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Sinodo dei Giovani

Non si può parlare di giovani senza parlare di educazione

David / 05 Oct, 2018
L’educazione è il fondamento di ogni società che voglia dirsi civile.
Fin dai primi istanti la vita di qualunque essere umano è segnata da una certa trasmissione da una generazione all’altra. La stessa nascita non è altro che la trasmissione della vita dai genitori ai figli: tutti siamo nati senza volerlo, e nessuno di coloro che sono in vita ha mai dato il consenso alla propria nascita. Fin dal primo istante della nostra esistenza su questa terra ci sperimentiamo fortemente dipendenti da chi ci ha preceduti: qualsiasi bambino ha bisogno di un adulto che lo accudisca, senza il quale avrebbe vita breve.

Come ben sappiamo, però, il compito dei genitori non si limita al mero sostentamento materiale, ma si estende anche all’educazione morale della prole. Se è vero che nessuna madre e nessun padre degni di essere chiamati tali lascerebbero mai morire di fame i propri figli intenzionalmente, è vero anche che soprattutto nelle ultime epoche si è verificato un progressivo abbandono dell’impegno dell’educazione morale dei propri figli.

Molto spesso si parla di «crisi dell’educazione», intendendo con ciò l’inefficacia delle pratiche volte a trasmettere un contenuto culturale e/o morale alle nuove generazioni, ma meno soventemente si cerca di analizzare a fondo le cause di tale crisi. In questo breve intervento ci proponiamo dunque di fornire alcuni spunti di riflessione su talune delle possibili cause della cosiddetta «crisi dell’educazione».

Risulta utile, anzitutto, fornire un chiarimento terminologico: cosa significa educazione?
Con questo termine si intende un processo di crescita e di evoluzione della persona indotto, o almeno incoraggiato, dall’esterno. Il termine può essere ricondotto a tre derivazioni etimologiche, ovvero: Educere, che significa «tirare fuori»; Edere, ossia  «mettere dentro» o più letteralmente «mangiare» e Ducere, ovvero «guidare».

Con questo termine ci si riferirà dunque ad un concetto differente da quelli di insegnamento (da in-signare, ossia «segnare dentro») e istruzione (da instruere, ovvero «costruire»), ma ne rimarrà sempre fortemente legato. L’insegnamento e l’istruzione sono infatti due forme della più generica educazione.

Per essere realmente tale, l’istruzione deve essere integrale, ovvero deve rivolgersi alla persona tenendo conto di tutte le sue dimensioni. L’educazione autentica non si limiterà dunque solamente ad una trasmissione di contenuti culturali, ma si estenderà anche alla sfera morale, affettiva e sociale-relazionale della persona. Compito dell’educatore non è quindi solamente quello di aumentare la cultura di chi si ha di fronte limitandosi a comunicare saperi e tecniche, ma è quello di fornire al proprio interlocutore le capacità di: sapere, saper fare e essere/saper essere.

Del primo se ne occupa la didattica, del secondo la tecnica e del terzo la morale. La crisi che si sta verificando interessa tutte e tre queste dimensioni, ma in particolar modo tocca il saper essere. Troppo spesso infatti il sapere ed il saper fare vengono anteposti al saper essere, che anzi dovrebbe esserne sia il fondamento che il culmine. Il sapere ed il saper fare dovrebbero essere sempre funzionali al saper essere. La conoscenza e la competenza (rispettivamente corrispondenti alle prime due dimensioni dell’educazione) dovrebbero essere a servizio della persona, e non viceversa.

Se dunque rispetto a qualche decennio fa l’umanità è decisamente più dotta e più competente, non si può dire altrettanto che ciò sia vero anche per quanto riguarda la morale. Si assiste infatti ad una relativizzazione del bene e del male morale, che porta ad un disinteresse nei confronti della trasmissione dei criteri che determinano la bontà o la malvagità di un atto: nulla è più giusto o sbagliato in assoluto, ma tutto può essere giuso o sbagliato per me. L’oggettivo non esiste più, ma viene relativizzato e ristretto ad una valutazione soggettiva. Ciò porta inevitabilmente ad un intenzionale disinteresse nella comunicazione da una generazione all’altra di «ciò che è moralmente giusto» e «ciò che è moralmente sbagliato». Come sapientemente affermò nel 2008 Benedetto XVI nella sua Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione infatti, si assiste oggi ad «un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare […] del significato stesso della verità e del bene». L’inevitabile conseguenza di ciò è che «diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita».

Il relativismo morale che abbiamo appena menzionato non potrà quindi che portare ad una radicale sfiducia nei confronti di tutto ciò che è trasmesso da altri. L’unico criterio da adottare in ambito morale diventa l’io individualistico di ciascuno, dunque qualsiasi tentativo di trasmissione di un altro criterio morale da parte di terzi viene visto con diffidenza, in quanto percepito come minaccia della propria libertà e come tentativo di indottrinamento forzato. Se da un lato ciò porta come effetto positivo una maggior criticità e quindi un maggior approfondimento del tema morale, dall’altro comporta che qualsiasi comunicazione in senso verticale (dai genitori ai figli) diviene esponenzialmente più difficile.

Così aggiunge Benedetto XVI:
«Tutte queste difficoltà, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale»

Risulta dunque che l’educazione non può e non deve mai essere costrizione dell’altro, e ciò vale oggi molto più di ieri, in una società come quella contemporanea dove la libertà sembra l’unico dogma universalmente accettabile.

Se ieri era possibile (ma non per questo giusto) basare la pedagogia su un sistema costrittivo e punitivo, oggi ciò non è più consentito: ciò a cui la società ci chiama è ad un’educazione alla, nella e della libertà.

Guardando al passato, possono essere facilmente ricordati una serie di riti di introduzione nella società dove il fanciullo era accompagnato dall’adulto (basti pensare al rito della Cresima, dove il cresimando è accompagnato dal padrino o dalla madrina). Oggi questi riti sono sempre più rari perché sostituiti dall’autonoma e spesso goffa irruzione dei giovani nel mondo. Si può pensare alle numerose “prove di coraggio” a cui i giovani spesso si sottopongono per dimostrare agli altri di essere in grado di affrontare la vita, che troppo spesso hanno esiti fatalmente disastrosi.

Se è vero che una volta non moriva nessuno, perché tutti erano accompagnati dall’adulto, oggi muoiono in parecchi. Se una volta un’eventuale caduta era parata dalla presenza dell’adulto, oggi i giovani camminano sulla fune senza poter più contare sulla rete di sicurezza.

L’educatore di oggi, soprattutto se con il ruolo peculiare di trasmettere valori morali, si trova dunque in una condizione di profonda difficoltà in quanto dovrà svolgere l’arduo compito di regolare scrupolosamente le misure della libertà e della disciplina, trovando tra di esse l’equilibrio perfetto.

Elemento fondamentale per favorire questo equilibrio è senz’altro la testimonianza: come affermava san Francesco d’Assisi, «predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole».

La testimonianza è la prima (ma non unica) risorsa a cui l’educatore può attingere per rendere efficace l’azione educativa, ma ciò deve avvenire anzitutto con la propria vita, svolgendo la stessa funzione che in fisica svolge l’attrattore, e solo in un secondo luogo, quando ritenuto utile e opportuno, con la parola.
Possiamo dunque concludere questo nostro intervento lasciando al lettore la riflessione sulla testimonianza con le parole di Paolo VI:
«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni»1

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1 Paolo VI, Udienza al Pontificio Consiglio per i laici, 2 ottobre 1974.
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