Gerusalemme «che uccide i profeti e lapida quelli che ti sono inviati»9 ha condannato il suo redentore e il suo Dio ora cosa avverrà quando tornerà il Signore a Giudicare il mondo? Chi si prenderà cura di chi pur elette fra le nazioni e pur istruita dai profeti si rivela una nazione incredula? La salveranno gli Scribi o i sommi sacerdoti? Farisei o i sadducei, cultori vani d'una pietà che è tutta menzogna?
 La Chiesa sostituisce oggi come allora l'unica erede dei profeti, dei re e di ogni giusto che fu in Israele anzi, la chiesa stessa costituisce il novello Israele. Non va dimenticato infatti che ebrei erano gli apostoli, ebrei la maggior parte dei primi discepoli, ebreo il primo martire, Stefano, per le cui preghiere fu convertito Paolo che di se dice «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio»10. Inutile ricordare come davanti a Pilato alla signoria di Dio quel popolo preferì  Cesare, vale a dire un sovrano che si pretendeva dio. Ed è lo stesso dottore angelico che a ragione afferma come vero popolo d'Israele oggi sia la chiesa e come la figliolanza dello spirito sia nella fede superiore a quella del sangue11; infatti nel battesimo siamo costituiti come figli del medesimo Padre a cosa giova quindi vantare di discendere dal sangue di Abramo?
Signore d'Israele è Cristo come lo è stato Davide. Egli ha le chiavi della Gerusalemme celeste e condivide il suo potere, liberamente, col la Chiesa che è divenuta dimora del popolo di Dio infatti è detto: «promessa della discendenza a Davide Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. […] La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre»12; infatti «Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli»13.
 
Dice il profeta: «Lo conficcherò come un paletto in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre»14. Ora, è detto «palo» cioè clavus, piolo ciò che è piantato in luogo solido ad essere trono; intendiamo l'assonanza tra clavus e clavis, per cui e la chiave ed il piolo sono segni di forza e di stabilità, assommabili in unico significato. Va detto poi che questo trono è definito di gloria per la casa di suo padre: se è trono di gloria per la casa di Davide, tale deve essere per l'eternità, in quanto le promesse di Dio sono eterne, come già detto. Come riporta Livio15: «C'è un'antica legge, scritta con parole e caratteri arcaici, la quale stabilisce che il più alto magistrato in carica pianti un chiodo alle idi di Settembre», ovverosia il 13 di quel mese. Tito Livio fa notare come questa usanza avesse lo scopo di contar gli anni, in un'epoca in cui per rarità della scrittura una simile operazione era assai difficile a pensarsi: ecco che allora il chiodo segnava il limite di quel tempo, ovvero il raggiunto traguardo di una data notevole. Quando leggiamo quindi che «lo conficcherò come un paletto» dobbiamo intendere che si va a porre in atto una nuova enumerazione che è cifra di quelle sin'ora avvenute ed a cui non seguiranno altre. Per gli etruschi sacro era il confine e la stessa città di Roma, che Cristo elesse come dimora della sua divinissima Sposa, onde si dice Romano, trae il proprio nome – che nome non è – da questo; quale sia il nome di Roma è un mistero dunque: ma è certo che gli antichi vi si riferivano chiamandola «la città», cioè «urbs». Ed è facile rintracciare la sua radice etimologica in una parola assai antica già in uso presso le popolazioni etrusche, ossia «urvum», «aratro» e cioè l'aratro col quale Romolo, tracciando il solco sacro a Giano – dio dei confini – poneva in atto un rito sacro che sanciva la sacralità del terreno circoscritto col medesimo solco. Se noi diciamo cosa sacra ciò che mano umana ha tracciato, pur dedicandola ad un dio, che diremmo dunque di quel confine stesso che Dio pone? Ora si obietterà che nulla ha a che fare Isaia con Romolo; e tuttavia non è da sottovalutare il piano per cui ciò che sta nel grande è anche nel piccolo e non si può certamente sostenere che quelle popolazioni che adorarono dei falsi e bugiardi16 non avessero alcuna cognizione della verità, tant'è che nello stesso Giustino leggiamo dei logoi spermatikoi, i semi di sapienza sparsi per il mondo. Ciò non toglie ovviamente che solo in Cristo sia sola sapienza unica via di salvezza.
Quel che poniamo in atto non è una via sincretica alla comprensione dei misteri che siamo chiamati a contemplare, quanto una sintesi coerente di un sapere uguale a sé stesso ad ogni latitudine, essendo espressione della medesima divinità che istruisce l'uomo in modo ineffabile ed inconoscibile e pur tuttavia pretende una relazione completa nel Verbo incarnato. Non si devono confondere sintesi e sincretismo17.
Dunque, con l'atto di piantare il piolo è Dio stesso che traccia il limite, un limite che abbiamo imparato a conoscere come temporale; e se il limite è sacro e determina la sacralità di ciò che contiene ne consegue che, se è possibile determinare e circoscrivere uno spazio in un tempo, Cristo stesso sia quel piolo che costituisce e fonda una stirpe eletta in virtù della propria appartenenza e circoscrivibilità in quel limite. Infatti prima che quel chiodo fosse conficcato sulla terra era l'appartenenza alla legge a stabilire chi fosse membro del popolo eletto. Ma dopo che il chiodo della Croce fu infitto sul Golgota, Egli stabilì una volta e per tutte una nuova genìa di santi, che abitassero le mura della Gerusalemme celeste; poneva ossia le fondamenta per quella Chiesa militante sulla terra ma trionfante nei cieli, a cui, con la discesa agli inferi, sbaragliando le porte dell'Ade, guadagnava la genìa antica, i giusti, i padri dormienti nel grembo d'Abramo. Leggiamo: «Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi»18.
Dice ancora l'antifona: «vieni, libera l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte». «Lo Spirito del Signore è sopra  di me, perché mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per guarire quelli che hanno il cuore rotto, per proclamare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi, per rimettere in libertà gli oppressi, e per predicare l'anno di grazia del Signore»19: così parla il Signore. Ma chi è che vive nella prigionia? Chi brama d'essere liberato? Esistono due amori, afferma Agostino: di questi, uno «s'è spinto fino al disprezzo di Dio, ha costruito la città terrena»20. Infatti il peccato che è sempre mosso dall'atto di superbia è prima di tutto mancanza verso la ragione: in quanto disprezzo del Principio che origina ogni cosa; è quindi contro la verità e perché nega questa in quanto rivelata e perché si discosta da questa stessa in quanto conosciuta. Contro, inoltre, la retta coscienza dal momento che esso è violazione di quella legge naturale, in ognuno insita e radicata per volontà del Divin Creatore, nonché dei precetti che per sua volontà ha affidato alla traduzione dei suoi ministri. Diciamo infatti: «contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l'ho fatto»21. Il peccato si erge a dominare l'uomo per sua stessa scelta e per deliberazione di questo offende Dio e macchia l'alleanza tra Dio e l'uomo. Al contrario Dio edifica una seconda città: la seconda è la città celeste, creata da «l'amor di Dio spinto fino al disprezzo di sé»22.
Ora, il Figlio è venuto ad abbattere e scardinare le porte della città dell'uomo affinché   in essa non rimanesse prigioniera l'anima, a vantaggio della edificazione di quella Gerusalemme celeste di cui dice Giovanni che vide: «cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
'Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il "Dio-con-loro".
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi
;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate'. E Colui che sedeva sul trono disse: 'Ecco, io faccio nuove tutte le cose'; e soggiunse: 'Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine'»23. La Passione e la morte del Redentore furono possibili in virtù di un altro chiodo che lo precedette: la nostra redenzione non necessariamente doveva passare dalla Sua morte; quale allora fu il chiodo che segnò lo spartiacque tra ciò che era e ciò che è? Fu il principio per il quale venne dato alla divinità di assumere l'umanità e cioè l'incarnazione del Verbo di Dio; quindi il momento in cui si palesava agli occhi degli uomini la grazia di un Dio fattosi uomo, per azione dello Spirito Santo in Maria Vergine. E questo fu compiuto «affinché conosciamo sulla terra la via del Signore e la salvezza per tutte le genti» (nota: Antifona Feria tertia infra Ebdomadam, tertia adventus, Classis II). Sia dunque fra noi l'esortazione dell'Apostolo:«Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Tutto si faccia tra voi nella carità […]. Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Marana tha: vieni, o Signore! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù!»24.

1 Isaia 22,22-23

2 Isaia 22 15,19

3 Isaia 22, 23

4 Matteo 16, 19

5 Salmo 110, 4

6 Lettera agli ebrei 9, 12

7 Matteo 3, 7-10

8 Luca 23, 31

9 Matteo 23, 37

10 Atti 22, 3

11 Expositio super Joannem, cap. XIX, lectio III

12 2Sam 7,11-16

13 Gen 49,10

14 Isaia 22, 23

15 Ab Urbe condita libro 7, 3

16 Dante, Inferno I

17 Renè Guenon, Problemi della tradizione, in Vita italiana, 1937

18 Ap 1,17-18

19 Luca 4, 18-19

20 Agostino, Città di Dio, Rusconi, Milano 1984, 643

21 51 Sal 6

22 Ibid.

23 Apocalisse 21, 1-6a

24 1Cor 16

Autore: Francois Feuardant

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