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Sinodo dei Giovani

Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa

Aquinas / 03 Oct, 2018
Il prossimo sinodo dei giovani, dal tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si terrà in Vaticano dal 3 al 28 ottobre pone alla Chiesa, alla luce delle recenti scosse, degli entusiasmanti obiettivi e delle domande puntuali. Si tratta di un evento con anni di preparazione prossima alle spalle; la preparazione remota dell'evento possiamo dire che venga dalle costanti dell'epoca che viviamo: in ogni parrocchia la “questione-giovani” è di una urgenza e di una serietà senza pari rispetto ad altre epoche. Si nota spesso un inesorabile distacco delle giovani generazioni dalle comunità parrocchiali. Nel mondo di oggi ci sono grandi distrazioni, ma bisogna essere onesti e dire che anche la vita delle nostre comunità cristiane non è spesso molto convincente. Nella Chiesa vi è un gran numero di movimenti che riescono a dare alle nuove generazioni delle proposte autentiche e coinvolgenti; il modello di una parrocchia, però, non è (sempre) esportabile: ciò che “funziona” in un contesto in un altro può risultare fuori luogo, inutile o, peggio, controproducente. Non esistono “ricette” valide per tutti i tempi e per tutti i luoghi. L'unica costante è il Vangelo e l'insegnamento immutabile e perenne della Chiesa. Le prassi pastorali non sempre durano in eterno: con gli opportuni adattamenti la grande Tradizione dice ancora molto a tanti, ma ci vuole sempre molta prudenza e soprattutto pragmaticità.
Nelle nostre considerazioni prendiamo l'avvio dall'Instrumentum laboris del Sinodo.

«Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia» (Introduzione). Vocazione e missione, termini molto cari al nostro vocabolario, sono l'inizio e il fine di ogni agire umano. La cura delle giovani generazioni corrisponde in pieno alla vocazione e alla missione della Chiesa di sempre: preparare al Signore un popolo ben disposto. L'insegnamento da parte degli enti ecclesiastici è stato (ed è) un fiore all'occhiello dell'apostolato della Chiesa. Dove non arriva lo Stato è sempre presente la volontà e l'intraprendenza di uomini di Chiesa che non temono l'insuccesso o l'incomprensione, e ciò avviene proprio perché l'insegnamento fa parte della vita e della missione della Chiesa: «Euntes docete omnes gentes»(Mt 28.19). É, questo, uno dei compiti inderogabili della Chiesa, e anche se non ci fossero state particolari congiunture storiche, essa non avrebbe potuto fare a meno della sua missione educatrice (scuole abbaziali, canonicali, parrocchiali …).

La trasmissione della cultura passa anche per la trasmissione della fede, che è il proprium della civiltà cristiana. La stessa storia e letteratura del nostro continente ci dicono che «non possiamo non dirci cristiani» (Benedetto Croce): siamo infatti eredi di coloro che, dalle ceneri dell'Impero romano, seppero ridonare al mondo stabilità e civiltà.
Pensando all'insegnamento non si può quindi prescindere dalla formazione alle verità della fede (catechesi) e alla trasmissione di quanto di più sano e bello seppe produrre l'ingegno umano (arte, letteratura, lingue, scienze …). Sempre non tralasciando il proprium!
«I giovani possono, con la loro presenza e la loro parola, aiutare la Chiesa a ringiovanire il proprio volto». La perenne giovinezza della Chiesa è data dalla freschezza delle fonti della salvezza, che sono la grazia di Cristo trasmessa a noi mediante i sacramenti e la presenza viva e vivificante dello Spirito Santo; ma anche dalla freschezza e dal profumo della vita dei battezzati. Le nuove leve rinnovano la vita delle comunità cristiane con il loro apporto di novità e con le loro richieste che interpellano ed esigono risposte concrete. Fanno bello il volto della Chiesa come un riflesso del volto radioso di Cristo risorto. Rinfrescano e rallegrano l'altare di Cristo e allietano coi loro canti sinceri le volte delle chiese. Col loro santo chiasso danno vita agli oratori e alle opere parrocchiali. I genitori che affidano la cura dei loro tesori più cari alle attività ecclesiali si fondano su una fiducia innata del popolo di Dio in tutto quello che è buono, santo e giusto. Queste aspettative non vanno deluse in nessun caso e per nessuna ragione. In ogni paese sorge una chiesa, che secondo i luoghi, i tempi e gli spazi è sempre faro di civiltà cristiana e modello di sana educazione.
Nel tema del Sinodo si parla anche del «discernimento», non solo vocazionale. Va da sé che il compito della Chiesa è anche quello di valorizzare e indirizzare a Dio e alla sua gloria ogni realtà del mondo. Nella fresca giovinezza e nell'entusiasmo dei ragazzi si può scorgere un bel segno della vocazione alla vita, alla fede e alla consacrazione, riconoscendo e sintonizzando le nostre azioni e i nostri desideri con la volontà divina, nell'azione dello Spirito Santo. È compito della Chiesa saper accompagnare le tappe e le scelte dell'uomo di oggi; essere in grado di interpretare e indirizzare ogni anima, gesto e cuore alle esigenze di Dio e della Sua volontà. La Chiesa ha bisogno di veri educatori, che, sulla scia dei grandi educatori del passato (Filippo Neri, Giovanni Bosco, Arcangelo Tadini, Giustino Russolillo …), sappiano interpretare e discernere ogni cosa con lo sguardo soprannaturale ma con i piedi ben piantati per terra.

«Il discernimento conduce a riconoscere e a sintonizzarsi con l’azione dello Spirito, in un’autentica obbedienza spirituale».
I giovani non sono, però, solo oggetto di discernimento, ma sono soggetti attivi. Devono essere loro stessi, mediante una retta coscienza, i protagonisti delle loro scelte in ogni ambito. La retta coscienza si forma giorno per giorno mediante l'educazione di sé stessi, sintonizzandosi con le frequenze del cielo.  «Il discernimento si fa così strumento pastorale, in grado di individuare cammini vivibili da proporre ai giovani di oggi, e di offrire orientamenti e suggerimenti per la missione non preconfezionati, ma frutto di un percorso che permette di seguire lo Spirito».

Tre verbi: riconoscere, interpretare e scegliere.
A giudizio di chi scrive si tratta di una climax. Se prima non si riconosce ciò che si vuole, non si potrà interpretare interpretare ciò che Dio vuole da quindi scegliere la via della santità (= felicità):
  • Riconoscere. Il primo passaggio è quello dello sguardo e dell’ascolto. Richiede di prestare attenzione alla realtà dei giovani di oggi, nella diversità di condizioni e di contesti nei quali vivono. Richiede umiltà, prossimità ed empatia, così da entrare in sintonia e percepire quali sono le loro gioie e le loro speranze, le loro tristezze e le loro angosce (cfr. GS 1). Lo stesso sguardo e lo stesso ascolto, pieno di sollecitudine e di cura, vanno rivolti verso ciò che vivono le comunità ecclesiali presenti in mezzo ai giovani in tutto il mondo. In questo primo passaggio l’attenzione si focalizza sul cogliere i tratti caratteristici della realtà: le scienze sociali offrono un contributo insostituibile, peraltro ben rappresentato nelle fonti utilizzate, ma il loro apporto è assunto e riletto alla luce della fede e dell’esperienza della Chiesa.
  • Interpretare. Il secondo passaggio è un ritorno su ciò che si è riconosciuto ricorrendo a criteri di interpretazione e valutazione a partire da uno sguardo di fede. Le categorie di riferimento non possono che essere quelle bibliche, antropologiche e teologiche espresse dalle parole chiave del Sinodo: giovinezza, vocazione, discernimento vocazionale e accompagnamento spirituale. Risulta perciò strategico costruire un quadro di riferimento adeguato dal punto di vista teologico, ecclesiologico, pedagogico e pastorale, che possa rappresentare un ancoraggio capace di sottrarre la valutazione alla volubilità dell’impulso, pur riconoscendo «che nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana» (GE 43). Per questo rimane indispensabile assumere un dinamismo spirituale aperto.
  • Scegliere. Solo alla luce della vocazione accolta è possibile comprendere a quali passi concreti ci chiama lo Spirito e in che direzione muoverci per rispondere alla Sua chiamata. In questa terza fase del discernimento occorre passare in esame strumenti e prassi pastorali, e coltivare la libertà interiore necessaria per scegliere quelli che meglio ci consentono di raggiungere lo scopo e abbandonare quelli che si rivelano invece meno capaci di farlo. Si tratta dunque di una valutazione operativa e di una verifica critica, non di un giudizio sul valore o sul significato che quegli stessi mezzi hanno potuto o possono rivestire in circostanze o epoche diverse. Questo passaggio potrà individuare dove è necessario un intervento di riforma, un cambiamento delle prassi ecclesiali e pastorali per sottrarle al rischio di cristallizzarsi
(cf. Instrumentum laboris del Sinodo dei giovani)

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