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O Oriens
Di Francois Feuardant il 21-12-2017 - Novena di Natale

O Astro che sorgi,
splendore della luce eterna,
sole di giustizia: vieni,
illumina chi giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte

Ogni giorno la Chiesa nel canto delle Lodi insegna ai suoi figli a identificare il Cristo come il grande astro del giorno, il cantico di Zaccaria, che l'anziano sacerdote innalza a Dio come segno di riconoscenza e di meraviglia per quanto il Signore ha compiuto  annuncia la venuta del Messia come quella di un «sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte».
Questo paragone non ci deve stupire: il sole è infatti la stella che dipana le tenebre dell'ignoto e che irraggiando luce permette di distinguere nitidamente ciò che ci circonda. Nel giorno i fantasmi dell'ignoto non visitano la mente dell'uomo né turbano i suoi pensieri. Irradiando calore permette la vita e garantisce l'esistere.
Quello delle antifone è un percorso che vuole portare il credente a leggere in modo corretto e coerente quello che accadde a Betlemme, un modo per condurre l'orante a contemplare il mistero dell'incarnazione con cognizione e scienza e tuttavia, con scienza e deliberatamente, queste brevissime lezioni, non più di qualche frase, periodi brevissimi, mantengono il velo del mistero. Le antifone sono, per dirla in breve, un capolavoro di mistagogia. Esse testimoniano quel che avviene ed essendo la liturgia un unica magna mistagogia del mistero che fu la vita del Cristo che sempre si ripete al fine di far partecipe ogni credente del mistero compiuto. L'enormità della materia impedisce che tutto sia detto di questa infatti tali sono queste cose che «se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere»1. Il tentativo allora è quello di esplicare il mistero attraverso ampie metafore, la metafora infatti predica qualcosa di vero, la metafora esiste realmente, esprime una realtà che è tale ma non costringe questa verità a rimanere ancorata alla parola con cui è detta. A differenza del simbolo e dell'analogia essa ha il merito della dinamicità e della veridicità. Ecco che allora Cristo può essere definito sole che sorge, in Lui sono infatti presenti quelle caratteristiche eppure tutte sono trascese e ridette in nuovo modo. A ben vedere, dei termini della metafora non il secondo dice il primo ma il primo definisce i termini in cui questo vada inteso; e questo è più vero per il Soggetto di cui ci troviamo a parlare in questo specifico caso. Le antifone dunque questo sono, un bagaglio della tradizione di una chiesa viva che di anno in anno ripropone una catechesi mistagogica al fine di erudire i propri iniziati ai misteri della salvezza, l'una non esiste senza l'altra, tutte insieme costituisco tappe fondamentali che di giorno in giorno entrano sempre più nel vivo della questione fino a darne dei termini di comprensioni più ampi sebbene mai esauribili ed esaudibili pienamente. L'antifona di oggi segue, come logico, quella di ieri e potrebbe essere letta come il naturale prosieguo: infatti ne condivide il campo semantico, ci siamo lasciati ieri con l'invocazione d'esser liberati dalle tenebre e ci ritroviamo oggi ad acclamare la luce sorgente.
La liturgia ci è dunque maestra ma per adempiere ciò che le tocca in onore deve necessariamente usare un linguaggio umano eppur, essendo la Chiesa cattolica, universale; deve cioè tenere insieme quindi il particolare e il totale, la lingua degli uomini di oggi e quella degli uomini di tutti i tempi di oggi e di domani. In questo l'acclamazione di oggi è uno degli esempi più fulgidi di come i tempi della Chiesa siano il modello ideale del grande tempo del culto in cui l'uomo con il creato lodano Dio e ne intendono e allo stesso tempo vivono e spiegano l'inconoscibile.
A chi compose le antifone non sfuggì certamente che nel giorno del 21 dicembre ricorre il solstizio d'inverno, e al tramonto del sole che preannuncia alla notte più lunga dell'anno la Chiesa canta, invoca, supplica di ottenere un sole che sorga, che squarci l'orrido delle tenebre e vinca nuovamente il buio.
I solstizi, come gli equinozi, cadono due volte all'anno, questo termine deriva dal latino solstitium, (sol-, "Sole" e sistere, "fermarsi") e indica il momento in cui il sole raggiunge, nel suo il punto di declinazione massima o minima nell'ellittica. Questo significa che i solstizi di estate e di inverno rappresentano rispettivamente il giorno più lungo e più corto dell'anno.
Il 24 giugno, solstizio d'estate, facciamo memoria della natività del Battista e se quello del 21 dicembre è il giorno più corto il 24 giugno quello più lungo. Ora a partire dal solstizio d'inverno le giornate iniziano a guadagnare luce mentre dal solstizio d'estate a  perderla. La motivazione della scelta di questi due giorni così astronomicamente importanti ci viene direttamente dalla bocca di Giovanni il Battista,«Illum oportet crescere. Me autem minui»2. Il sole del battista decresce mentre quello del Cristo, invitto, trionfa e fuga le tenebre.  Nel percorso del sole viene ad essere simboleggiato anche il passaggio dei due Testamenti: nel Battista abbiamo l’ultimo profeta dell’Antico e in Gesù il divino Fondatore della nuova alleanza, il primo patto lascia il posto al nuovo rito e questo tuttavia ha ragione d'essere in quello, non lo vanifica ma lo porta a perfezione.
È questa di celebrare il sole sorgente all'indomani della notte più lunga una tradizione antichissima che si perde, è il caso di dirlo, nella notte dei tempi, «quasi all'aurora dell'umanità»3. E infatti anche nella Roma antica questa data segnava uno spartiacque fra l'anno appena trascorso e quello entrante, al giorno solis invicti succedeva il dies sol novi. Ma questa tradizione romana non è fra i colli dell'urbe che trova i natali, il culto solare si ritrova già nelle popolazioni italiche antecedenti l'avvento e la nascita della civiltà romana ed è un eredità di più antichi popoli. Di solito siamo avvezzi pensare che quando si parla di culti antichi e elementi naturali questi derivino dall'antropomorfizzazione della natura, come se gli antichi non avessero capacità di raziocinio e non intendessero come noi oggi del resto il simbolo per quel che è, frammento che dice altro e ad altro indirizza. «L'antichità concepì i fenomeni naturali essenzialmente come simboli sensibili di significati superiori, spirituali»4. La natura offriva, questa doveva essere la loro percezione, materiale perfetto alle loro speculazioni. Certamente così doveva essere per gli ebrei a cui Dio indica il sole per ciò che essi intendono subito come forza, vita, riscatto, trionfo sulle tenebre e quindi sul mondo del male infatti leggiamo: «Ascolta dunque, Giosuè, sommo sacerdote, tu e i tuoi compagni che siedono davanti a te, poiché essi sono un segno: ecco, io manderò il mio servo Sole che sorge»5; e ancora «Gli riferirai: Dice il Signore degli eserciti: Ecco un uomo che si chiama Oriente: fiorirà dove si trova e ricostruirà il Tempio del Signore»6.
Per essere sinceri la storia dei versi appena riportati è assai travagliata. Il primo titolo  della parola ebraica usata infatti da Zaccaria profeta , o da chi compose il testo raccogliendone i detti e gli insegnamenti, è infatti «sèmah», che significa  «germoglio» e non Oriente, è il nome del servo che il Signore sceglie e incorona e che sarà destinato ad aprire un tempo di pace e prosperità che porterà come prima delle conseguenze alla ricostruzione del Santuario. Il profeta ha ben presente di chi sta parlando, si tratta di un oracolo personale, per così dire, che indica in Giosuè un simile personaggio. Costui era il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme dopo che il popolo aveva fatto ritorno nella terra promessa dall’esilio di babilonese.
Al compositore delle antifone non devono essere sfuggite certamente alcune circostanze parallele. Tanto per cominciare il tema della schiavitù  e poi la corrispondenza fra il nome in ebraico di Gesù e quello di Giosuè (vedi antifona o Adonai). Il tema del germoglio è un tema altrettanto diffuso presso il popolo della prima alleanza tanto che anche il profeta Geremia aveva già utilizzato la parola ebraica sèmah proprio col significato di germoglio per indicare un futuro discendente giusto di Davide: «Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore - nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto»7. Ma se in Geremia quello che conta è la promessa di una discendenza in Zaccaria il termine si apre alla speranza di tempi nuovi, floridi, migliori, illuminati appunto. La versione greca della Settanta ha reso la parola ebraica con quella greca ανατολη, che significa per l'appunto «astro che sorge», ma anche «germoglio». È possibile che questa ambivalenza fosse cercata, infatti gli ebrei alessandrini, più vicini alla sensibilità greca, con ogni probabilità intesero trovare una traduzione che fosse fedele all'originale e non dimeno si aprisse a un senso altro e ciò nonostante non tradirono affatto in alcun modo il testo poiché le epifanie luminose nell'Antico testamento si sprecano. Quando giunse infine il tempo della volgata, cioè la traduzione in lingua latina, Girolamo, forse influenzato dalla Settanta, ha scelto il senso di Oriens, cioè «sole che sorge».
Comunque sia andata la storia è chiaro che il sole è un grandioso simbolo cosmico che ogni popolo ha inteso col medesimo significato e che solo talune percezioni superstiziose e stupide hanno letto come diretta divinità.
Per il nuovo testamento il discorso è Simile, il Verbo fattosi carne ammaestra gli uomini additando se stesso come luce e  fonte della luce, oltre al passo già citato del cantico di Zaccaria troviamo infatti altri detti usciti dalla bocca di Gesù che afferma: «Io sono la luce del mondo ; chi segue me, non camminerà nelle tenebre , ma avrà la luce della vita»(Gv 8,12). Come tale, come luce, lo intesero gli apostoli, come Pietro, che afferma: «abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l'attenzione come a lampada che brilla in luogo oscuro , finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino»8, stella del mattino che è ovviamente Cristo. La stessa Apocalittica giovannea riprende questa idea della stella del mattino, la stella che irradia luce, leggiamo infatti: «con la stessa autorità che ho ricevuto dal Padre mio; e a lui darò la stella del mattino»9. E ancora nel vangelo di Luca troviamo affermato che via e mezzo della salvezza è mirare quella che è stata  «luce per rivelare alle genti e gloria del tuo popolo, Israele»10.  Ma luce è anche e soprattutto quello che Dio Dona, il Paràclito, anche lui è detto tale ma non come fonte bensì come irradiazione: «vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera»11.
Leggiamo poi: «splendore della luce eterna», con ogni probabilità il versetto a cui questa parte si ispira è un passo di Abacuc «il tuo splendore è come luce, bagliori di folgore escono dalle tue mani»12; ma come dicevamo numerosissimi cono gli eventi luminosi in cui Dio si manifesta e quindi è molto difficile rintracciare un preciso. Nel libro della Sapienza invece di questa leggiamo: «È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti». Luce perenne è ovviamente il Padre di cui il figlio è riflesso e riflesso speculare, senza difetto. Una testimonianza autorevole per una lettura del passo in chiave cristologica ci viene dalla traduzione latina del trattato di Origene sui Principii13, dove il passo è interpretato come Figlio del Padre Riguarda a come questa Sapienza sia  in tutto identica e consustanziale al padre si è già detto trattando della prima antifona e tuttavia si dovrà aggiungere che qui la missione della Sapienza sembra anche quello di rinnovare e vivificare, donare vita nuova, attività questa che attribuiamo allo spirito. Se dovessimo dirla come il dottore serafico affermeremmo che prendendo in considerazione questo versetto come fonte d'ispirazione di questa parte dell'antifona si dovrà dire che qui troviamo annunciato il verbo in tutte le sue forme: descritto come Verbo e Sapienza increata perché conosciuto nel Verbo incarnato che in quanto verbo ispirato dona lo Spirito, il quale eleva a uno stato di vita superiore, di comunione con Dio dettata dalla somiglianza.
L'antifona parla poi di «sole di giustizia» l'espressione si ritrova in un solo passo della Scrittura, nel libro del profeta Malachia dove leggiamo: «Per voi invece, cultori del mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici»14. Malachia vive circa 500 anni prima di Cristo e succede alla missione profetica di Zaccaria e Aggeo e quindi dopo il rientro dalla cattività babilonese, il messaggio del profeta è fortemente critico verso la vuotezza e l'esteriorità dei culti del Tempio, ormai ridotti a una proforma priva di un significato proprio e si leva a denunciare un comportamento fatto di forme religiose stereotipate e prive di una reale pietà. L'invito dunque è quello di  attendere il Signore che verrà, che si manifesterà appunto come  sole di giustizia. Dietro a questa visione c'è tuttavia il tema del giudizio, Dio viene come giudice  e quindi viene per soppesare, per saggiare il cuore dei fedeli, il libro termina con una visione escatologica che annuncia la venuta di un messaggero del Signore che separerà gli empi dai fedeli, la chiesa ha visto in questo messaggero Giovanni e nel sole di giustizia, ovviamente, il Cristo. La profezia di Malachia è simile a quella del Giorno del Signore eppure questa singolare espressione non torna più nel testo biblico. La sua fortuna tuttavia arriverà nel III secolo dopo Cristo a causa di un testo   attribuito a Cipriano in cui si afferma «ch'egli sia detto sole ce lo assicura il profeta Malachia, il quale dice: per voi che temete il nome del signore sorgerà il sole di giustizia nelle cui ali è la salute (...) Cristo è vero sole e vero giorno»15. Questa sensibilità, non solo propria di Cipriano, sicuramente aiutò a fissare la data del Natale nella data attuale. L'ultima parte dell'antifona, simile in verità all'antifona precedente, è chiaramente derivata senza troppe modifiche dal cantico di Zaccaria più volte citato: «per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte»16. Se si vuole dunque fare un analisi più dettagliata del passo bisognerà ricercare cosa ispirò la sua composizione e quindi sicuramente  fra tutti un passo di Isaia che recita «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano nella terra dell'ombra della morte, una luce rifulse»17. Tale riferimento tuttavia non appare strettamente necessario, Zaccaria infatti in qualche modo ha detto tutto ed è inutile cercare altrove, la formula del Benedictus rende assai magistralmente lo spirito in cui va intesa l'antifona: «Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace»18.
Forse il lettore si sarà accorto di una differenza facilmente riscontrabile rispetto alle antifone fino a qui incontrate. Non c'è in questa antifona alcun riferimento a un fatto storico, ad un personaggio, ad un episodio concreto. Abbiamo fino a qui incontrato Davide, Jesse, Mosè e all'origine di tutto la creazione.  Si potrebbe porre in essere un parallelismo con il testo biblico che abbiamo fino a qui ripercorso, abbiamo incontrato quindi il libro della genesi, abbiamo visto il dono della legge e ci siamo imbattuti nei re, brevemente abbiamo affrontato un tragitto nelle varie tappe della storia d'Israele e il compositore delle antifone ci ha indicato di volta in volta le problematiche, le figure preannunciatrici e le verità che si nascondevano dietro le evidenze del trascorso storico. D'ora in poi non troveremo più questi riferimenti, saremo per così dire abbandonati alla contemplazione pura del mistero che sta per compiersi. Anche i tempi e l'estensione dell'antifona si sono contratti, si sono fatti  più concisi ma non per questo meno profondi, anzi.
La richiesta si fa più incalzante, il titolo, l'epiteto cristologico applicato a Colui che attendiamo si fa si più preciso, più esplicito, matura per così dire fino a finire esplicitato, come vedremo, nell'ultima antifona e quindi ecco che nel contesto di preparazione alla celebrazione dal mistero della natività si implora Cristo di discendere, di realizzare e compiere queste profezie.
Siamo chiamati quasi a dimenticare che quel fatto sia avvenuto e a vivere della Speranza di cui viveva Israele, attendere il messia e invocarlo, pregarlo.
Come in circolo infine abbiamo invocato l'oriente in apertura e ora supplichiamo che ci illumini.  La supplica che conclude l’antifona è coerente con l’invocazione iniziale. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta»; questa è la luce che invochiamo e con questa chiediamo la grazia di saperla riconoscerla e accoglierla.
Occorre conoscere però quali siano le tenebre, conoscersi cioè come bisognosi, necessitati a ricevere la luce che libera e sapere dunque da cosa si sarà liberati. Peccato e morte sono le tenebre e colui che viene a salvarci è unico capace di diradare le foschie della schiavitù per ridonarci alla vita primigenia, anzi l'unico in grado di elevarci al di sopra di questa fino alla perfezione e alla perfetta reintegrazione nella carne, a una rinnovata pienezza di somiglianza tale per cui sia possibile godere pienamente di quella luce nella visione beata dell'Empireo.
La nostra dunque non è solo un invocazione che celebra il mistero ma è molto di più. È una preghiera rivolta al Signore che scruta i cuori affinché, come annunciava Malachia, alla esteriorità del culto si leghi la purezza dei cuori e affinché quella luce che brillò a Betlemme risplenda nell'intimo di ogni credente, ma c'è anche altro.
L’invocazione a Cristo come “Oriente” ci ricorda anche che, nella sua seconda venuta, Cristo, secondo la tradizione primitiva, verrà là da dove il sole sorge, ed è infatti verso quel luogo che la chiesa si rivolge invocando il signore. «Come la folgore viene da oriente e brilla fino ad occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo»19, dice Matteo parlando del ritorno del figlio nella gloria. L’antifona ci prepara a festeggiare il Natale quanto ad attendere una seconda venuta. 
Quello che chiediamo in più vale per ogni giorno della nostra vita in cui auspichiamo di vere risplendere su di noi la luce del Suo volto e di essere rivestiti noi stessi di quella stessa luce in cui si rivelò il Cristo al Tabor e mediante quella mostrò la condizione che spetta all'uomo. Ecco «le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera»20 questo auspichiamo. La  luce che è sorta con l’incarnazione del Figlio e che è  palesata maggiormente nella sua resurrezione è l'unico vero solo che non tramonta, che non è vinto e che apre la nuova era di un domani senza fine, di un eternità senza termine. La veglia di Pasqua è da sempre considerata la madre di tutte le veglie e protagonista è la luce, non potrebbe essere altrimenti visto che di quel giorno leggiamo: «di buon mattino , il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole»21 e «all' alba del primo giorno della settimana»22; e anche «il primo giorno della settimana, al mattino presto»23. In tutti questi passi il sole sorgente è protagonista, primo testimone, e non poteva essere altrimenti. L’evangelista Giovanni tuttavia dice che «era ancora buio»24; questa differenza non deve trarre in inganno, la tematica della luce e delle tenebre, come visto nel prologo, è fondamentale per il più alto degli evangelisti. Se Giovanni sottolinea che è ancora buio è perché la resurrezione di Gesù non è stata ancora conosciuta, ancora il dato di fede non è rivelato, la mente e il cuore dei discepoli è ancora legata alla tenebra della morte, non sanno di essere già redenti, non sanno di essere già chiamato alla luce.
«Rifulga la luce dalle tenebre» dunque, se infatti «rifulse nei nostri cuori» questa luce fu solo «per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo»25 «Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro»26 «Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: 'Abbà, Padre!'»27.

1 Gv 13, 25

2 Gv 3,30

3 Julius Evola, Roma e il natale solare della tradizione nordico-aria, la difesa della razza, 20 dicembre 1940

4 Ibid.

5 Zc 3, 8

6 Zc 6, 12

7 Ger 23,5

8 Pt 1, 19

9 Ap 2, 28

10 Lc 2, 32

11 1Gv 2, 8

12 Ab 3, 4

13 Origene, Principii, I, 2, 10

14 Malachia 3,20

15Della orazione domenicale libro del vescovo e martire S. Cipriano, 45

16 Lc 1, 79

17 Is 9,1

18 Lc 1, 78-79

19 Mt 24, 27

20 1Gv 2, 8

21 Mc 16, 2

22 Mt 28, 1

23 Lc 24, 1

24 Gv 20, 1

25 2Cor 4, 6

26 1Cor 1, 8

27 Rm 8, 14-15

Autore: Francois Feuardant

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