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Sessualità

L'arena - Sesso nei club privé: un chiarimento cattolico

David / 09 Apr, 2018
Ieri sera è andata in onda la consueta puntata di Non è l’arena, il programma di approfondimento condotto da Massimo Giletti che – dopo la mezzanotte – ha trattato per l’ennesima volta il tema “Club Privé”. Ospiti (in ordine di apparizione) la pornostar Michelle Ferrari; Maurizio Ruggiero, sedicente cattolico tradizionalista e presidente dell’associazione “Sacrum Romanum Imperium”; Pierluigi Diaco, speaker della radio RTL e infine Stefania Andreoli, psicoterapeuta. Successivamente è intervenuta anche la madre della pornostar, Alba Latella.
Qui la puntata intera della trasmissione e da 2:58:00 fino alla fine della puntata la parte interessata.Ritengo opportuno scrivere due righe sull’argomento vista l’arroganza e la presunzione della rappresentanza “cattolica”, la quale non ha saputo argomentare in altro modo se non richiamandosi all’autorità dei Dieci comandamenti e sputando sentenze amaramente addolcite da presuntuose risatine invece di argomentare – oltre che “teologicamente” – anche antropologicamente la tematica trattata.

L’argomento, come già accennato, è quello dei club privé: club ad accesso riservato, destinati ad incontri o varie attività di natura sessuale.
A detta dello speaker radiofonico Pierluigi Diaco, espressamente favorevole a questa pratica, questa può essere «un surrogato all’infelicità e all’insoddisfazione che qualcuno può vivere nella propria esistenza, che può essere un’insoddisfazione professionale, esistenziale, di vario genere. Il sesso da sempre è uno strumento, un teatro di libertà individuale».
Credo sia questo il problema di fondo: la concezione individuale della sessualità. Forse si potrebbe, per ambizioso che possa risultare, correggere il tiro e affermare che «il sesso da sempre è un linguaggio, un teatro di donazione reciproca». Anche la concezione di sesso come «surrogato» ad un’infelicità o un’insoddisfazione personale risulta a dir poco aberrante: l’usufrutto del corpo altrui per la soddisfazione personale è lo sminuimento all’ennesima potenza della dignità umana dell’altro. Significa – in ambito sessuale – ridurre l’altro ad un “sex toy” vivente, privarlo totalmente della dimensione ulteriore alla corporeità e ridurlo a mero oggetto. In questo caso, a differenza da quanto sostiene lo speaker, lo strumento non è il sesso, ma l’altro, che diventa uno strumento finalizzato al “mio” appagamento.

La pornostar Michelle Ferrari afferma invece che
«è inutile partire con una sessualità preconfezionata che ci vogliono insegnare certe persone, perché non è così: il nostro corpo reagisce agli stimoli in maniera diversa, però ha bisogno di averli questi stimoli. Non posso dire “la mia sessualità è questa” se non metto alla prova il mio corpo a determinate situazioni o stimoli diversi. È con l’esperienza che puoi arrivare ad una vera consapevolezza di te stessa»
Ciò di cui parla Michelle Ferrari sono «corpo» e «stimoli»: in tutta la puntata non vengono mai nominati, relativamente agli atti sessuali consumati in questi Club Privé, l’«affetto», l’«amore» ed i «sentimenti». La sfera sessuale è totalmente ridotta alla dimensione animale: è un atto istintuale dettato dal desiderio carnale, niente di più. Ciò significa privare del tutto gli atti sessuali della dimensione simbolica e linguistica: l’atto sessuale, da sempre e per sempre volto all’unione degli sposi e alla procreazione, in questo caso non solo viene privato della dimensione procreativa, ma è del tutto depauperato anche della dimensione unitiva. Non è più visto come donazione reciproca tra marito e moglie (o perlomeno tra fidanzato e fidanzata, per sbagliato che sia), ma come semplice «stimolo». La differenza tra umano e animale è annullata: non si parla più di affetto, di condivisione della vita o di – meno che mai – donazione reciproca. Depauperato della dimensione spirituale-affettiva, il fine primo (ed ultimo) dell’atto sessuale diventa la propria libido.

In quest’ottica anche la fedeltà, quello che sembrerebbe essere un «valore fondamentale», viene a cadere. Pierluigi Daco afferma infatti: «io penso che in una coppia che sta bene insieme la geografia emotiva sta anche nello sperimentare nuove forme di felicità, anche sessuale».
Ancora una volta la dimensione sessuale è ridotta a «ricerca di felicità sessuale», per cui – come ovvia conseguenza – anche la fedeltà risulta un valore ormai superato. Privato totalmente della dimensione unitiva (senza parlare di quella procreativa), l’atto sessuale non è più segno, simbolo del proprio amore nei confronti della donna o dell’uomo della propria vita, ma diventa mero segno e simbolo edonista. Perciò risulta fisiologico che il sesso non sia più riservato ad una persona a cui si è deciso di dedicare la propria vita intera, ma è aperto a tutti coloro che possono svolgere in modo sufficientemente appagante la funzione di soddisfazione sessuale nei propri confronti.
La soluzione all’ eventuale problema del mancato appagamento sessuale all’interno di una coppia sposata non è più da ricercare all’interno della coppia, ma può estendersi anche all’esterno: l’unico obiettivo è sopperire ad ogni costo alla dipendenza sessuale.

Durante la trasmissione viene poi trasmesso un servizio in cui una coppia anonima racconta la propria esperienza nei Club Privé nel quale emerge che questi club sarebbero frequentati anche da sacerdoti cattolici.
Esprimendo lo sdegno più profondo e addolorato nei confronti di chi conduce una vita a tal punto schizofrenica, ci sembra però di poter sollevare anche un’obiezione (che non vuole assumere alcun tono negazionista nei confronti di questo fenomeno) a riguardo: è ben noto che – soprattutto in certi ambiti – i giochi di ruolo siano più che graditi, dove chiunque può spacciarsi per chiunque. Dire di essere prete non significa necessariamente esserlo e anzi, spacciarsi per prete può essere uno strumento per screditare chi sacerdote lo è per davvero.

Anche la generazione della vita nell’atto sessuale è totalmente esclusa. Alla domanda di Michelle Ferrari se le piacerebbe avere dei figli una donna intervistata risponde: «No perché mi sta bene così, perché alla fine è bello vivere questo mondo nel pieno».
La procreazione è vista come ostacolo alla propria realizzazione, è di inciampo per chi dalla vita cerca di avere il massimo piacere per se stesso. Finché l’altro non è funzionale al mio appagamento (non necessariamente sessuale) è un ostacolo da evitare. È assurdo anche solo ipotizzare di dover gestire una relazione in cui il bilancio sia asimmetricamente squilibrato “in uscita”, una relazione in cui “devo dare più di quello che ricevo”.

Il tutto è sintetizzato da una frase pronunciata da una donna (sposata da 35 anni e che da 15 frequenta i Club Privé insieme al marito) intervistata: «Quando piace a me… siamo a posto»

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