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Antico Testamento

Esaù e Giacobbe, il furto della primogenitura - Parte 1: Le colpe di Esaù

Francois Feuardant / 15 Feb, 2016
Il ciclo di Giacobbe ha caratteristiche peculiari che lo differenziano in tutto e per tutto dalla storia e dalla vita dell'anziano padre Isacco.Dopo la parentesi stanziale di Isacco la storia si rianima assumendo i contorni di un dinamismo inaspettato e sotto molti aspetti nuovo a cui ormai non si era più abituati.
Il lettore è coinvolto fin da subito nella vicenda familiare del piccolo clan tribale ed è implicitamente chiamato a dire la sua, a compiere certo il paragone fra la vita del primo patriarca Abramo e quella di suo figlio. Sono infatti molti i parallelismi che si possono riscontrare fra le avventure dell'uno e le peripezie dell'altro: fin dal principio sappiamo che anche Rebecca, la consorte del patriarca Isacco, è sterile, sterile proprio come Sara, e come già aveva fatto Abramo prima di lui anche Isacco implora l'aiuto divino affinché il ventre di sua moglie non resti arido.
Dio si mosse certamente a pietà verso il suo servo se è scritto «il Signore lo esaudì»1.
Fin dal concepimento il narratore lascia presagire un futuro a fosche tinte. Rebecca è incinta, non di uno ma di due figli e i due, è scritto, «si urtavano nel suo seno»2. Non si tratta certo di un segno presagio di buone nuove anzi tutt'altro, ciò non doveva sfuggire a una madre attenta come Rebecca ed è infatti ella stessa che interroga Dio e a cui il Signore risponde con un oracolo non molto chiaro: due nazioni albergano nel suo seno, entrambi i figli saranno padri di popoli ma il maggiore servirà il minore. Almeno così sembra prevedere l'oracolo, ma ciò è tutt'altro che scontato.
Abbiamo un'ampia anticipazione dell'ostilità fra i de fratelli, e in più l'oracolo è poetico almeno quanto basta a lasciare spazio ad un ragionevole dubbio. Non si può far conto su un’interpretazione tanto facile, infatti il testo ebraico non è chiaro su chi dovrà servire chi. Il verbo servire può essere infatti (in ebraico) sia passivo che attivo. Come lo si deve intendere? Tocca alla madre, tocca a Rebecca interpretare l'oracolo, è lasciato a lei il compito di sciogliere i legacci del vaticino e aguzzare lo sguardo fino a saper cogliere nell'animo dei suoi figli la la prova inconfutabile della volontà divina.
Così compiuto il tempo i due fratelli vengono alla luce; sono gemelli ma da subito si denunciano delle differenze enormi.
La descrizione dei due ci fa capire l'arte biblica del ritratto, due piccoli cammei, descrizioni brevi (anzi brevissime) e secche che però in pochi e precisi tratti, caratterizzano in maniera definita e chiara chi ci troveremo davanti e delineano fin da subito i caratteri e le peculiarità dei futuri protagonisti.
Il primo «uscì rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù»3, un nome parlante si potrebbe dire, Esaù significa "irsuto" in senso letterario; egli nacque rosso e villoso, contrassegno questo che lo caratterizza come rude, duro, atto più alla vita campestre e all'arte venatoria. Dopo di lui subito arriva suo fratello, e dire che arriva dopo sembra voler negare il testo o parlare di eufemismo. Infatti Giacobbe, questo il nome del secondogenito, nasce stringendo per le mani il tallone del fratello, per questo lo si chiama così, in ebraico Ya?aqov o Ya'ãq?b significa letteralmente "il soppiantatore" andando nello specifico possiamo ritrovare la sorgente del nome Giacobbe nel sostantivo ebraico ageb ossia "tallone", "calcagno" e più specificamente "afferrare per il calcagno o soppiantare".
Ed ecco possiamo immaginare lo sguardo di Rebecca fisso su questo evento. Rebecca scorge forse in questo il primo segno, il primo di una lunga serie di indizi per la risoluzione dell'enigma oracolare che certamente le risuona ancora nelle orecchie e attanaglia il suo cuore, a Rebecca è affidato un compito e discernere su chi dominerà e chi sarà dominato non sarà così facile.
Il passaggio dal capitolo 26 al capitolo 27 avviene tramite una notizia che vorrebbe informarci su i trascorsi di Esaù. La notizia è riportata in modo lapidario, senza alcuna traccia caratterizzante; Esaù scelse di essere poligamo e prese in moglie due donne ittite, pagane. Se l'autore riporta una notizia così importante in così poco spazio c'è sicuramente una ragione. Si tratta dopotutto delle nozze del primogenito. Tale evento non è importante solo per la vita di Esaù e della sua famiglia ma del popolo tutto che un giorno gli sarà affidato. L'autore non aggiunge altro perché vuole sottolineare la notizia in sé - Esaù sposa donne ittite - tale affermazione non ha bisogno di alcun commento; a chiarire tutto è sufficiente il fatto che ci venga detto che queste donne furono fonte di amarezza per Isacco e Rebecca4 e possiamo sicuramente immaginare che «le nozze infelici del primogenito»5 per l'anziana coppia fossero un vero e proprio smacco, una mossa avventata che rischiava di distruggere ciò che fino ad ora, ed a partire da Abramo, avevano provato a costruire. Questo matrimonio mescolava il sangue del popolo eletto con quello di tribù pagane, è la stessa volontà di Dio che è messa a rischio per la concupiscenza di Esaù.

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1 Genesi 25, 20
2 Genesi 25, 21
3 Genesi 25, 24
4 Genesi 26, 34
5 A. Shokel, Dov'è tuo fratello, 1987, 151
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