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Trovati 231 risultati riguardo "Patrologia"
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
Viene fornita una definizione di "apostati".
«Quelli ancora impreparati e deboli e incapaci di affrontare la tensione di una dura lotta»
Tags: Apostasia, Apostati
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
«[Vezzio Epagato] fu ed è anche ora legittimo discepolo di Cristo, che segue l’Agnello dovunque lo guidi.»
Tags: Vezzio Epagato, Vero discepolo
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
«Agli uni recava sollievo la gioia del martirio, la speranza delle divine promesse, l’amore per Cristo e lo Spirito del Padre»
Tags: Gioia dei martiri
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
«[I martiri] Spiravano la fragranza dell’amore di Cristo, tanto che alcuni credevano che si fossero spalmati di unguento terreno.»
Tags: Martirio, Martiri
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
«Alessandro [di Frigia] non emise un gemito né una voce di protesta, ma con il cuore parlava con Dio»
Tags: Alessandro di Frigia, Martire, Martirio, Martiri
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
Viene narrato il martirio di Blandina.
«Dopo le sferzate, i morsi delle fiere, il fuoco della sedia rovente, da ultimo, avvolta in una rete, fu posta innanzi a un toro e, sebbene lanciata in altro più volte dall’animale, sembrava che non avesse più la sensazione di ciò che accadeva, grazie alla speranza e all’attesa delle divine promesse e al suo intimo colloquio con Cristo»
Tags: Blandina, Maririo, Cristo soffre nel martire, Martire, Martiri
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri di Lione e Vienne
«Attalo, richiesto anche lui a gran voce dalla folla, (era un personaggio molto conosciuto), si fece avanti nell’anfiteatro, pronto a lottare, con la sicurezza della coscienza tranquilla, perché era ben noto che si era esercitato nella milizia cristiana ed era stato sempre testimone di verità tra noi. [...]
Fu condotto in giro per l’anfiteatro, preceduto da un cartello sul quale era scritto nella lingua di Roma ‘Questo è Attalo il cristiano’ e, mentre il popolo urlava rabbiosamente contro di lui, il governatore, venuto a sapere che aveva la cittadinanza romana, lo fece ricondurre in carcere insieme a quelli che si trovavano nelle sue stesse condizioni, per i quali aveva scritto all’imperatore ed era in attesa di una risposta.»
Tags: Attalo, Martirio, Martire, Cittadino romano
Riguardo: Patrologia
Atti dei martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 15.5-7
«…la donna [Felicita] fu assalita dai dolori del parto, particolarmente aspri, come avviene nell’ottavo mese. Ella soffriva per il parto assai difficile, e uno dei servi addetti alla custodia le chiese: "Se ora ti lamenti così, che cosa farai quando sarai gettata alle fiere che hai disprezzato, quando ti sei rifiutata di sacrificare?" Ella rispose: "Ora sono io a soffrire: là ci sarà un Altro in me che patirà per me, perché io patisco per lui". Mise al mondo una bambina che una delle sue sorelle prese con sé e allevò come figlia.»
Tags: Martirio di Perpetua e Felicita, Parto di Felicita, Cristo soffre nel martire
Riguardo: Patrologia
Atti dei martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 18.3
«Similmente avanzava anche Felicita, lieta di aver partorito in buona salute affinché potesse combattere anche lei contro le fiere, dal sangue al sangue, dalla levatrice al reziario, pronta a purificarsi, dopo il parto, con un secondo battesimo, cioè con il proprio sangue.»
Tags: Battesimo di sangue, Secondo battesimo, Martirio di Perpetua e Felicita
Riguardo: Patrologia
Atti dei martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 20.1-2, 7-8
«Contro le beatissime giovani il demonio preparò una ferocissima mucca volendo, con uno scherno feroce, per mezzo della bestia, trovare qualche cosa di analogo al loro sesso. Furono condotte innanzi spogliate e avvolte in reti: inorridì la folla, osservando l’una (Perpetua) che era una giovane dalle forme delicate e l’altra (Felicita) a cui per il parto recente, sgorgava il latte dalle mammelle. [...] Quando si calmò la ferocia della folla, [Perpetua e Felicita] furono portate alla porta ‘Sanavivaria’. Colà Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico, che le stava vicino, e come risvegliatasi da un profondo sonno (a tal punto aveva subito il martirio come in estasi) e guardandosi intorno, disse tra le stupore di tutti. "Quando saremo portate contro la feroce mucca di cui parlano?"»
Tags: Martirio di Perpetua e Felicita
Riguardo: Patrologia
Atti dei martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 21.2-3
«Infatti alla fine dello spettacolo fu lanciato un leopardo contro di lui [Saturo], e in un solo morso (l’animale si saziò del sangue del martire) scorse tanto sangue che fu considerata la prova di un secondo battesimo; la folla rumoreggiava gridando: "Buon bagno, buon bagno!". E in verità il martire che aveva bagnato così le sue membra aveva ricevuto la salute dell’anima»
Tags: Battesimo di sangue, Secondo battesimo, Battesimo di Saturo
Riguardo: Patrologia
Atti dei martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 21.9-10
«Perpetua, destinata a soffrire ancora nuovi tormenti, quando il ferro le si impigliò nelle vertebre del collo mandò un grido ed essa stessa, afferrata la mano ancora incerta del gladiatore inesperto, la guidò alla propria clavicola. Forse una donna così coraggiosa, di cui lo spirito immondo aveva paura, non sarebbe stata uccisa, se non l’avesse voluto lei stessa.»
Tags: Martirio di Perpetua e Felicita, Volontarietà del martirio
Riguardo: Patrologia
Atti dei Martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 3.1-2
Perpetua esprime il suo rifiuto alla rinuncia dell'affermazione dell'identità cristiana.
«Quando eravamo ancora sorvegliati—dice la santa [Perpetua]—mio padre, per sua pietà, tentava, con le sue parole, di indurmi a deviare dalla mia convinzione. E io gli dissi. "Padre, vedi per esempio quel vaso che giace a terra, oriolo o altro che sia?". E lui rispose: "Lo vedo". Ed io: "È forse possibile chiamarlo in un altro modo? Neppure io posso chiamarmi diversamente da quello che sono, cioè cristiana".»
Tags: Martirio di Perpetua e Felicita, Identità cristiana
Riguardo: Patrologia
Atti dei martiri: il martirio di Perpetua e Felicita, 6.3-4
«Il procuratore Ilariano il quale allora esercitava il diritto di condannare a morte, in sostituzione del defunto proconsole Minucio Oppiano, mi dice: "Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre, abbi pietà del figlioletto innocente, sacrifica per la salvezza degli imperatori!" E io [Perpetua] risposi: "Non sacrifico". Ilariano chiese: "Sei cristiana?" Io risposi: "Sono cristiana".»
Tags: Procuratore Ilariano, Martirio di Perpetua e Felicita, Identità cristiana, Rifiuto di sacrificare agli idoli pagani
Riguardo: Patrologia
Didaché, 15.1-2
La Didaché prescrive l'elezione di una gerarchia stabile di vescovi e diaconi.
«Eleggetevi dunque vescovi e diaconi degni del Signore, uomini mansueti, non bramosi di denaro, veritieri e provati; poiché anch’essi esercitano per voi il ministero dei profeti e dei dottori. Perciò non disprezzateli; essi infatti, insieme ai profeti e ai dottori, sono gli uomini onorati tra voi»
Tags: Gerarchia ecclesiastica, Necessità del sacerdozio
Riguardo: Patrologia
Didaché, 9.4
La Didaché offre un'analogia tra Eucaristia e Chiesa, evidenziandone la cattolicità.
«Come questo pane spezzato era prima sparso qua e là, su per i colli e, raccolto, divenne una cosa sola, così si raccolga la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo regno; poiché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli!»
Tags: Cattolicità, Eucaristia, Eucarestia, Ecclesiologia, Chiesa
Riguardo: Patrologia
Epistola a Diogneto, 5.1-17
«I cristiani non si distinguono dagli altri uomini, né per territorio, né per lingua, né per vestiti. Essi non abitano città loro proprie, non usano un linguaggio particolare, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è conquista di genio irrequieto d’uomini indagatori; né professano, come fanno alcuni, un sistema filosofico umano. Abitando in città greche o barbare, come a ciascuno è toccato in sorte, ed adattandosi agli usi del paese nel vestito, nel cibo e in tutto il resto del vivere, danno esempio di una loro forma di vita sociale meravigliosa, che, a confessione di tutti, ha dell’incredibile. Abitano la loro rispettiva patria, ma come gente straniera; partecipano a tutti i doveri come cittadini, e sopportano tutti gli oneri come stranieri. Ogni terra straniera è patria per loro, e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti gli altri e generano figli, ma non espongono i neonati. Hanno comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Passano la loro vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro tenore di vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti e sono condannati; si dà loro la morte, ed essi ne ricevono vita. Sono poveri e fanno ricchi molti; sono privi di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nel disprezzo trovano gloria; si fa oltraggio alla loro fama, e si aggiunge testimonianza alla loro innocenza. Insultati, benedicono; si insolentisce contro di loro, ed essi trattano con riverenza. Fanno del bene. E sono puniti come dei malfattori; e puniti, godono, quasi si dia loro vita. I Giudei fanno loro guerra come razza straniera e gli Elleni li perseguitano; ma coloro che li odiano non sanno dire il motivo del loro odio»
Tags: Potere temporale, Cristiani, Persecuzioni
Riguardo: Patrologia
Il Pastore di Erma, Precetto 4.3.1-7
Il Pastore di Erma si pronuncia in favore della "Seconda penitenza" dopo il battesimo, pur mantenendo alcune titubanze a riguardo per timore di far cadere nel lassismo i cristiani.
«Ancora, dico, Signore, tornerò a interrogare. - Parla, dice. - Udii, dico, Signore, da alcuni maestri che non c’è altra penitenza, se non quella di quando discendemmo nell’acqua e ricevemmo la remissione dei nostri peccati passati. Mi dice: - Bene udisti: così è infatti. Bisognerebbe che chi ha ricevuto la remissione dei peccati non peccasse più, ma vivesse nell’innocenza. E poiché vuoi renderti conto esatto di ogni cosa, anche questo ti manifesterò; ma non voglio dare pretesto (di peccare) a quelli che stanno per credere, o a quelli che hanno creduto adesso nel Signore. Quelli che hanno abbracciato la fede ora, o la abbracceranno in seguito, non hanno possibilità di fare penitenza dei loro peccati; essi hanno solo il perdono dei peccati anteriori. Per quelli, dunque, chiamati prima di questi giorni, dispose il Signore la penitenza. Essendo infatti il Signore conoscitore del cuore e prevedendo ogni cosa, conobbe la debolezza degli uomini e l’astuzia del diavolo, cioè che avrebbe fatto del male ai servi di Dio e avrebbe macchinato contro di essi. Essendo pertanto il Signore assai misericordioso, s’impietosì per la sua creatura e dispose questa penitenza e diede a me la potestà di questa penitenza. - Però io, dice, dico a te: dopo la grande e santa chiamata, se alcuno, tentato dal diavolo, pecca, ha una sola penitenza; se poi subito dopo pecca e fa penitenza è inutile per tal uomo, poiché difficilmente vivrà. Gli dico: - Mi sono sentito rinascere nell’udire da te tali cose tanto esattamente; ora so che, se non tornerò ai miei peccati, sarò salvo. - Sarai salvo, dice, tu e quanti facciano queste cose»
Tags: Seconda penitenza
Riguardo: Patrologia
Il Pastore di Erma, Vis. 3.7.2
«Le pietre, che cadono nel fuoco e vi bruciano, sono quelli che si sono separati definitivamente dal Dio vivente; e il pensiero di fare penitenza non è più entrato nel loro cuore»
Tags: Pentimento, Penitenza
Riguardo: Patrologia
La Testimonianza di Verità, 45-49
Nag Hammadi IX, 3
Un’esegesi gnostica positiva del serpente dell'Eden
«E scritto nella Legge per quanto concerne questo, quando Dio diede [un comandamento ] ad Adamo, ‘Da ogni [albero] voi potrete mangiare, [però] dall’albero che è in mezzo al Paradiso non mangiate, perché il giorno che voi mangerete da esso voi morirete sicuramente.’ Però il serpente era più saggio 46 di tutti gli animali che erano in Paradiso, ed egli persuase Eva, dicendo ‘Il giorno in cui voi mangerete dall’albero che è in mezzo al Paradiso, gli occhi della vostra mente saranno aperti.’ Ed Eva ubbidì e stese la mano; ella prese dall’albero; ne mangiò; ella diede anche al suo marito con sé. E subito essi seppero di essere nudi, e presero dei fogli di fico e si fasciarono. Però [Dio] venne di sera, camminando in mezzo del Paradiso. Quando Adamo lo vide, si nascose. Ed Egli disse, ‘Adamo, dove sei?’ Egli rispose [e] disse, ‘Sono venuto sotto il fico.’ E proprio in quel momento Dio seppe che lui aveva mangiato dall’albero del quale Dio gli aveva comandato, ‘Non mangiare di esso.’ Ed egli gli disse, ‘Chi è 47 che gli ha istruito?’ Ed Adamo rispose, ‘La donna che tu mi ha dato.’ E la donna disse, ‘Il serpente è colui che mi ha istruito.’ Ed egli maledisse il serpente, e lo chiamò ‘diavolo’. Ed egli disse, ‘Ecco, Adamo è diventato come uno di noi, conoscendo il male ed il bene.’ Poi disse, ‘Scacciamolo via dal Paradiso per paura che lui prenda dall’albero della vita e mangi e viva per sempre.’ Però che tipo è questo Dio? Prima invidiò Adamo che egli mangiasse dall’albero della conoscenza. E poi egli disse, ‘Adamo, dove sei?’ E Dio non ha prescienza, cioè, perché non sapeva questo dal principio. [E] dopo egli disse, ‘Scacciamolo via dal Paradiso per paura che lui mangiasse dell’albero della vita e vivesse per sempre.’ Senza dubbio egli si manifestò particolarmente invidioso. E 48 che tipo di Dio è questo? Perché grande è la cecità di coloro che lessero, e non ne ebbero conoscenza. Ed egli disse, ‘Io sono il Dio geloso; imporrò i peccati dei padri sui figli fino alla terza [ed] alla quarta generazione.’ Ed egli disse, ‘Indurirò il loro cuore, e farò che la loro mente diventi cieca affinché né sappiano né capiscano le cose dette.’ Però queste cose egli dice a coloro che credono in lui e lo servono! E [in un] luogo Mosè scrive, ‘[Egli] fece del diavolo un serpente per [coloro] che egli ha nella sua generazione.’ In un altro libro, che è chiamato ‘Esodo’, è scritto dunque (cf. 7: 8-12): ‘Egli combatté contro [maghi], quando il luogo era pieno [di serpenti] secondo la loro [iniquità; e il bastone] che era nella mano di Mosè diventò un serpente (e) inghiottì i serpenti dei maghi.’ Ancora è scritto (Numeri 21:9), ‘Egli fece un serpente di rame (e) lo mise sopra l’asta 49 […] che […] in maniera tale che [chiunque avesse a guardare questo serpente] di rame, nessuno [avrebbe potuto distruggerlo], e chiunque che [crederà in] questo serpente di rame [verrà salvato]. Perché questo è Cristo; [coloro che] credono in lui [avranno ricevuto la vita]. Coloro che non credono [moriranno]»
Tags: Gnosticismo, Eden, Peccato originale, Serpente
Riguardo: Patrologia
Seconda lettera di Clemente, 14, 1-4
«Solo facendo la volontà di Dio, o fratelli, noi apparterremo dunque alla prima Chiesa, quella spirituale, che fu creata prima del sole e della luna... Scegliamo allora di appartenere alla Chiesa di vita, per essere salvati. Voi non ignorate, penso, che la Chiesa vivente è il corpo di Cristo, giacché la Scrittura dice: «Dio fece l'uomo maschio e femmina»; il maschio, è Cristo; la femmina, è la Chiesa. Anche i libri dei profeti e gli apostoli insegnano che la Chiesa non è di oggi, ma esiste fin dal principio; essa era spirituale proprio come il nostro Gesù, e fu manifestata negli ultimi giorni per salvarci. E la Chiesa
che era spirituale è divenuta visibile nella carne di Cristo, mostrandoci cosi che chi la conserverà nella propria carne senza corromperla, la riceverà nello Spirito Santo; poiché questa carne è la copia dello Spirito: chiunque pertanto corrompe la copia non può partecipare all'originale. Ciò significa dunque, o fratelli: rispettate la carne se volete aver parte allo Spirito. Se diciamo che la carne è la Chiesa e lo Spirito è Cristo, ne consegue che colui che oltraggia la carne oltraggia la Chiesa. Costui quindi non potrà partecipare allo Spirito che è il Cristo»
Tags: Chiesa corpo di Cristo, Appartenenza alla Chiesa visibile
Riguardo: Patrologia
sant'Agostino, Discorso nell'occasione della festa del santo martire Vincenzo, 275.1
Viene affermato che a rendere un uomo martire non è la pena che soffre ma la causa che lo spinge a soffrire tale pena.
«Naturalmente, perché non sia la forza di sopportazione ma la giustizia a fare i martiri: non è la pena ma la causa che fonda l'identità dei martiri. Infatti, molti hanno tollerato dolori per ostinazione non per coerenza; per vizio, non per virtù; per colpevole errore, non per rettitudine di principi; diventati strumenti del diavolo, non perché da esso osteggiati.»
Tags: Martirio, Martiri, Martire
Riguardo: Patrologia
sant'Agostino, Discorso nell'occasione della festa del santo martire Vincenzo, 275.1
«Scilicet ut victores non tolerantia faciat, sed iustitia: quoniam martyres discernit causa, non poena. Multi enim dolores toleraverunt pertinacia, non constantia; vitio, non virtute; pravo errore, non recta ratione; diabolo possidente, non persequente.»
Tags: Martirio, Martiri, Martire
Riguardo: Patrologia
sant'Agostino, Enarrationes in Psalmos, 115.6
«Dica dunque a Dio questo suo servo: Molti si dànno il nome di martiri e di servi tuoi, o Signore, perché hanno il tuo nome; appartenendo però a varie eresie e errori ed essendo fuori della tua Chiesa, tutti costoro non sono figli della tua serva; io invece sono e tuo servo e figlio della tua serva»
Tags: Martiri, Eretici, Chiesa
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino, La città di Dio, XXII, 5
«Tre sono le cose incredibili e tuttavia avvenute: è incredibile che Cristo sia risuscitato nella sua carne, è incredibile che il mondo abbia creduto ad una cosa tanto incredibile, è incredibile che pochi uomini, sconosciuti, inermi senza cultura, abbiano potuto far credere con tanto successo al mondo, e in esso anche ai dotti, una cosa tanto incredibile!”.»
Tags: Miracoli, Straordinarietà della fede cristiana
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, C. Iul. op. imp, 4.122
«Non dico che gli uomini non vengono liberati nemmeno per mezzo della grazia…Ma diciamo ciò che tu non vuoi: che gli uomini non sono liberati se non per mezzo della grazia, non sola perché siano rimessi a loro i debiti, ma anche perché non siano indotti nella tentazione. Non assegniamo Maria al diavolo per la condizione del nascere, ma per questo; perché la stessa condizione del nascere è risolta dalla grazia del rinascere»
Tags: Concezione immacolata di Maria
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Confessioni, 1.1.1
«Magnus es, Domine, et laudabilis valde: magna virtus tua et sapientiae tuae non est numerus. Et laudare te vult homo, aliqua portio creaturae tuae, et homo circumferens mortalitatem suam, circumferens testimonium peccati sui et testimonium, quia superbis resistis: et tamen laudari te vult homo, aliqua portio creaturae tuae. Tu excitas, ut laudari te delectet, quia fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te»
Tags: Inquietudine del cuore
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Confessioni, 1.1.1
Traduzione di Gioacchino Chiarini
«Sei grande, Signore, e degno di somma lode: grande è la tua potenza, e la tua sapienza non ha numero.’ E l’uomo, minia particella del tuo creato, vuole lodarti: l’uomo, che porta in giro con sé la sua natura di morte, che porta in giro con sé la prova del suo peccato e la prova che ‘resisti ai superbi.’ Eppure l’uomo, minima particella del tuo creato, vuole lodarti. Tu lo spingi a trovar gioia nelle tue lodi, poiché ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non s’acquieta in te»
Tags: Inquietudine del cuore
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Confessioni, 10.27.38
Traduzione di Gioacchino Chiarini
«Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco, tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo e, brutto com’ero, mi gettavo sulle bellezze da te create. Eri con me, ma io non ero con te. Da te mi tenevano lontano cose che, se non fossero in te, non sarebbero. Gridasti e chiamasti e spezzasti la mia sordità, balenasti, splendesti e scacciasti la mia cecità, schiudesti il tuo profumo, ne respirai e a te anelo, ne gustai e di te ho fame e sete, mi toccasti, e m’infiammai della tua pace»
Tags: Tardi ti ho amato, Conversione di sant'Agostino d'Ippona
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Contra Faustum, 14.39
«Gli stessi Giudei che deridono Cristo, del quale abbiamo conosciuto la passione, non vorrebbero che nelle figure espresse da tante parole e da tanti fatti siano celate delle profezie, ma sono costretti ad apprendere da noi che cosa esse significhino. Se infatti non accettassero che significano qualcosa, non potrebbero difendere quei libri di autorevolezza divina dalla vergogna di favole tanto sciocche. Ha compreso questo un certo Filone, uomo di altissima cultura, uno di quelli il cui eloquio i Greci non esitano a paragonare a quello di Platone. Ha provato ad interpretare alcuni passi non perché si intendessero riferiti a Cristo, al quale non credeva, ma in modo che maggiormente apparisse la differenza fra il riferire tutto a Cristo, in riferimento al quale realmente certe cose furono scritte, e l’andare alla ricerca, magari con soluzioni ingegnose, di congetture qualsiasi diverse dalla sua figura. Dal che si ricava quanto siano vere le parole dell’Apostolo: Quando ti recherai dal Signore sarà tolto il velo. Per riferire qualcosa d’altro, sempre a proposito della stesso Filone, ricorderemo che, volendo far intendere che l’arca del diluvio era stata fabbricata tenendo conto delle misure del corpo umano, ne esaminò tutti i particolari pezzo per pezzo. Mentre considerava con grande cura anche l’aspetto aritmetico, tutti i particolari si presentavano coerenti e nulla impediva che fossero riferiti a Cristo in quanto anche Cristo, salvatore del genere umano, era apparso in un corpo d’uomo. Non erano però cogenti in quanto il corpo umano è comune a tutti gli uomini. Ma quando si giunse alla porta, che era costruita sul fianco dell’arca, ogni congettura dell’ingegno umano venne meno e per dire qualcosa Filone osò credere, osò dire e osò scrivere che con quella porta venivano indicate le parti inferiori del corpo attraverso le quali vengono evacuate l’urina e lo sterco. Né cè da meravigliarsi se sbagliò per non aver trovato la porta. Se fosse passato a Cristo, tolto il velo avrebbe scoperto i sacramenti della Chiesa uscenti dal corpo di quell’uomo. Poiché infatti è stato predetto che saranno due in una carne sola, anche nell’arca alcuni particolari si riferiscono a Cristo e altri alla Chiesa, ma in realtà tutto riguarda Cristo. Così anche nelle interpretazioni delle figure diffuse in tutta la sacra Scrittura è possibile considerare e paragonare l’opinione di coloro che vi scorgono sempre Cristo con quella di coloro che anziché riportarla a Cristo la deviano verso altre interpretazioni»
Tags: Arca di Noè
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, De coniugiis adulterinis, 2, 20, 22
«Dunque costoro fanno consistere la superiorità maschile esclusivamente nella licenza di peccare; ma quando cerchiamo di inculcare in essi il timore di perire in eterno, se mantengono relazioni adulterine, siamo soliti portare loro ad esempio la continenza dei chierici. Questi per lo più sono designati contro la loro volontà ad assumersi questo stesso fardello, ma, una volta che lo hanno accettato, lo portano con l'aiuto di Dio fino al fine dovuto. Diciamo dunque ad essi: Allora? Se anche voi foste costretti ad addossarvi questo peso dalla violenza del popolo, non custodireste castamente il dovere che avete accolto, rivolgendovi subito al Signore per ottenerne le forze alle quali prima non avevate mai pensato? Ma, obiettano, li ripaga abbondantemente l'onore. Rispondiamo: E a voi molto di più sia di freno il timore. Se dunque molti ministri del Signore accettarono questo dovere imposto loro all'improvviso e inaspettatamente, nella speranza di risplendere più luminosi nell'eredità di Cristo, quanto più voi dovete vivere in continenza guardandovi dall'adulterio, nel timore non di risplendere di meno nel regno di Dio, ma di ardere nel fuoco della Gehenna? Queste e altre considerazioni dello stesso genere facciamo, nelle nostre possibilità, a coloro che ad ogni costo vogliono risposarsi quando la moglie li abbandona o quando essi la ripudiano per adulterio, e che al divieto ci oppongono la debolezza della carne. Ma ormai bisogna chiudere anche questo libro, e pregare Iddio perché non permetta che essi siano esposti alla tentazione dall'abbandono del coniuge; o se lo permette, perché il timore di porre a repentaglio la loro salvezza divenga per essi occasione di una castità maggiore o più sperimentata»
Tags: Continenza del clero, Continenza sacerdotale, Ordinazione contro la propria volontà
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, De doctrina christiana, I, 36.41
«Chi nelle Scritture la pensa diversamente da quel che pensava l'autore, siccome le Scritture non dicono il falso, è il lettore ad ingannarsi. Tuttavia, come avevo iniziato a dire, se si inganna scegliendo una interpretazione per la quale cresce nella carità - che è il fine della legge - si sbaglia come colui che per errore lascia la via ma, continuando il cammino per i campi, arriva ugualmente alla mèta dove conduceva quella strada. Lo si deve tuttavia correggere e gli si deve dimostrare quanto sia vantaggioso non abbandonare la via, sicché non succeda che con l'abitudine di andare fuori strada si trovi costretto a percorrere vie traverse o sentieri devianti»
Tags: Carità come fine della Legge
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, De natura et gratia, 36.42
«Escludiamo dunque la santa vergine Maria, nei riguardi della quale per l’onore del Signore non voglio si faccia questione alcuna di peccato. Infatti da che sappiamo noi quanto più di grazia, per vincere il peccato sotto ogni aspetto, sia stato concesso alla Donna che meritò di concepire e partorire colui che certissimamente non ebbe nessun peccato? Eccettuata dunque questa Vergine, se avessimo potuto riunire tutti quei santi e quelle sante durante la loro vita terrena e interrogarli se fossero senza peccato, quale pensiamo sarebbe stata la loro risposta?»
Tags: Concezione immacolata di Maria
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, en. Ps., 85.1
«Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’universo, unendoli a lui come membra, in modo che egli fosse figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini. Ne segue che, quando parliamo a Dio e preghiamo, non dobbiamo separare da lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non ha da considerarsi staccato del suo capo; per cui la stessa persona, l’unico salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce»
Tags: Chiesa Corpo di Cristo
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Epistola 186, 10
«Quando Dio corona i nostri meriti non corona altro che i suoi doni»
Tags: Giustificazione per fede, Sola fides, Assenso dell'uomo alla salvezza
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Esposizione sui salmi, 142.3
«Mi permetto di richiamare ancora una volta la vostra attenzione, non per insegnarvi cose a voi sconosciute ma soltanto per ricordarvi quanto sapete. Il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è il capo del suo corpo, è il mediatore unico fra Dio e l'uomo, lui, l'uomo Gesù, nato dalla Vergine e, per così dire, nella solitudine, come abbiamo sentito dall'Apocalisse. Se parla di solitudine è, a quanto mi sembra, da riferirsi al fatto che lui solo è nato così. Così lo generò la sua Madre, e sua missione sarebbe stata governare il popolo con scettro di ferro. Sua madre poi è la città di Dio del Vecchio Testamento, della quale in un salmo è detto: Cose gloriose sono state dette di te, città di Dio. Questa città inizia con Abele, come la città del male inizia con Caino. Molti secoli conta quindi questa città di Dio, cui tocca sopportare di continuo le vicissitudini della terra mentre lei spera le cose del cielo. Con altri nomi è chiamata Gerusalemme e Sion. Veramente, di un certo individuo nato nella città di Sion pur essendo lui stesso il fondatore della stessa Sion, parla un salmo che dice: Madre Sion, dirà l'uomo. Quale uomo? E si è fatto uomo in essa e lui, l'Altissimo, l'ha fondata. In poche parole, egli stesso si è fatto uomo in Sion, anzi uomo umile; eppure, lui stesso in quanto Altissimo, fondò quella città nella quale poi si sarebbe fatto uomo. Ecco perché quella donna era coperta di sole, cioè del sole stesso della giustizia che è ignorato dagli empi, i quali alla fine diranno: Abbiamo dunque smarrito la via della verità, e la luce della giustizia non è brillata per noi e il sole non è sorto per noi. Esiste dunque un sole di giustizia che non si leva per gli empi, mentre questo sole [Dio] lo fa sorgere sui buoni e sui cattivi. Quanto a quella donna, era rivestita di sole e portava in grembo un figlio maschio e stava sul punto di partorire. Lo stesso e identico personaggio era dunque colui che aveva fondato Sion e che nasceva in Sion, e quella donna era la città di Dio, protetta dalla luce di colui del quale corporalmente era la madre. Si comprende in tal modo anche perché la luna si trovasse sotto i suoi piedi: era perché lei, con la sua virtù, calcava la condizione mortale d'una carne che cresce e decresce»
Tags: Concezione immacolata di Maria
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Io. eu. tr., 57.5
«E così coloro che prediligono la calma meditazione delle cose divine e rifuggono dalla fatica e dalle difficoltà dell’azione, non ritenendosi capaci di esercitare il ministero attivo in modo irreprensibile, vorrebbero, se fosse possibile, che i santi Apostoli e gli antichi predicatori della verità risuscitassero per affrontare ancora l’iniquità dilagante, a causa della quale si è raffreddato il fervore della carità. Ma, a nome di coloro che già sono usciti dal corpo e si sono spogliati della tunica della carne (benché da essa non siano separati per sempre), la Chiesa risponde: Ho deposto la tunica, come posso rimettermela? Un giorno essa riprenderà questa tunica, e, in coloro che ne sono stati spogliati, la Chiesa si rivestirà della carne; non però adesso, adesso che occorre riscaldare coloro che sono freddi; ciò accadrà soltanto quando risorgeranno i morti. Trovandosi perciò in difficoltà per mancanza di predicatori, e ricordando quei suoi membri, sani nella dottrina e santi nei costumi ma ormai spogli del loro corpo, la Chiesa geme e dice: Ho deposto la tunica, come posso rimettermela? Come possono, ora, rivestirsi della carne di cui sono state spogliate quelle mie membra che, annunciando fervidamente il Vangelo, riuscirono ad aprire la porta a Cristo?»
Tags: Vita attiva, Vita contemplativa
Riguardo: Patrologia
sant'Agostino d'Ippona, Lett. CLXXXV, 19~20
««Orbene, in qual modo i sovrani possono servire Dio col timore se non col proibire e punire con religiosa severità i reati commessi contro i suoi comandamenti? Infatti un re serve Dio in due modi diversi: in quanto uomo lo serve vivendo fedelmente, in quanto invece è anche re lo serve promulgando e facendo osservare con opportuno rigore leggi che prescrivono ciò ch'è giusto e proibiscono il contrario. [...] I re dunque, come tali, servono Dio quando, per ubbidirgli, fanno ciò che solo i re possono fare.Dopo ch'è cominciata ad avverarsi la predizione della Sacra Scrittura: "E lo adoreranno tutti i re della terra, tutte le genti lo serviranno" (Ps. LXXI, 11), bisognerebbe aver perduto il cervello per suggerire ai sovrani: "Non preoccupatevi di sapere da chi nel vostro Stato viene difesa o combattuta la Chiesa del vostro Signore; non v'importi di sapere chi vuol essere adoratore di Dio o idolatra"».»
Tags: Sovrano cristiano, Potere temporale, Re, Politici, Politica
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Sermo 169, 11.13
«Chi ti ha creato senza di te, non ti giustifica senza di te: ha creato chi non sapeva, non giustifica chi non vuole»
Tags: Giustificazione per fede, Sola fides, Assenso dell'uomo alla salvezza
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Sermo 51, 11. 18
«In primo luogo, fratelli, non è da passar sotto silenzio la modestia tanto santa della Vergine Maria, perché sia norma di vita per le donne, nostre sorelle. Aveva partorito il Cristo, era andato da lei l'angelo e le aveva detto: Ecco, concepirai nel seno e darai alla luce un figlio che chiamerai Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo. Aveva meritato di dare alla luce il Figlio dell'Altissimo, eppure era umilissima; nemmeno parlando di se stessa prende il primo posto anteponendosi al marito, col dire: "Io e tuo padre", ma: Tuo padre - dice - e io. Non tiene conto della propria dignità di madre, ma bada a rispettare il diverso grado proprio dei coniugi. Il Cristo umile non avrebbe certo insegnato alla propria madre a insuperbirsi. Tuo padre e io, addolorati, andavamo in cerca di te. Essa dice: Tuo padre e io, poiché capo della donna è il marito. Quanto meno devono insuperbire tutte le altre donne! Poiché, se alla stessa Maria è stato dato il nome di "donna", ciò non è perché avesse perduto la verginità, ma perché quello era un appellativo proprio usato dal suo popolo. Anche l'Apostolo infatti, parlando del Signore Gesù Cristo, dice: nato da una donna, ma senza con ciò pregiudicare la regola e il tenore della nostra fede con cui professiamo ch'egli è nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. Questa infatti lo concepì essendo vergine, lo partorì continuando ad esser vergine e rimase sempre vergine. Gli ebrei però chiamavano "donne", secondo l'uso proprio della lingua ebraica, tutte le persone di sesso femminile. Ascolta un esempio quanto mai evidente. La prima donna che Dio creò prendendola dal fianco dell'uomo, prima ancora che s'unisse al marito - cosa che la Scrittura dice avvenuta dopo la loro espulsione dal paradiso - era tuttavia già chiamata "donna", poiché la Scrittura dice: Dio ne formò la donna»
Tags: Concezione immacolata di Maria
Riguardo: Patrologia
Sant'Agostino d'Ippona, Vera religione, 39.72
«Non andare fuori, torna in te stesso, nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un’anima che ragiona. Tendi dunque là dove si accende la luce della ragione»
Tags: Ricerca di Dio
Riguardo: Patrologia
Berthold Altaner, Patrologia, 223
Marietti, 7ª ed., 1977)
«La Praeparatio evangelica (Εὐαγγελικὴ προπαρασκευή), in 15 libri, composta tra il 312 e il 322, vuole dimostrare ai catecumeni e ai pagani, forse scossi dagli attacchi di Porfirio, come i Cristiani abbiano avuto ragione nel preferire il Giudaismo al paganesimo. La “Filosofia degli Ebrei” è superiore alla cosmogonia e alla mitologia dei pagani. I sapienti pagani, soprattutto Platone, hanno attinto dall’A.T.»
Tags: Semina verbi, Logos spermatikos, Logoi spermatikoi, Filosofia e Rivelazione, san Clemente Alessandrino, Praeparatio evangelica, Evangelikè proparaskeyé
Riguardo: Patrologia
Berthold Altaner, Patrologia, 70-71
Marietti, 7ª ed., 1977)
«Con la sua teoria del λόγος σπερματικός [logos spermatikos] Giustino getta un ponte tra la filosofia antica e il Cristianesimo. In Cristo apparve, in tutta la sua pienezza, il Logos divino, ma ogni uomo possiede nella sua ragione un germe (σπέρμα) del Logos. Questa partecipazione al Logos, e conseguente disposizione a conoscere la Verità, fu in alcuni particolarmente grande; cosí nei Profeti del giudaismo e, fra i greci, in Eraclito e Socrate. Molti elementi della verità sono passati, cosí egli opina, nei poeti e nei filosofi greci dell’antica letteratura giudaica, poiché Mosè era ritenuto lo scrittore assolutamente piú antico. Di conseguenza i filosofi, in quanto vissero e insegnarono conformemente alle regole della ragione, furono dei Cristiani, in un certo senso, prima della venuta di Cristo. Tuttavia solo dopo questa venuta i Cristiani sono entrati in possesso della verità totale e sicura, priva di ogni errore. Il pensiero teologico di San Giustino è fortemente influenzato dalla filosofia stoica e platonica»
Tags: Semina verbi, Logos spermatikos, Logoi spermatikoi, Filosofia e Rivelazione, san Giustino
Riguardo: Patrologia
Sant'Ambrogio, Explanatio evangelium secundum Lucam, 7.232-233
«E bellissimo, poi, che presenti quel padre che mangia in abbondanza la
carne del vitello, una vittima sacerdotale che doveva essere immolata per i peccati. Questo perché il Figlio voleva mostrarci che il cibo del Padre è la nostra salvezza, e la gioia del Padre è il riscatto dei nostri peccati. E qui senz’altro è giusto, se si fa questa applicazione al Padre, perché il Figlio è la vittima offerta per i peccati. Gioisce il Padre per il ritorno del peccatore; prima gioisce il Figlio per aver ritrovato la pecora, affinché tu sappia che uno solo è il gaudio del Padre e del Figlio, una sola l’operazione nel fondamento della Chiesa»
Tags: Vitello grasso simbolo dell’Agnello di Dio
Riguardo: Patrologia
Sant'Ambrogio, Explanatio Psalmorum, XII, 1.8
«E che dire del valore della profezia? Quello che altri annunciarono per enigmi, a Davide soltanto sembra essere stato promesso palesemente e apertamente. Mi riferisco alla nascita del Signore Gesù dalla sua discendenza, come gli ha detto il Signore: Porrò sul tuo trono un frutto del tuo ventre. Nei Salmi pertanto non solo Gesù nasce, ma prende anche su di sé la passione salvifica del suo corpo, muore, sorge, ascende al cielo, siede alla destra del Padre. Ciò che nessun uomo ha osato dire, solo questo profeta l’ha annunciato, e poi il Signore stesso l’ha manifestato nel vangelo»
Tags: Cristo nei Salmi, Profezie su Cristo
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, Contra Arianos, 2.70.1-3
«Ciò non sarebbe avvenuto se il Logos fosse stato una creatura: il diavolo, che è una creatura, condurrebbe una battaglia contro un’altra creatura e l’uomo, in mezzo fra i due, sarebbe sempre sottoposto alla morte, poiché non avrebbe uno tramite cui e nel quale, unito a Dio, possa divenire libero da ogni timore. Perché, la verità mostra che il Logos non fa parte delle cose create, ma che piuttosto ne è il creatore. Egli assunse il corpo creato ed umano al fine, rinnovandolo in qualità di demiurgo, di divinizzarlo in se stesso e di condurre tutti noi, in base all’affinità con esso, nel regno dei cieli. L’uomo non sarebbe stato divinizzato se fosse stato unito ad una creatura, ovvero se il Figlio non fosse stato vero Dio, e l’uomo non starebbe da presso al Padre se non fosse stato il naturale e vero Logos del Padre ad indossare il corpo. Come non saremmo stati liberati del peccato e dalla maledizione se la carne indossata dal Logos non fosse stata per natura umana (non avremmo infatti nulla in comune con ciò che è da noi estraneo), così non sarebbe stato divinizzato l’uomo se il Logos che si è fatto carne non derivasse per natura dal Padre e non fosse suo vero e proprio. Tale unione si è verificata perché ciò che per natura è uomo venisse unito a ciò che è proprio per natura della divinità, e la sua salvezza e la sua divinizzazione divenissero sicure. Coloro che negano che il Figlio derivi per natura dal Padre e sia proprio della sua sostanza, neghino anche che egli ha ricevuto una vera carne umana da Maria sempre vergine. Noi uomini non avremmo tratto alcun maggiore vantaggio, se il Logos non fosse stato veramente e per natura Figlio di Dio o se non fosse stata vera la carne che assunse. Ma egli assunse una vera carne, nonostante le follie di Valentino, ed il Logos era per natura e vero Dio, nonostante il delirio dei folli seguaci di Ario; una volta che egli è stato creato uomo per noi, e, come si è detto, ha rinnovato per noi quella via, in quella carne egli è divenuto nostro principio della nuova creazione»
Tags: Divinizzazione dell'uomo
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Sant'Atanasio, Contra Arianos, 3.30.1-5
«Chi, dunque, si applica alla lettura della Sacra Scrittura, apprenda le parole dall’Antico Testamento, ma contempli nei Vangeli il Signore che è divenuto come un uomo: Il Logos – dice infatti la Scrittura – si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Egli divenne uomo, ma non sia avvicinò ad un uomo: lo si deve tenere presente per evitare che gli empi, cadendo in questo errore, ingannino delle persone e che queste credano che, come nei tempi precedenti il Logos discese su ciascuno dei santi, così anche adesso il Logos sia disceso in un uomo a santificarlo e che si sia manifestato come nei casi precedenti. Se le cose stessero così, ed egli si fosse soltanto manifestato in un uomo, non ci sarebbe nulla di cui stupirsi, né coloro che vedevano ciò si sarebbero meravigliati dicendo: “Da dove viene costui?” e: “Perché tu che sei un uomo, ti fai Dio?” Essi sarebbero stati abituati a simili fenomeni, sentendo che il Logos del Signore si era accostato a ciascuno dei profeti. Ora però, poiché il Logos di Dio, tramite il quale tutte le cose furono fatte, sopportò di divenire anche Figlio dell’uomo e si umiliò assumendo la forma di servo, per questo per i giudei è scandalo la croce di Cristo, mentre per noi Cristo è potenza di Dio e Sapienza di Dio. Il Logos – come disse Giovanni – si fece carne: la Scrittura ha, infatti, l’abitudine di indicare l’uomo col nome di “carne”, come dice per bocca del profeta Gioele: Effonderò del mio Spirito su ogni carne, e come Daniele disse ad Astiage: Io non adoro degli idoli fatti dalle mani degli uomini, ma il Dio vivente, che ha creato il cielo e la terra, ed ha potere su ogni carne, sia egli che Gioele identificano la carne con la razza umana»
Tags: Incarnazione del Verbo, Logos fatto uomo, Incarnazione del Logos, Incarnazione del Figlio
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, Contra Arianos, 3.31.1-4
«Anche anticamente si accostò a ciascuno dei santi e santificò coloro che lo accoglievano da presso, ma quando questi venivano generati non fu detto che egli era divenuto uomo, né, quando essi pativano, si disse ami che egli aveva patito. Quando, però, a compimento dei secoli, venne da Maria per eliminare il peccato (così piacque al Padre di inviare il proprio Figlio, facendolo nascere da una donna e sotto la Legge), solo allora fu detto che assumendo la carne, divenne uomo, e che in tale carne patì in nostro favore. Pietro disse: Poiché dunque Cristo ha patito per noi nella carne, perché fosse chiaro e tutti credessimo che, pur essendo da sempre Dio, pur santificando coloro ai quali si accostava e pur amministrando tutte le cose secondo il volere del Padre, solo dopo e per causa nostra il Logos divenne uomo, e, come dice l’Apostolo, la divinità abito corporalmente nella carne. Tutto ciò equivale a dire che, pur essendo Dio, ebbe un proprio corpo, e servendosene come di uno strumento, divenne uomo per causa nostra. Per questa ragione, cioè poiché egli era in quella, è detto di lui ciò che è proprio della carne, come l’aver fame, l’aver sete, il patire, il soffrire la fatica e tutto ciò che la carne può subire; d’altro canto egli fece tramite il proprio corpo quelle opere che sono proprie del Logos stesso, come il far risorgere i morti far tornare a vedere i ciechi ed il curare l’emorroissa; il Logos portò le debolezze della carne come fossero proprie (sua infatti era la carne) e la carne compiva come una lavorante sottoposta le opere della divinità, poiché in essa si era fatta la divinità: il corpo era infatti di Dio. Per questa ragione il profeta ha ben detto: Portò e non ha detto: “Egli stesso curò per noi le debolezze della carne”, per evitare che, restando esterno al corpo e curandolo soltanto, come sempre aveva fatto, lasciasse gli uomini ancora sottoposti alla morte. Egli stesso porta le debolezze della nostra carne ed egli stesso porta i nostri peccati, per mostrare che è divenuto uomo per causa nostra e che il corpo che li porta in lui stesso è suo proprio. Egli non fu affatto danneggiato dal portare i nostri peccati col proprio corpo sul legno della croce, come disse Pietro, mentre noi uomini siamo stati purificati dalle nostre sofferenze e siamo stati riempiti della giustizia del Logos»
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Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, Contra Arianos, 3.43.1-5
«Quanto alla ragione per cui pur sapendolo, non lo ha rivelato ai discepoli, non è compito di alcuno andare alla ricerca di ciò che egli ha taciuto. Chi infatti ha conosciuto la mente del Signore? O chi gli è stato consigliere? Io credo che nessuno dei fedeli ignori per quale ragione ha detto che neppure il Figlio conosce tale ora; egli disse anche ciò, in quanto uomo, a causa della carne. Anche in questo caso non si tratta di un difetto del Logos, ma della natura umana della quale è proprio anche l’ignorare. Lo si potrà comprendere benissimo se solo, in buona fede, si esaminerà il momento in cui il Salvatore ha detto ciò e le persone cui si è indirizzato. Egli, infatti, non lo ha detto quando il cielo veniva creato tramite lui, né quando il Logos era a fianco del Padre a creare tutte le cose come architetto né prima di divenire uomo, ma solo quando il Logos divenne carne. Per questo, tutto ciò che egli, una volta divenuto uomo, dice in quanto uomo, è giusto riferirlo alla sua umanità. È proprio del Logos, in fatti, conoscere le creature, senza ignorarne il principio né la fine (sono infatti sue opere): egli conosce il loro numero e sa fino a quale momento ne ha voluto la sussistenza. Conoscendo il principio e la fine di ciascuna cosa, egli conosce ad ogni modo anche, collettivamente, il momento in cui si avrà la fine di tutte le cose. Poiché nel Vangelo dice a proposito di se stesso, in quanto uomo: Padre, è giunta l’ora: glorifica tuo Figlio, allora è chiaro che egli conosce in quanto Logos la fine di tutte le cose, ma che la ignora in quanto uomo: è infatti proprio dell’uomo ignorare, soprattutto queste cose. Ma anche questo è proprio della benevolenza del Salvatore. Una volta divenuto uomo non ha vergogna, a causa della carne che ignora, di dire: “Non so”. Per mostrare che, pur sapendo in quanto Dio, ignora in quanto carne. Egli, inoltre, non ha detto: “Neppure il Figlio di Dio lo sa”, per evitare che la divinità apparisse ignorante; egli ha detto semplicemente: Neppure il Figlio perché l’ignoranza fosse del Figlio che è divenuto uno degli uomini»
Tags: Ignoranza della natura umana
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, Contra Arianos, 3.56.1-6
«Udendo: Io ed il Padre siamo una cosa sola avrebbero dovuto comprendere l’unica divinità e la proprietà di sostanza del Padre col Figlio; udendo invece che pianse ed altre affermazioni analoghe, avrebbero dovuto definirle proprie del corpo, soprattutto perché in ciascuno di questi casi hanno una ragionevole motivazione per concludere che le une sono state scritte in riferimento all’elemento divino, le altre per via del suo corpo umano. Non si sarebbe avuto ciò che è proprio del corpo in una sostanza incorporea, a meno che questa, assumendo un corpo, non fosse divenuta corruttibile e mortale: santa Maria fu infatti mortale e da essa derivò anche il corpo di Cristo, Poiché egli era venuto in un corpo che pativa, che piangeva e che provava la fatica, era necessario che tutto ciò che è proprio della carne venisse detto, insieme al corpo, in riferimento a lui. Se è vero che pianse e che fu turbato, non fu il Logos in quanto Logos a piangere e ad essere turbato, ma tutto ciò era proprio della carne; se chiese che il calice passasse da lui, non era la divinità a temere, ma anche questa passione era propria della sua componente umana, come anche l’esclamazione: Perché mi hai abbandonato? Come già abbiamo detto, gli evangelisti hanno detto ciò di lui nonostante che non patisse nulla (il Logos era infatti estraneo a qualsiasi sofferenza): questo perché, una volta che il Signore divenne uomo, è come se fosse stato un uomo a fare e a dire tutto ciò, per rendere la carne libera dalle sofferenze, alleggerendola personalmente da esse. Per questo non può essere abbandonato dal Padre il Signore che è da sempre in lui, anche prima di parlare e di pronunciare tali parole. Di nuovo, non è lecito dire che ebbe timore proprio il Signore, alla vista del quale i guardiani degli inferi, stupitisi, lasciarono aperti gli inferi stessi, tanto che si spalancarono i sepolcri, risorsero molti dei corpi dei santi ed apparvero ai loro familiari. Taccia dunque ogni eretico ed abbia timore di dire che ebbe paura proprio il Signore, alla vista del quale la morte, come un serpente, fugge, i demoni tremano ed il mare è preso da spavento; per lui i cieli si aprono e si scuotono tute le potenze: ecco che mentre egli dice: Perché mi hai abbandonato? il Padre ha mostrato di essere sempre in lui, anche allora. La terra, riconoscendo la voce del proprio Signore, tremò, il velo del tempio si squarciò, il sole si eclissò e le pietre si spezzarono; i sepolcri, come già ho detto, si spalancarono ed i morti che erano in essi resuscitarono; cosa ancora più meravigliosa, coloro che erano lì e che prima lo negavano, alla vista di ciò, riconobbero che gli era veramente il Figlio di Dio»
Tags: Soffrire è proprio della carne
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, De Incarnatione, 18.1-3
«Dunque, quando i teologi dicono di lui che mangiava e beveva e fu partorito, sappi che fu il corpo ad essere partorito come un corpo e nutrito con alimenti appropriati, ma a quel corpo era unito lo stesso Dio Verbo che ordina l’universo, il quale mediante le opere che compiva nel corpo si faceva conoscere non già come uomo ma come Dio Verbo. Tuttavia di lui si dice questo perché il corpo che mangiava, che fu partorito e patì non era di un altro ma del Signore e perché, da quando era diventato uomo, era giusto che si dicesse questo di lui come di un uomo, affinché fosse chiaro che ha un corpo vero e non apparente. Ma come da questo si capiva che era presente corporalmente, così dalle opere che compiva mediante il corpo si faceva conoscere come figlio di Dio. Perciò gridava ai Giudei increduli dicendo: “Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete alle mie opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre.” Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma la Potenza e il Verbo di Dio»
Tags: Umanazione, Incarnazione, Verbo fatto carne
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, De Incarnatione, 20.1
«Dunque, sopra abbiamo esposto in parte, per quanto era possibile e nella misura in cui la potevamo comprendere, la causa della sua manifestazione corporea: abbiamo cioè spiegato che nessun altro poteva trasformare il corruttibile nella incorruttibilità all’infuori del Salvatore stesso, che all’inizio ha creato tutte le cose dal nulla; che nessun altro tranne l’immagine del Padre poteva restaurare negli uomini la conformità all’immagine; che nessun altro poteva risuscitare ciò che è mortale così da renderlo immortale, tranne il nostro Signore Gesù Cristo che è la Vita-in-sé; che nessun altro può insegnarci chi è il Padre ed annientare il culto degli idoli, tranne il Verbo che ordina l’universo ed è il solo vero ed unigenito figlio del Padre»
Tags: Umanazione, Incarnazione, Verbo fatto carne, Figlio incarnato
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 14.1-3
«Passò in tal maniera circa vent’anni, conducendo da solo questa vita ascetica, senza allontanarsi di là e senza essere veduto da alcuno se non raramente. Poi, molti, tormentati da malattie, venivano a farsi curare, altri desideravano di imitare la vita ascetica di Antonio, altri suoi conoscenti si recarono al castello, e forzato l’ingresso, entrarono. Si fece loro innanzi Antonio, come un iniziato ai misteri che esce dal sacro recesso, ispirato da Dio. Allora per la prima volta lo videro fuori dal castello quelli che erano andati da lui. Si meravigliarono al vedere che le sue condizioni fisiche erano sempre le stesse, non impinguato per la mancanza di moto, né dimagrito dai digiuni e dalle lotte con i demoni: era come l’avevano visto prima che si chiudesse nel suo ritiro»
Tags: Ascetismo, Umanità ideale
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 25.1-5
«‘Sono astuti’ e pronti a trasfigurarsi. Talvolta, infatti, salmodiano cantando. Fingono di cantare senza essere visibili e citano i detti delle Scritture. Accade che quando noi leggiamo essi producono quasi un suono, come se leggessero ciò che noi stiamo leggendo; e mentre dormiamo ci spingono a pregare, e fanno ciò continuamente senza quasi permetterci di dormire. Spesso si trasformano in eremiti, e sembrano parlare come persone devote e timorate, per sedurre con un aspetto simile al nostro e trascinare dove vogliono coloro che hanno sedotto. Ma non bisogna prestar loro attenzione, neanche se tentano di persuadervi a non mangiare o se vi rimproverano per cose delle quali furono una volta, con noi, unici testimoni. Non fanno questo per amore della religione e della verità, ma piuttosto mirano a far cadere i semplici e a rendere senza profitto l’ascesi. Essi vogliono produrre negli uomini una nausea, affinché reputino troppo grave la vita solitaria e vengano impediti di vivere combattendo i demoni.»
Tags: Demoni
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 35.4
«Con l’aiuto del Signore, è possibile imparare a distinguere l’avvicinarsi degli esseri buoni e dei malvagi»
Tags: Discernimento degli Spiriti
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 5.7
«Lo aiutava il Signore che si rivestì di carne per noi, e che concesse al corpo la vittoria contro il diavolo; sicché ciascuno di quelli che sostennero una simile lotta poteva dire con l’Apostolo: ‘Non io, ma la grazia di Dio che è con me»
Tags: Sant'Antonio
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 7.1
«Questa fu la prima lotta di Antonio contro il diavolo; o per meglio dire, la lotta del Salvatore, che compì ciò in Antonio»
Tags: Sant'Antonio
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 87.3-6
«In una parola, Dio l’aveva dato come medico all’Egitto. Chi andò una volta da lui, e non tornò lieto? Chi andò da lui piangendo i suoi morti, e non dimenticò subito il lutto? Chi andò irato, e non si volse subito all’amicizia? Chi scoraggiato dalla povertà, ascoltandolo e vedendolo, non disprezzò le ricchezze, e non ricevette consolazione dalla povertà? Quale eremita titubante andò da lui senza essere fortificato contro le difficoltà? Quale giovane andò sul monte da lui, e vedendo Antonio non si inaridirono subito nel suo cuore i piaceri lascivi, e non amò subito la pudicizia? Chi, tormentato dal demonio, andò da lui, e non riacquistò la speranza? Chi andò da lui soffrendo la inquietudine dei pensieri, e non tornò con la menta serena?»
Tags: Consolatore, Consolazione
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, La Vita di Antonio, 9.6
«E subito il luogo [nelle tombe] si riempì di immagini di leoni e di orsi, di leopardi, serpenti, tori, aspidi, scorpioni e lupi»
Tags: Bestie diaboliche, Demoni
Riguardo: Patrologia
Sant'Atanasio, Tomus ad Antiochenos, 7.1-3
«Ma anche per quanto attiene al disegno divino dell’incarnazione del Salvatore, poiché anche su questo alcuni parevano in disaccordo tra loro, esaminammo sia questi che quelli, e con ciò che professavano gli uni erano d’accordo anche gli altri: che non come nei profeti “venne la parola del Signore”, così prese dimora anche in un uomo santo “nella pienezza dei tempi”, ma che proprio il “Logos si è fatto carne” ed “essendo nella forma di Dio, assunse la forma di schiavo”, e che è stato generato come uomo per noi da Maria per quanto attiene al suo essere nella carne; e così il genere umano, in modo completo e integrale, in Lui viene liberato dal peccato e da morto qual era riceve vita per essere introdotto nel regno dei cieli. Professavano anche questo, che il Salvatore non ebbe un corpo senz’anima o sensibilità o intelletto. Neppure era possibile che il corpo del Signore fattosi uomo per noi fosse privo di intelletto e in Lui, Logos, la salvezza non fu soltanto del corpo, ma anche dell’anima; ed essendo realmente figlio di Dio è diventato anche figlio dell’uomo, ed essendo figlio unigenito di Dio sempre Lui è diventato anche “primogenito tra volti fratelli”. Perciò non era uno il figlio di Dio prima di Abramo e un altro quello dopo Abramo, né era uno colui che risuscitò Lazzaro e un altro quello che si informava a suo riguardo, ma era lo stesso colui che come uomo diceva: “dove giace Lazzaro?” e che come Dio lo risuscitò; lo stesso colui che col corpo come uomo sputava, e in modo divino come figlio di Dio apriva gli occhi del cieco nato; e pure “soffrendo nella carne”, come dice Pietro, tuttavia come Dio apriva i sepolcri e risuscitava i morti. Di conseguenza, pensando così tutto ciò che c’è nel Vangelo, affermarono di pensarla allo stesso modo sull’incarnazione e l’inumanazione del Logos»
Tags: Incarnazione
Riguardo: Patrologia
San Basilio Magno, De Spiritu Sancto, 29.71
«A coloro che dicono che la dossologia con lo Spirito non è attestata nella Scrittura, diciamo questo: se non si accetta nessun’altra cosa non attestata nella Scrittura, non si accetti neppure questa: se però la maggior parte delle celebrazioni dei misteri hanno per noi diritto di cittadinanza insieme a molte altre cose che pur non sono nella Scrittura, allora ammettiamo anche questa. Io credo che sia un criterio apostolico attenersi anche alle tradizioni non scritte: ‘Vi lodo—dice infatti l’Apostolo—perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse’; e ancora: ‘Mantenete le tradizioni che avete apprese sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera’.
Una di queste tradizioni è anche questa dossologia che è stata trasmessa ai successori da coloro che l’hanno inizialmente istituita: si ne è diffuso l’uso sempre più nel tempo, e per lunga consuetudine si è radicata nelle Chiese. E allora, se come nel tribunale, mancando di prove scritte, vi presentassimo una folla di testimoni, non otterremmo da voi un voto di remissione?
Io credo che ‘ogni parola sarà stabilita sulla bocca di due o tre testimoni’; e se vi dimostriamo chiaramente che abbiamo dalla nostra parte un lungo tempo, non vi sembra naturale che diciamo che questo processo non è imputabile a noi? Le dottrine antiche infatti ingenerano emozione, come quelle che hanno la venerabilità di un’altra antichità. Vi enumererò dunque i difensori di questa parola con e si potrà misurare bene il tempo anche da ciò che passeremo sotto silenzio. Non siamo stati noi a lanciare per primi quell’espressione: e come avremmo potuto? Noi siamo solo di ieri, secondo la parola di Giobbe, di fronte a tanto tempo quale è quello che accompagna quest’usanza.
Io stesso, se devo dire la mia testimonianza, custodisco questa parola come una sorta di eredità paterna, avendola ricevuta da un uomo che è vissuto a lungo nel servizio di Dio, dal quale sono stato anche battezzato e introdotto al servizio della Chiesa [Basilio accenna a Dianio, vescovo di Cesarea].
Cercando, da parte mia, se qualcuno degli antichi santi uomini ha usato queste parole ora controverse, ne trovai molti degni di fede anche per la loro antichità e che, per la profondità della loro scienza, non sono come quelli di ora. Alcuni di loro per unire i termini della dossologia hanno usato la preposizione, altri la congiunzione, e hanno giudicato che ciò non facesse differenza alcuna nei confronti di una retta nozione della pietà»
Tags: Dossologie, con lo Spirito Santo
Riguardo: Patrologia
San Basilio Magno, De Spiritu Sancto, 9.22
«Esaminiamo ora le nozioni correnti che abbiamo intorno allo Spirito Santo, sia quelle raccolte dalle Scritture, sia quelle che ci furono trasmesse dalla tradizione non scritta dei Padri. E prima di tutto, chi, udendo i nomi dati allo Spirito Santo, non si sente l’anima sollevata e non innalza il suo pensiero verso la natura suprema? Lo Spirito Santo è chiamato Spirito di Dio, Spirito di verità che procede dal Padre, Spirito retto, Spirito che giuda. Il suo nome più appropriato è Spirito Santo, perché questo nome indica l’essere più incorporale, più immateriale e più esente da composizione. Perciò il Signore, alla Samaritana persuasa che si dovesse adorare Dio in un luogo, insegnò che l’incorporeo non può essere chiuso da limiti, e disse: Dio è spirito (Gv. 4,24). Quindi chi sente dire ‘Spirito’ non può figurarsi una natura limitata, sottoposta a mutamenti e variazioni, oppure simile in tutto a cosa creata. Colui che si spinge col pensiero fino a ciò che vi è di più sublime, necessariamente dovrà figurarsi un Essere intelligente, infinito in potenza, illimitato in grandezza, non misurabile con i tempi e con i secoli, generoso dei suoi beni.
“A lui si rivolgono tutti quelli che hanno bisogno di santificazione; lui desiderano coloro che vivono secondo virtù, perché irrorati dal suo effluvio, sono aiutati a giungere al loro proprio fine naturale. Egli perfeziona gli altri e di nulla ha bisogno: non vive perché riceve da altri, ma distribuisce lui stesso la vita. Non riceve accrescimento, perché è perfetto già dal principio, stabile in se stesso, presente dappertutto. Sorgente di santificazione, luce intelligibile, egli fornisce da se stesso ad ogni facoltà razionale l’illuminazione necessaria per la ricerca della verità. Inaccessibile per natura, si lascia comprendere per sua bontà. Riempie tutto con la sua potenza, ma si comunica soltanto a coloro che ne sono degni, e non nella stessa misura, ma proporzionando la sua azione alla fede di ciascuno. Semplice nella sostanza, vario nelle sue potenze, tutto intero in ciascuno e tutto intero dappertutto: si divide e non subisce diminuzione, si partecipa a tutti e rimane integro, come accade alla luce del sole: ne gode ciascuno, come se fosse solo; e tuttavia essa illumina la terra e il mare e si mescola all’aria. Così fa lo Spirito con coloro che sono in grado di riceverlo; è presente a ciascuno come se fosse solo, e infonde in tutti la grazia sufficiente. Di lui ciascuno gode quanto ne è capace, non quanto lo Spirito può donare»
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Benedetto XVI, Omelia sulla Cattedra di San Pietro, 19 febbraio 2012
«La grande Cattedra è sostenuta dai Padri della Chiesa. I due maestri dell’Oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio, insieme con i latini, sant’Ambrogio e sant’Agostino, rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede nella santa e unica Chiesa. Questo elemento dell’altare ci dice che l’amore poggia sulla fede. Esso si sgretola se l’uomo non confida più in Dio e non obbedisce a Lui. Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede. La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere. I Padri della Chiesa hanno nella comunità ecclesiale la funzione di garanti della fedeltà alla Sacra Scrittura. Essi assicurano un’esegesi affidabile, solida, capace di formare con la Cattedra di Pietro un complesso stabile e unitario. Le Sacre Scritture, interpretate autorevolmente dal Magistero alla luce dei Padri, illuminano il cammino della Chiesa nel tempo, assicurandole un fondamento stabile in mezzo ai mutamenti storici.»
Tags: Cattedra di san Pietro
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Bosio-Dal Covolo-Maritano, Introduzione ai Padri della Chiesa, vol. I, 157
Tags: Apologisti
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San Cipriano di Cartagine, De cathoicae ecclesiae unitate, 6
«Habere non potest Deum patrem qui ecclesiam non habet matrem»
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San Cipriano di Cartagine, De catholicae ecclesiae unitate, 4: Testo del primato
«Allo stesso [Pietro], dopo la risurrezione, [Gesù] dice: Pasci le mie pecore. Sopra di lui edifica la Chiesa e a lui affida le pecore da pascere. E quantunque a tutti gli Apostoli attribuisca eguale potere, tuttavia egli istituì un’unica cattedra, stabilendo in essa, con l’autorità della sua parola, l’origine e il motivo dell’unità. Certamente anche gli altri Apostoli erano nella stessa dignità di Pietro, ma a Pietro è conferito il primato, perché una apparisse la Chiesa e una la cattedra. Tutti certamente sono pastori, ma il gregge è presentato come uno solo, per essere pasciuto da tutti gli Apostoli stretti da unanime consenso. E chi non conserva questa unità della Chiesa, si illude di conservare la fede? Chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è stata fondata la chiesa, si illude di restare nella Chiesa?»
Tags: Chiesa fondata su Pietro
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San Cipriano di Cartagine, De catholicae ecclesiae unitate, 4: Textus receptus
«Se si considerano ed esaminano queste cose non c’è bisogno di lunga
discussione, né di argomentazioni. E una prova che conduce facilmente alla convinzione per la via breve della verità. Il Signore parla a Pietro in questi termini: Io ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra resterà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra resterà sciolto nei cieli.
“Sopra uno solo egli edifica la Chiesa. E quantunque dopo la sua risurrezione egli attribuisca a tutti gli Apostoli un eguale potere dicendo: Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi; ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti; tuttavia per esprimere l’unità, stabilì con la sua autorità che l’origine di quella unità stessa derivasse da uno solo. Certamente anche gli altri Apostoli godevano della stessa dignità di Pietro ed erano insigniti di eguale partecipazione di onore e di potere, ma l’inizio parte dall’unità, in modo che la Chiesa apparisca una sola.
“Questa Chiesa stretta in unità viene anche designata nel Cantico dei Cantici dallo Spirito Santo, che parla nella persona del Signore e dice: Una sola è la mia colomba, la mia perfetta, l’unica di sua madre, la preferita di colei che l’ha generata. E chi non conserva questa unità della Chiesa, s’illude di conservare la fede? Chi s’oppone e resiste alla Chiesa, s’illude di restare in essa? Mentre invece il beato apostolo Paolo insegna questa stessa verità e dimostra il mistero di questa unità dicendo: Uno è il corpo e uno lo spirito, una la speranza della vostra vocazione, uno il Signore, una la fede, uno il battesimo, uno Dio»
Tags: Chiesa fondata su Pietro
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San Cipriano di Cartagine, Epistula, 66.8
«Scire debes episcopum in ecclesia esse et ecclesiam in episcopo, et si quis in episcopo non sit in ecclesia non esse»
Tags: Vescovo e Chiesa, Vescovi e Chiesa
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San Cipriano di Cartagine, Epistula, 73.21
«Salus extra ecclesiam non est»
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, I.20.98.3-4
«E se la filosofia coadiuva alla scoperta della verità anche solo da lontano, tendendo con sforzi molteplici verso quella dottrina nostra che è strettamente congiunta con la verità, essa coadiuva, s’intende, colui che s’è impegnato a raggiungere la ‘gnosi’ con la ragione. Tuttavia la verità dei Greci è distante dalla nostra, anche se ha in comune la designazione, per [la nostra] ampiezza di conoscenze, maggior rigore di dimostrazione, divina potenza e altre simili prerogative. ‘Allievi di Dio’ noi siamo,
PATROLOGIA 93 poiché siamo istruiti in Scritture veramente sante, alla scuola del Figlio di Dio: e perciò [i Greci] non certo allo stesso modo addestrano le anime, ma con insegnamento diverso»
Tags: Superiorità del cristianesimo, Verità
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, I.5.28.1-3
«Orbene, prima della venuta del Signore la filosofia era ai Greci necessaria per giungere alla giustizia; ora diviene utile per giungere alla religione: essa è in certo modo una propedeutica per coloro che intendono conquistarsi la fede per via di dimostrazione razionale. ‘Il tuo piede’ dice la Scrittura ‘non c’è rischio che inciampi’: purché riconduca alla provvidenza ciò che è bene, greco o nostro che sia. Di tutte le cose che sono buone è causa Dio: di alcune in modo diretto, come per esempio dell’Antico e del Nuovo Testamento, di altre mediatamente, come della filosofia. Potrebbe anche darsi che la filosofia fosse stata data ai Greci quale bene primario, avanti che il Signore li chiamasse, poiché anche essa educava la grecità a Cristo, come la legge gli Ebrei. Perciò la filosofia serva a preparare, aprendo la strada a colui che sarà reso perfetto da Cristo»
Tags: Filosofia greca
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, II.11.48.3-4
«E forse la nostra dimostrazione è la sola vera, in quanto fornita da divine Scritture, dalle sacre lettere e dalla sapienza ‘insegnata da Dio’, come dice l’apostolo. E già un apprendimento l’obbedire ai comandamenti, il che significa aver fede in Dio: e la fede è una potenza di Dio, è la forza della verità»
Tags: Superiorità del cristianesimo, Verità, Sapienza biblica
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, II.11.52.3-4
«Dunque la fede e la ‘gnosi’ della verità dispongono l’anima che le ha abbracciate a diportarsi sempre secondo le medesime norme e allo stesso modo. Affini alla menzogna sono l’incostanza, la deviazione, la ribellione, come affini allo ‘gnostico’ sono la calma, il riposo, la pace»
Tags: Doni spirituali della gnosi
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, II.19.102.6
«Essa, insomma, con l’espressione ad immagine e somiglianza, come sopra abbiamo detto , non si riferisce a ciò che è secondo il corpo, poiché non si può assimilare mortale ad immortale, ma soltanto secondo spirito e ragione»
Tags: Imago Dei, Immagine e somiglianza di Dio
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, II.19.97.1
«“Questi è lo ‘gnostico’ ad immagine e somiglianza, colui che imita Dio per quanto è possibile, nulla tralasciando di quanto giova a questa realizzabile somiglianza: egli è continente e paziente, vive secondo giustizia, domina le passioni, dà ciò che ha, per quanto può, benefica con la parola e con l’opera»
Tags: Imago Dei, Immagine e somiglianza di Dio
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, II.22.134.2
«L’assimilazione al retto Logos nella misura del possibile è il nostro fine, e così pure la riabilitazione alla perfetta adozione filiale attraverso il Figlio»
Tags: Adozione filiale, Filiazione, Fine ultimo
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.17.107.6
«E quanto più uno, comportandosi con giustizia, diventa ‘gnostico’, tanto più vicino a lui è quello spirito luminoso»
Tags: Giustizia dello gnostico, Gnosi
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.18.114.1
«Per lo ‘gnostico’ [il Signore] ha preparato ciò che né occhio vide mai, né orecchio udì, né si manifestò in cuore d’uomo, mentre al semplice credente Egli promette il centuplo di ciò che ha lasciato: promessa che può essere intesa da intelligenza umana»
Tags: Gnosi, Gnostico
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.22.135.1-4
«Uno che sa veramente comprendere e penetrare [il significato delle Scritture]: questi è lo ‘gnostico’. Suo comportamento tipico non è l’astenersi dal male (questa è pure la base di un grandissimo avanzamento), e nemmeno fare del bene per paura….Ma nemmeno [lo ‘gnostico’ farà il bene] per la speranza di un premio promesso….Soltanto il fare il bene per amore, quello che si fa per il bene in sé e per sé, deve scegliere lo ‘gnostico’»
Tags: Vita gnostica, Gnosi
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.23.152.3
«In conclusione, nella vita contemplativa uno prende cura di se stesso mediante il culto di Dio, e attraverso la sua propria limpida purificazione contempla Dio, che è santo, in modo santo»
Tags: Vita contemplativa, Contemplazione
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.26.165.2
«Pertanto le buone azioni, in quanto ‘migliori’, sono sempre attribuite alla parte superiore, la spirituale, invece quelle compiute per voluttà e peccaminose sono imputate alla parte inferiore, appunto peccaminosa. Così l’anima del sapiente e ‘gnostico’, che è come ospite del corpo, si comporta verso di esso in modo serio e rispettoso, ma senza troppo attaccamento, disposta a lasciare lì per lì ‘l’abitacolo’»
Tags: Morale dello gnostico
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.3.9.4-5
«Se uno è il compito proprio di ciascun essere, corrispondente alla sua natura, così del bue, così del cavallo, così del cane, quale diremo che è il compito proprio dell’uomo? Egli assomiglia, purtroppo, al centauro della mitologia tessalica, composto com’è di elemento razionale ed elemento irrazionale, d’anima e di corpo: ma il corpo opera nella terra e s’affanna per la terra, l’anima è protesa invece verso Dio, almeno in quanto è istruita mediante la vera filosofia, aspira ai suoi congiunti di lassù, distolta che sia dai desideri del corpo e, inoltre, dalle pene e dal timore»
Tags: Compito dell'uomo
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.4.14.3
«Dico subito che noi chiamiamo perfezione il martirio non perché [il martire] ha raggiunto il fine della vita come gli altri, ma perché ha manifestato una perfetta opera di amore»
Tags: Martire, Martiri, Martirio
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.4.15.5
«Infatti la conoscenza del nome [di Cristo] e l’intelligenza del Vangelo significa ‘gnosi’ e non l’atto dell’invocare [Dio] semplicemente, [sì che in pratica] si abbandona tutto ciò che è del mondo, si abbandona ogni sostanza e ogni possesso, poiché si vive senza sentirne attaccamento»
Tags: Gnosi
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.6.27.3
«Colui che nel suo pentimento riconosce peccatrice l’anima, la farà morire rispetto al peccato, dal quale si è distaccato: ma, perdutala, la ritroverà nell’obbedienza, risuscitata per la fede, dopo che era morta al peccato. Proprio questo significa ritrovare la propria anima: conoscere se stesso»
Tags: Conoscere sé stessi, Peccato, Conversione
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, IV.6.40.1
«Quando dunque vive nella contemplazione, nella pura consuetudine con il divino, colui che partecipa in modo ‘gnostico’ alla santa qualità [di tale vita] si avvicina vieppiù in abitudine alla Identità senza passioni, tanto che non più ha scienza, non più possiede ‘gnosi’, ma ‘è’ scienza e ‘gnosi’»
Tags: Contemplazione, Gnosi
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, V.1.1.4
«Dalla fede alla ‘gnosi’, attraverso il Figlio il Padre: e ‘gnosi’ del Figlio e del Padre è il conseguimento e il discernimento della verità attraverso la verità, secondo il ‘canone gnostico’—quello che è veramente ‘gnostico’»
Tags: Conoscenza del Padre, Gnosi
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VI.7.55.4
«[I Greci] in parte li sottrassero, in parte anche li fraintesero; negli altri casi certe cose hanno espresso con divina ispirazione, ma non le resero alla perfezione,
PATROLOGIA 96 certe altre hanno espresso con congetture e raziocinio umano, e qui anche falliscono. Essi s’illudono di raggiungere la verità in modo completo, ma noi li scopriamo: essi la raggiungono solo parzialmente»
Tags: Comprensione parziale dei greci, Verità parziale
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VI.7.59.3
«Invece quelli che credettero alla venuta del Signore e alla chiarezza delle Scritture, sono nella conoscenza perfetta della legge, come pure quelli che provengono da studi filosofici, attraverso la dottrina del Signore, pervengono a stabilirsi nella conoscenza perfetta della vera filosofia»
Tags: Gnosi, Vera filosofia, Scritture
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VI.7.60.1-61.3
«la dottrina approvata e saggia dev’essere apprezzata e accolta, quando sia ben purificata ‘nella [fornace di] terra’, cioè quando l’anima ‘gnostica’ sia ‘in molti modi’ santificata nell’astensione dagli ardori terreni. Ma è santificato anche il corpo nel quale essa abita, da essa fatto suo proprio per [informarlo alla] limpida purità di un santuario. E la purificazione prima dell’anima entro il corpo è proprio l’astensione dal male, ritenuta da alcuni la perfezione: ed è in realtà questa la perfezione del comune fedele, giudeo o greco. Ma la giustizia dello ‘gnostico’, oltre la perfezione tenuta tale da altri, procede ad attività di bene, e colui per il quale la crescita nella giustizia progredisce fino ad attività di bene conserva in abito immutabile di attività buona la sua perfezione a somiglianza di Dio. Quelli che sono seme di Abramo, ancora servi di Dio, sono i ‘chiamati’, ma i figli di Giacobbe sono i suoi ‘eletti’: quelli che ‘soppiantarono’ la potenza del male. Se dunque noi definiamo ‘sapienza’ il Cristo nella sua persona e nella sua opera, spiegata dai profeti, attraverso la quale possiamo apprendere la tradizione ‘gnostica’, come la insegnò Egli stesso ai santi apostoli al tempo della sua venuta, anche la ‘gnosi’ deve essere sapienza: essa è scienza e comprensione sicura ed infallibile di ciò che è, che sarà e che è passato, in quanto tramandata e rivelata dal Figlio di Dio. E se il fine del sapiente è la contemplazione, ebbene l’attività contemplativa di chi tuttora fa filosofia tende, sì, alla divina scienza, ma non la consegue ancora: a meno che non apprenda con disciplina la voce profetica che [solo così] le si fa chiara, attraverso la quale può comprendere ‘le cose che sono, che saranno e che furono’, nel modo che sono, furono e saranno. Ma proprio questa ‘gnosi’, concessa per diretta trasmissione, discese solo su pochi fra gli apostoli, tramandata senza scrittura. Perciò questa ‘gnosi’ ossia sapienza va conquistata con ascetico sforzo, per appropriarsi di un abito eterno ed inalterabile di contemplazione»
Tags: Purificazione dell'anima, Purificazione del corpo
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.1.1.1
«Solo lo ‘gnostico’ è veramente religioso … è il vero Cristiano»
Tags: Vero cristiano
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.1.3.1-2
«Culto di Dio è pertanto, per lo ‘gnostico’, la continua cura dell’anima, la continua occupazione intorno a ciò che è divino in lui secondo l’amore che non viene mai meno»
Tags: Culto di Dio
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.17
«Orbene, ‘coloro che aderiscono alle empie teorie e se ne fanno iniziatori presso altri, senza nemmeno saper usare a dovere dei discorsi’ divini, ‘ma commettendo errori’, questi né entreranno loro nel regno dei cieli, né permettono che le vittime dei loro inganni raggiungano la verità. Nemmeno possiedono, essi, la chiave dell’entrata, ma se mai una falsa o, come si vuol dire, una seconda chiave, con la quale non aprono la porta principale, come noi che entriamo attraverso la tradizione del Signore. Essi invece scardinano la porta secondaria, sfondano di nascosto il muro della chiesa, trasgrediscono la verità e si fanno iniziatori i misteri presso l’anima degli empi. Che in effetti abbiano tenuto i loro conciliaboli umani posteriormente al sorgere della chiesa cattolica, non occorrono molte parole [a mostrarlo]. L’insegnamento del Signore, nel tempo della sua venuta, comincia infatti sotto l’impero di Augusto e di Tiberio e si compie circa a metà del periodo di Tiberio; la predicazione degli apostoli, almeno fino al ministero di Paolo, si compie al tempo di Nerone. Ma gli iniziatori delle eresie sono sorti in tempi più recenti, circa attorno al regno di Adriano e giunsero fino all’età di Antonino il vecchio. Così Basilide, anche se si attribuisce quale maestro Glaucia, l’interprete di Pietro, come si vantano quelli della sua setta; così Valentino, che si vuole abbia potuto ascoltare Teoda; e questi era stato familiare di Paolo. Marcione, che visse nella stessa età di questi, fu tra essi come un anziano tra più giovani…Simone aveva ascoltato per poco la predicazione di Pietro. Stando così le cose, è evidente che rispetto alla più antica e vera chiesa tutte queste eresie venute dopo e quelle più recenti ancora nel tempo sono state una innovazione e una falsificazione. Da quanto s’è detto deve dunque risultare che una è stata la vera chiesa, quella in realtà originaria, e in essa sono iscritti i giusti secondo il [divino] proposito. Poiché uno è Dio e uno il Signore, per questo anche ciò che è sommamente venerabile acquista pregio in ragione della sua unità, essendo imitazione dell’unico principio. La chiesa, unica, è dunque legata alle sorti dell’Unico per natura, mentre c’è chi s’adopera a smembrarla in una molteplicità di eresie. Per essenza e per contenuto del pensiero, per origine e per preminenza insieme, noi diciamo una l’antica e universale chiesa, costituita ‘nell’unità della fede’ unica: quella fede che è secondo i suoi propri Testamenti, o meglio secondo il Testamento unico suddivisio nei due tempi diversi, e che per volontà dell’unico Dio, tramite l’unico Signore, raduna coloro che già sono iscritti: Dio li aveva preordinati, perché aveva conosciuto che sarebbero stati giusti ‘prima della fondazione del mondo’. Inoltre, anche la preminenza della chiesa, come il principio della sua costituzione, è secondo l’ordine dell’unità: essa supera tutte le altre comunità e non ha nulla di simile o di uguale a se stessa.”
“Ma di questo a poi. Delle eresie invece alcune sono denominate dal nome [del fondatore]. Come quella di Valentino, di Marcione, di Basilide, anche se si vantano di fare propria la dottrine di Mattia ([ma è un errore,] perché, come è stato uno l’insegnamento di tutti gli apostoli, così pure è una la tradizione). Altre invece prendono nome dal luogo [dove sorsero], come i Perati, altre dal popolo, come l’eresia dei Frigi, altre ancora da comportamenti pratici, come quella degli Entratiti; altre da particolari dottrine, come quelle dei Doceti e degli Ematiti; altre da ‘ipotesi’ e da personaggi particolarmente onorati, come i Cainiti e i cosiddetti Ofiani; altre infine da usanze e atti sfacciatamente perpetrati contro la legge, come i cosiddetti Entichiti, un setta dei Simoniani»
Tags: Eresia, Eresie, Errori, Eretici, Eretico
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.3.13.2-3
«Questa è dunque l’attività del perfetto ‘gnostico’: essere vicino a Dio attraverso il gran sacerdote, assimilandosi per quanto si può al Signore mediante tutto il culto dedicato a Dio: esso ha per scopo la salvezza degli uomini, attraverso una sollecita benevolenza nei nostri riguardi, attraverso la sacra ‘liturgia’ e l’insegnamento della dottrina e la pratica del bene. Anzi, oltre ad edificare e costruire se stesso, lo ‘gnostico’ forma anche chi lo ascolta, assimilandosi a Dio, cioè cercando più che può di assimilare a Colui che è per natura senza passioni la sua vita che per effetto di ascesi si riduce ad assenza di passioni: e questo [ottiene] con l’unirsi e il convivere con il Signore senza distrazioni. Mansuetudine, amore per l’umanità, pietà magnanima sono le norme dell’assimilazione ‘gnostica’»
Tags: Devozione, Culto, Sacerdote
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.3.16.3
«Lo ‘gnostico’ diventa superiore, come si vincono le belve [cioè, le passioni] attraverso lo studio»
Tags: Studio, Gnosi
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.3.20.2
«La filosofia greca purifica, si direbbe, ed abitua preliminarmente l’anima all’accoglimento della fede, sulla quale poi la verità costruisce la ‘gnosi’.»
Tags: Filosofia greca, Gnosi
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.7.35.7
«Lo ‘gnostico’ vive più strettamente congiunto a Dio, mostrandosi in ogni caso serio e lieto insieme: serio perché è rivolto con il pensiero al divino, lieto perché porta la sua riflessione sui beni umani, che Dio ci ha dato»
Tags: Gnostico cristiano, Serietà e letizia
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.7.39.6-40.1-4
«Insomma la preghiera, per parlare con più audacia, è un modo di comunicare con Dio; e anche se Gli parliamo in silenzio, senza nemmeno aprir le labbra, con un sussurro, dentro gridiamo! Tutto il nostro intimo colloquio Dio ascolta, sempre. In questo colloquio alziamo il capo, tendiamo le braccia al cielo, ci alziamo in punta di piedi nell’acclamazione che conclude la preghiera, risalendo con il fervore dello spirito all’essenza intelligibile. Così cerchiamo di distaccare insieme con le parole il corpo dalla terra, rendiamo aerea ‘l’anima alata’ per la brama dei beni superiori e la costringiamo a salire ai ‘luoghi santi’, nel totale disprezzo dei vincoli carnali. Ben sappiamo infatti che lo ‘gnostico’ attua in sé volontariamente la fuga completa dal mondo, proprio come i Giudei dall’Egitto e così mostra chiaramente, più ogni altra cosa, che egli sarà quanto più è possibile vicino a Dio. C’è poi chi assegna determinate ore alla preghiera, come, poniamo, la 3°, la 6°, la 9°: ebbene lui, lo ‘gnostico’, prega invece per tutta la vita, adoperandosi a vivere con Dio attraverso la preghiera e ad abbandonare, per dirla in breve, tutto ciò che non gli sarà più utile, una volta giunto lassù, come uno che già da qui ha raggiunto la perfezione di chi è divenuto adulto nell’amore»
Tags: Preghiera, Gnosi, Gnostico cristiano, Ora media
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.7.43.6
«Comunque, poiché l’oriente è immagine del giorno natale e da qual punto si diffonde la luce ‘che dalle tenebre risplendé’ la prima volta, e anche per quelli che si avvoltolando nell’ignoranza spuntò il giorno della vera ‘gnosi’, come il sole, le preghiere si facciano rivolti verso oriente all’aurora»
Tags: Preghiera, Pregare verso Oriente, Ad Orientem
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Clemente Alessandrino, Gli Stromati, VII.7.49.1-7
«Colui che è in comunione con Dio deve pertanto avere immacolata l’anima, e incontaminata e limpida, in primo luogo rendendosi perfettamente buono o, in ogni caso, facendo progressi verso la ‘gnosi’ e anelando ad essa, completamente distolto, comunque, dalle opere della malvagità. Più ancora conviene che egli formuli tutte le sue preghiere in modo onesto e insieme con persone oneste, perché pericoloso è associarsi con altri che peccano. Lo ‘gnostico’ pregherà anche con i più semplici fedeli, nei casi in cui debba altresì condividere il loro operare: e tutta la sua vita è un santo festino. Così anzitutto le sue offerte consistono in preghiere e insieme lodi e lettura delle Scritture prima del pranzo, salmi e inni durante il pranzo e prima del riposo, e di nuovo preghiere anche nottetempo. Con ciò egli si fa tutt’uno con il ‘divino coro’, iscritto ad una contemplazione eterna, per il suo continuo ricordo [del cielo]. E poi, non conosce egli forse anche gli altri modi di offerta, il dono, elargito a seconda del bisogno del prossimo, di insegnamenti e di denaro? Oh sì! Comunque la sua preghiera espressa non è di molte parole, perché egli ha appreso dal Signore anche che cosa bisogna chiedere. E ‘in qualsiasi luogo’ pregherà ma non con ostentazione e in modo che la gente lo veda. Egli prega invece in ogni modo, passeggiando, in compagnia, in riposo, durante la lettura e nelle azioni compiute rettamente; e se nel recesso stesso dell’anima concepisce anche solo un pensiero e ‘con gemiti inesprimibili’ invoca il Padre, ecco che Egli è vicino e mentre ancora parla già è presente»
Tags: Vita di preghiera, Gnosi, Gnostico cristiano
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Clemente Alessandrino, Protrettico, II.24.2
«Essi [i greci], anche se non hanno conosciuto la verità, almeno hanno sospettato l’errore e ciò è non piccola scintilla di saggezza che cresce, come seme, verso la verità»
Tags: Filosofia greca, Logos spermatikos, Logoi spermatikoi, Sperma tou Logou
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Clemente Alessandrino, Protrettico, IV.63.2-5
«Quanto grande è la potenza di Dio. E bastato il suo volere per la creazione del mondo. Dio solo lo fece, perché Egli solo è veramente Dio. Col semplice volere egli crea e al suo semplice aver voluto segue l’essere. Qui si svia il coro dei filosofi, i quali pur riconoscendo che l’uomo è mirabilmente fatto per la contemplazione del cielo, adorano le cose che appaiono nel cielo, e che si percepiscono con la vista. Infatti, anche se le opere che stanno in cielo non sono opere umane, sono state fatte tuttavia per gli uomini. E nessuno di voi adori il sole, ma desideri e cerchi l’autore del sole: né divinizzi il mondo, ma cerchi il creatore del mondo. Un solo rifugio dunque resta, a quanto pare, a colui che vuole giungere alle porte della salvezza: la Sapienza divina. Da qui, come da un sacro asilo, nessuno dei demoni può trascinare via l’uomo che tende e si affretta verso la salvezza»
Tags: Dio Creatore, Creazione
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, IX.86.2
«La pietà, che ha la capacità di rendere l’uomo per quanto è possibile simile a Dio, gli assegna come maestro adatto a lui Dio, il solo che può degnamente operare la somiglianza dell’uomo a Dio»
Tags: Divinizzazione dell'uomo
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, V.64.3
«Atei invero erano costoro perché, per una certa sapienza insipiente, adorarono la materia e pur non onorando pietre o legni divinizzarono la terra che ne è madre e, pur non inventando Posidone, tuttavia si sono rivolti all’acqua, riconoscendole poteri divini»
Tags: Ateismo, Atei, Ateo, Animismo
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, V.66.1
«Degli altri filosofi che superando gli elementi hanno ricercato qualcosa di più alto e di eccellente, alcuni celebrarono l’infinito, come Anassimandro di Mileto, Anassagora di Clazomene e Archelao di Atene»
Tags: Anassimandro di Mileto, Anassagora di Clazomene, Clazomene, Archelao di Atene
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, VI.67.2-68.3
«Io aspiro al Signore dei venti, al Signore del fuoco, al Creatore del mondo, al Datore della luce al sole. Dio cerco, non le opere di Dio. Chi dunque potrò prendere da te come compagno nella mia ricerca? Noi infatti non ti respingiamo del tutto. Se vuoi, prendiamo Platone. Come dunque si deve cercare Dio, o Platone? ‘Il padre e creatore di questo mondo è una grande impresa trovarlo e, per chi lo trova, annunciarlo a tutti è impossibile’. Ma, in nome di Lui stesso, perché? ‘Perché non è assolutamente possibile esprimerlo per mezzo di formule’. Bene, Platone, sfiori la verità, ma non stancarti; insieme con me intraprendi la ricerca intorno al bene. Infatti in tutti gli uomini generalmente, e massimamente in quelli che passano il tempo a ragionare, si trova istillato un certo divino efflusso [απόρροια ]. Grazie ad esso, pur malvolentieri, essi riconoscono che c’è un solo Dio, senza principio e senza fine il quale in alto, nelle più lontane regioni del cielo in un suo proprio e particolare luogo, esiste veramente e per sempre»
Tags: Dio di Platone, Filosofia greca
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, VI.71.1
«E tu, o filosofia, non il solo Platone, ma molti altri [Antistene...in quanto discepolo di Socrate, l’ateniese Senofonte, Cleante di Pedaso] ancora affrettati a presentarmi, i quali il solo che è veramente Dio hanno riconosciuto come tale per la Sua ispirazione se in qualche punto abbiano toccato la verità»
Tags: Filosofi, Filosofia greca, Logos spermatikos, Logoi spermatikoi, Sperma tou Logou
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, X.98.4
«‘Immagine di Dio’ è il suo Verbo (è figlio autentico della mente il divino Verbo, luce archetipo della luce) immagine del Verbo è l’uomo vero, cioè la mente che è nell’uomo, il quale per questo è detto creato ‘a immagine e a somiglianza’ di Dio, poiché per l’intelligenza del suo cuore è fatto simile al Verbo divino e perciò razionale. Ma le statue di forma umana, lontane dalla verità, immagine dell’uomo che si vede e che è nato dalla terra, si rivelano materia che ha ricevuto una temporanea impronta»
Tags: Icona di Dio, Icona del Verbo, Immagine di Dio, Immagine del Verbo, Immagine e somiglianza di Dio
Riguardo: Patrologia
Clemente Alessandrino, Protrettico, XI.111.2
«Noi [Cristiani] siamo divenuti discepoli di Dio, che abbiamo acquistato la sapienza realmente vera, quella alla quale i sommi filosofi fecero solamente allusione, ma che i discepoli di Cristo ricevettero e annunziarono»
Tags: Vera sapienza, Gnosi cristiana, Filosofia greca, Logos spermatikos, Logoi spermatikoi, Sperma tou Logou
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Lettera ai Corinti, 41,1-42,4
Tags: Ordine gerarchico fra i membri della Chiesa, Gerarchia ecclesiastica
H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum, n°101
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, 58, 2
«Vive Dio [Padre], vive il Signore Gesù Cristo e lo Spirito Santo, la fede e la speranza degli eletti»
Tags: Trinità
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Prima lettera ai Corinti, 1.1-1.3
«Per le improvvise disgrazie e avversità capitatevi l'una dietro l'altra, o fratelli, crediamo di aver fatto troppo tardi attenzione alle cose che si discutono da voi, carissimi, all'empia e disgraziata sedizione aberrante ed estranea agli eletti di Dio. Pochi sconsiderati e arroganti l'accesero, giungendo a tal punto di pazzia che il vostro venerabile nome, celebre e amato da tutti gli uomini, è fortemente compromesso. Chi, fermandosi da voi, non ebbe a riconoscere la vostra fede salda e adorna di ogni virtù? Ad ammirare la vostra pietà cosciente ed amabile in Cristo? Ad esaltare la vostra generosa pratica dell'ospitalità? A felicitarsi della vostra scienza perfetta e sicura? Facevate ogni cosa, senza eccezione di persona, e camminavate secondo le leggi del Signore, soggetti ai vostri capi e tributando l'onore dovuto ai vostri anziani. Esortavate i giovani a pensare cose moderate e degne. Raccomandavate alle donne di compiere tutto con coscienza piena, dignitosa e pura, amando sinceramente, come conviene, i loro mariti; insegnavate a ben accudire alla casa, attenendosi alla norma della sottomissione e ad essere assai prudenti»
Tags: Lettera di Clemente ai Corinti, Elogio dei Corinzi
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Prima lettera ai Corinti, 4.1-5
Clemente riporta l'importanza dell'ordine nella liturgia.
«Sono per noi evidenti queste cose e siamo scesi nelle profondità della conoscenza divina. Dobbiamo fare con ordine tutto quello che il Signore ci comanda di compiere nei tempi fissati. Egli ci prescrisse di fare le offerte e le liturgie, e non a caso o senz'ordine, ma in circostanze ed ore stabilite. Egli stesso con la sua sovrana volontà determina dove e da chi vuole siano compiute, perché ogni cosa fatta santamente con la sua santa approvazione sia gradita alla sua volontà. Coloro che fanno le loro offerte nei tempi fissati sono graditi e amati. Seguono le leggi del Signore e non errano. Al gran sacerdote sono conferiti particolari uffici liturgici, ai sacerdoti è stato assegnato un incarico specifico e ai leviti incombono propri servizi. Il laico è legato ai precetti laici»
Tags: Ordine nella Liturgia, Ordo Missae
H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum, n°101
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Prima lettera ai Corinti, 42.1-5
«Gli apostoli furono mandati a predicare il Vangelo dal Signore Gesù Cristo. Gesù Cristo fu mandato da Dio. Il Cristo dunque viene da Dio e gli Apostoli da Cristo: ambedue le cose procedettero ordinatamente dalla volontà di Dio. Ricevuto quindi il mandato e resi sicuri dalla risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, fiduciosi nella parola di Dio, con l’assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare la buona novella che il regno di Dio stava per venire. Predicando per la campagna e per le città, essi costituivano le loro primizie, provandole per mezzo dello spirito, per farne vescovi e diaconi dei futuri credenti. E questo non era una novità, poiché da gran tempo la Scrittura parlava dei vescovi e dei diaconi. Così infatti dice la Scrittura in un luogo: Stabilirò i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede (Isa. 60,7)»
Tags: Successione Apostolica, Tradizione Apostolica
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Prima Lettera ai Corinti, 44, 1-3
Questo testo è la prima testimonianza della Tradizione apostolica.
«Gli apostoli ci sono stati mandati come messaggeri della buona novella dal Signore Gesù Cristo. Gesù Cristo è stato mandato da Dio. Il Cristo viene dunque da Dio, e gli apostoli vengono dal Cristo. Essi procedono dunque ordinatamente dalla volontà di Dio. Ricevuto quindi il loro mandato, resi sicuri dalla risurrezione di Nostro Signor Gesù Cristo e confermati nella fede dalla parola di Dio, andarono, con l'assicurazione dello Spirito Santo, ad annunciare la buona novella, l'avvicinarsi del regno di Dio. Predicando per le città e le campagne, essi provavano nello Spirito Santo le loro primizie e li costituirono vescovi e diaconi dei futuri credenti. Non era una novità questa: già da molto tempo la Scrittura parlava dei vescovi e dei diaconi, così dice infatti la Scrittura in un passo: «Stabilirò i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede». I nostri apostoli seppero per mezzo di Nostro Signore Gesù Cristo che ci sarebbero state contese a riguardo della dignità episcopale. Ecco perché, nella loro perfetta prescienza dell'avvenire, istituirono quelli che abbiamo detto, e in seguito diedero ordine che, quando costoro fossero morti, altri uomini provati dovessero succedere nel loro ministero. Noi non riteniamo giusto rimuovere dal ministero quelli che così sono stati messi in carica dagli apostoli, o più tardi da altre persone eminenti con l'approvazione di tutta la Chiesa, che hanno servito in maniera irreprensibile il gregge di Cristo con umiltà, calma e senza volgarità, la qual cosa è testimoniata da tutti e per molto tempo»
Tags: Successione Apostolica, Tradizione Apostolica
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Prima lettera ai Corinti, 47.1-7
«Prendete la lettera del beato Paolo apostolo. Che cosa vi scrisse all'inizio della sua evangelizzazione? Sotto l'ispirazione dello Spirito vi scrisse di sé, di Cefa, e di Apollo per aver voi allora formato dei partiti. Ma quella divisione portò una colpa minore. Parteggiavate per apostoli che avevano ricevuto testimonianza e per un uomo (Apollo) stimato da loro. Ora, invece, considerate chi vi ha pervertito e ha menomato la venerazione della vostra rinomata carità fraterna. E' turpe, carissimi, assai turpe e indegno della vita in Cristo sentire che la Chiesa di Corinto, molto salda e antica, per una o due persone si è ribellata ai presbiteri. E tale voce non solo è giunta a noi, ma anche a chi è diverso da noi. Per la vostra sconsideratezza si è portato biasimo al nome del Signore e si è costituito un pericolo per voi stessi»
Tags: Lettera di Clemente ai Corinti, Discordia
Riguardo: Patrologia
Clemente Romano, Prima lettera ai Corinti, 5.1-7
«Ma lasciando gli esempi antichi, veniamo agli atleti vicinissimi a noi. Prendiamo i nobili esempi della nostra generazione. Per gelosia e invidia (le persone che erano) le più giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Mettiamoci dinanzi agli occhi i buoni Apostoli. Pietro, che per un’ingiusta gelosia sopportò non una o due, ma molte sofferenze e così, resa testimonianza, raggiunse il posto a lui dovuto della gloria. Per gelosia e discordia Paolo mostrò (come si consegua) il premio della pazienza. Sette volte caricato di catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo in Oriente e in Occidente, ottenne l’eccellente fama della sua fede. Dopo aver insegnato la giustizia a tutto il mondo, giunto i confini dell’Occidente, resa testimonianza dinanzi ai governanti, lasciò così il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo un grandissimo modello di pazienza»
Tags: san Pietro a Roma, san Paolo a Roma, Martirio di san Pietro, Martirio di san Paolo
Riguardo: Patrologia
Congregazione per l'Educazione Cattolica, Lo studio dei padri della Chiesa nella formazione sacerdotale, 20
«I padri hanno dato in tal modo la prima risposta consapevole e riflessa alla sacra Scrittura, formulandola non tanto come una teoria astratta, ma come quotidiana prassi pastorale di esperienza e di insegnamento nel cuore delle assemblee liturgiche riunite per professare la fede e per celebrare il culto del Signore risorto»
Tags: Metodo teologico patristico, Metodo teologico dei padri, Padri e Sacra Scrittura
Riguardo: Patrologia
Congregazione per l'Educazione Cattolica, Lo studio dei padri della Chiesa nella formazione sacerdotale, 33
«Come diceva s. Agostino di fronte al moltiplicarsi degli eretici: "Dio ha permesso la loro diffusione, affinché non ci nutrissimo del solo latte e non rimanessimo in stato di rude infanzia (Io. eu. tr. 36.6), in quanto molte questioni riguardanti la fede quando, con astuta inquietudine, vengono esaminate più diligentemente, capite più chiaramente, predicate più insistentemente di modo che la questione mossa dall’avversario diventi l’occasione d’imparare" (ciu. 16.2.1)»
Tags: Eretici, Eresia, Apologetica patristica
Riguardo: Patrologia
Congregazione per l'Educazione Cattolica, Lo studio dei padri della Chiesa nella formazione sacerdotale, 60
Lo studio dei Padri deve essere accompagnato dallo studio di tutta la Tradizione, anche posteriore.
«Gli studi patristici non possono fare a meno di una solida conoscenza della
storia della chiesa che rende possibile una visione unitaria dei problemi, degli avvenimenti, delle esperienze, delle acquisizioni dottrinali, spirituali, pastorali e sociali nelle varie epoche. In tal modo ci si rende conto del fatto che il pensiero cristiano, se comincia con i padri, non finisce con loro. Ne segue che lo studio della patristica e dalla patrologia non può prescindere dalla tradizione posteriore, compresa quella scolastica, in particolare per ciò che riguarda la presenza dei padri in questa tradizione. Solo in questo modo si può vedere l’unità e lo sviluppo che vi è in essa e anche comprendere il senso del ricorso al passato. Esso infatti apparirà non come un inutile archeologismo, ma come uno studio creativo che ci aiuta a conoscere meglio i nostri tempi e a preparare il futuro»
Tags: Studio dei padri, Tradizione
Riguardo: Patrologia
Dionigi l'Areopagita, Nomi Divini, 3.1
Dionigi l'Areopagita esprime la necessità della preghiera.
«Perciò, prima di tutto, ed in particolar modo prima di parlare di Dio, è necessario cominciare dalla preghiera, non per attrarre a noi la forza che è presente in tutti i luoghi e in nessuno, ma affinché con il ricordo e le invocazioni possiamo metterci nelle sue mani e unirci a lei»
Tags: Preghiera
Riguardo: Patrologia
Hubertus Drobner, Patrologia, 63
Tags: Vangeli apocrifi, Scritti apocrifi
Riguardo: Patrologia
Hubertus Drobner, Patrologia, 98
Tags: Letteratura subapostolica
Riguardo: Patrologia
Efrem il diacono, Discorso sul Signore , 3-4, 9
«La morte lo ha ucciso nel corpo, che egli aveva assunto. Ma con le stesse armi egli trionfò sulla morte. La divinità si nascose sotto l’umanità e si avvicinò alla morte, la quale uccise e a sua volta fu uccisa. La morte uccise la vita naturale, ma venne uccisa dalla vita soprannaturale. Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo, né gli inferi accoglierlo senza la carne, egli nacque dalla Vergine, per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti. Ma una volta giunto colà col corpo che aveva assunto, distrusse e disperse tutte le ricchezze e tutti i tesori infernali.
Cristo venne da Eva, genitrice di tutti i viventi. Ella è la vigna, la cui siepe fu aperta proprio dalla morte per le mani di quella stessa Eva che doveva, per questo, gustare i frutti della morte.
Eva, madre di tutti i viventi, divenne anche causa di morte per tutti i viventi.
Fiorì poi Maria, nuova vite rispetto all’antica Eva, ed in lei prese dimora la nuova vita, Cristo. Avvenne allora che la morte si avvicinasse a lui per divorarlo con la sua abituale sicurezza e ineluttabilità. Non si accorse, però, che nel frutto mortale, che mangiava, era nascosta la Vita. Fu questa che causò la fine della inconsapevole e incauta divoratrice. La morte lo inghiottì senza alcun timore ed egli liberò la vita e con essa la moltitudine degli uomini»
Tags: Incarnazione, Discesa agli inferi, Eva, Peccato originale, Morte, Maria, Nuova Eva, Redenzione
Riguardo: Patrologia
Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, 3.15
Eusebio parla di Clemente fornendoci informazioni sulla sua identità.
«Il dodicesimo anno dello stesso principato [cioè, di Domiziano], ad Anacleto, vescovo della Chiesa di Roma per dodici anni, succedette Clemente, che l’apostolo Paolo, nella lettera ai Filippesi, dichiara di aver avuto come collaboratore, dicendo: “Insieme con Clemente e gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita”»
Tags: Identità di Clemente
Riguardo: Patrologia
san Giovanni Crisostomo, La verginità, 10, 1
«Denigrare il matrimonio significa diminuire, contemporaneamente, la gloria della verginità»
Tags: Verginità, Matrimonio
Riguardo: Patrologia
san Giovanni Crisostomo, Omelie contro i giudei, I, 3-4
«A colui che ha abbandonato Dio che speranza di salvezza rimane? Se Dio lascia un luogo questo diventa dimora di demoni. Ma dicono di adorare anch’essi il Signore. Lungi da noi il dire questo: nessun giudeo adora Dio. Chi lo dice? Il Figlio di Dio. "Se aveste riconosciuto il Padre mio avreste riconosciuto anche me. Ora voi non avete riconosciuto né me né il Padre" (Gv. VIII, 19). Che testimonianza addurrò più degna di fede di questa? Se non riconobbero il Padre, se crocifissero il Figlio, se respinsero l’assistenza dello Spirito, chi oserà sostenere che la loro sinagoga non è l’asilo dei demoni? No, Dio non vi è adorato, statene lontani. È di conseguenza il luogo dell’idolatria; tuttavia alcuni frequentano tali luoghi come se fossero sacri. (...) I Giudei in verità non conoscono neppure in sogno queste verità, dediti come sono al ventre, agognando i beni presenti, per nulla migliori dei porci e dei caproni quanto a lascivia e ubriachezza. (...) "Riconoscetevi gli uni gli altri" dandovi la facoltà di scoprire con diligenza i fratelli. Fate la stessa cosa con i giudaizzanti. Se conoscerai qualcuno che è favorevole ai Giudei, fermalo, denuncialo, affinché tu non sia esposto allo stesso pericolo.»
Tags: Ebrei, Giudei, Ebraismo
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 1 Apologia, 2.1
«La ragione suggerisce che quanti veramente vivono secondo pietà e filosofia onorino ed abbiano a cuore soltanto la verità, rifiutando di seguire le teorie degli antichi, se sono erronee. Infatti non soltanto la retta ragione ci obbliga a non seguire chi abbia operato o insegnato contro giustizia, ma in ogni modo e a costo della propria vita, uno che ami la verità deve, anche sotto minaccia di morte, scegliere il giusto nelle parole e nelle opere»
Tags: Ragione, Giustizia, Verità, Martirio
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 1 Apologia, 44.9-10
«Tutto quello che fu detto dai filosofi e dai poeti sull’immortalità dell’anima, sulle punizioni dopo morte, sulla contemplazione delle cose celesti o su analoghe dottrine, lo hanno potuto apprendere e lo hanno esposto, per averne attinto i principi dai profeti. Perciò in tutti sembra vi siano dei semi di verità; benché, quando si contraddicono l’un altro, dimostrino di non aver esattamente inteso»
Tags: Profeti anteriori agli scrittori greci
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 1 Apologia, 46.2-4
«Ci è stato insegnato che Cristo è il primogenito di Dio, ed abbiamo già dimostrato che Egli è il Logos di cui fu partecipe tutto il genere umano. Quelli poi che vissero secondo il Logos sono cristiani, anche se passarono per atei, come tra i greci, Socrate, Eraclito e altri simili; tra i barbari, Abramo, Anania, Azaria, Misaele, Elia e molti altri. Sapendo che sarebbe troppo lungo elencarne le opere e i nomi, per il momento li tralasciamo. Anche coloro che, essendo nati prima, non vissero secondo il Logos, furono non-cristiani, anzi nemici di Cristo, uccisori di quanti vivevano secondo il Logos; e invece coloro che vissero e vivono seguendo il Logos sono cristiani, senza paura e senza turbamento»
Tags: Cristiani tra i pagani
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 1 Apologia, 66.1-4
«Questo alimento noi lo chiamiamo "Eucaristia" e non è dato parteciparne se non a chi crede vera la nostra dottrina ed è stato lavato per la remissione dei peccati e per un bagno di rigenerazione, per vivere così come Cristo ha insegnato a fare. Poiché noi non lo prendiamo come un pane comune ed una comune bevanda, ma secondo quanto abbiamo appreso dal nostro Salvatore Gesù Cristo, incarnatosi in virtù del Verbo di Dio. L’alimento sul quale fu compiuta l’azione di grazie e di cui si nutrono il nostro sangue e le nostre carni, per virtù dell’orazione di grazie sono trasformati nella carne e nel sangue del medesimo Gesù incarnato per la nostra salvezza. Gli Apostoli infatti nelle loro Memorie dette Evangeli proprio questo tramandarono: che Gesù Cristo lasciò loro questo comando: preso del pane, rese grazie e disse loro: Fate questo in memoria di me; questo è il mio corpo; poi preso similmente il calice, rese grazie e disse: Questo è il mio sangue
Tags: Eucaristia, Eucarestia
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 2 Apologia, 10.1-8
«Al di sopra di ogni umana dottrina risplende la nostra, perché su di noi risplende il Logos totale, Cristo fattosi presente tra noi in corpo, ragione ed anima. Tutto ciò che sempre rettamente enunciarono e scoprirono i filosofi e i legislatori, lo scoprirono e lo compresero a fatica secondo il Logos parziale, proprio perché non indagarono secondo il Logos totale che è il Cristo, si contraddissero tra di loro, anzi quanti vissero prima del Cristo tentando di comprendere e confutare le loro dottrine secondo l’umana ragione, furono trascinati dinanzi ai tribunali come empi e cacciatori di novità. Socrate che più di tutti costoro, ebbe tale nobile tensione, fu accusato proprio come noi, perché dicevano che introducesse nuove divinità e non riconoscesse gli dèi, in cui la città credeva, mentre egli invece insegnò all’umanità a rinnegare i demoni del male, autori delle nefandezze narrate nei poeti, esorcizzando dalla repubblica sia Omero sia gli altri poeti, ed esortò a riconoscere, attraverso la ricerca della ragione, il loro Dio ignoto, dicendo né facile scoprire chi è il Padre e il Creatore dell’universo, né senza rischio parlarne a tutti dopo averlo scoperto. Il che operò il nostro Cristo con la potenza che gli era propria; perché, mentre a Socrate nessuno prestò fede, benché testimoniasse con la morte la sua dottrina, a Cristo invece credettero non solo i filosofi e gli amanti della cultura—era Lui infatti e lo è sempre il Logos, che avendo prima predetto il futuro attraverso i profeti, poi insegnò questa dottrina di persona, assoggettandosi a simile passione—ma anche operai, persone del tutto ignoranti, che hanno saputo disprezzare opinioni, paure e morte, poiché operava in Lui la potenza del Padre ineffabile e non a struttura dell’umana natura»
Tags: I cristiani posseggono l’intera verità, Esempio di Socrate
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 2 Apologia, 12.1-2
Giustino descrive l'atteggiamento eroico dei martiri
«Io stesso infatti, che pure mi compiacevo delle dottrine di Platone, sentendo che i cristiani erano accusati, ma vedendoli poi impavidi di fronte alla morte e a tutti gli altri tormenti ritenuti terribili, reflettevo che era impossibile che essi vivessero nella malvagità e nella brama dei piaceri. Infatti quale uomo, amante dei piaceri o intemperante o che reputi un bene cibarsi di carne umana, potrebbe accogliere la morte, per essere privato dei suoi beni, ma piuttosto cercherebbe di vivere sempre la vita di quaggiù e di nascondersi ai magistrati, anziché denunziare se stesso, per essere ucciso?»
Tags: Martirio
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 2 Apologia, 13.4-6
La verità appartiene ai cristiani.
«[...] quanto è stato espresso rettamente da chiunque, appartiene a noi cristiani: infatti, dopo Dio [Padre] noi adoriamo e veneriamo il Logos, [che proviene] da Dio ingenerato e ineffabile, poiché Egli per noi si fece uomo, affinché, divenuto partecipe delle nostre infermità, potesse anche guarirle. Tutti gli scrittori infatti, per mezzo dell’innato seme del Logos, insito in essi, poterono oscuramente intravedere la realtà. Ma una cosa è un seme e un’imitazione concessa secondo le capacità, altra è l’oggetto stesso, del quale si ha una partecipazione e una imitazione, mediante la grazia che da lui proviene»
Tags: La verità appartiene ai cristiani
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, 2 Apologia, 8.1-3
«Sappiamo che sono stati odiati ed uccisi anche i seguaci delle dottrine degli Stoici, almeno quando si sono mostrati corretti nel discorso etico—come in alcune cose fecero anche i poeti—, per mezzo del seme del Logos, che è insito in ogni stirpe degli uomini. Sappiamo di Eraclito, come abbiamo detto, e di Musonio, tra quelli dei nostri tempi, e di altri. Come infatti spiegammo, i demoni sempre si sono sforzati affinché fossero odiati tutti coloro che, in qualunque modo, cercano di vivere secondo il Logos e di fuggire la malvagità. Nessuna meraviglia, se i demoni, una volta scoperti, si sforzino affinché ancora di più siano odiati coloro che [vivono] non secondo una parte del Logos seminale, ma secondo la conoscenza e la contemplazione del Logos totale, che è Cristo»
Tags: Semi del Logos, Spermatikou Logou
Riguardo: Patrologia
san Giustino Martire, Dialogo con Trifone, 100.4-5
«Siamo venuti a conoscere che egli si è fatto uomo per mezzo della vergine, affinché, per quella via dalla quale ebbe origine la disobbedienza causata dal serpente, per la medesima (via) avesse termine. Eva infatti, pur rimanendo vergine e incorrotta, per aver concepito la parola dal serpente, generò disobbedienza e morte, la vergine Maria invece concepì fede e gioia, allorquando l’angelo Gabriele le annunziò che lo Spirito del Signore sarebbe disceso su di lei e la potenza dell’Altissimo l’avrebbe adombrata—sì che fu il Figlio di Dio, il santo, ad essere generato da Lei—e rispose: Si faccia di me secondo la tua parola. Così è stato generato per mezzo di lei colui al quale—come abbiamo dimostrato—si riferivano tanti passi della Scrittura, per mezzo del quale il Padre distrugge il serpente e gli angeli e gli uomini che ad esso si assomigliano, ed opera la liberazione dalla morte per tutti coloro che si convertono dal male e credono in Lui»
Tags: Parallelismo Eva-Maria, Maria nuova Eva
Riguardo: Patrologia
Gregorio di Narek, Le Livre des Prières, 47ème prière, SC 78, 257-259
«Ton veau gras, le veau gras céleste, qui est ton Fils unique, béni véritablement à cause de son Amour pour les hommes offre-le en ma faveur, moi qui ai besoin de tes bienfaits: bien que toujours offer en sacrifice, il demeure cependant sans diminution dans la plénitude; il est immolé sans cesse sur les innombrables autels de sacrifices, sans s’épuiser»
Tags: Vitello grasso come Figlio di Dio
Riguardo: Patrologia
Gregorio di Nazianzo, Elogio funebre di Basilio, 69
«Che poi egli conoscesse meglio d’ogni altro la divinità dello Spirito, risulta chiaro dalle frequenti dichiarazioni ch’egli fece in pubblico al riguardo, quando lo consentiva l’opportunità, e dall’esplicito riconoscimento che ne faceva in privato a coloro che lo interrogavano; più chiaro ancora l’ha reso nei suoi colloqui con me, col quale non aveva segreti nelle conversazioni sull’argomento, senza limitarsi ad una dichiarazione pura e semplice, ma—ciò che prima non gli era accaduto di fare frequentemente—imprecando su di sé la cosa più tremenda, d’essere, cioè, respinto dallo Spirito, s’egli non venerava lo Spirito insieme col Padre e col Figlio, come dotati della stessa sostanza e dello stesso onore. E se si vuol consentirmi di mettermi insieme con lui anche in cose di questa natura, rivelerò un particolare finora ignorato dai più: che allora, cioè, che il momento ci poneva in una situazione difficile, egli assegnò a se stesso la parte del prudente riserbo, ed a noi, invece, quella di parlare con piena franchezza, poiché noi nessuno pensava di processare o di scacciar dalla patria, rispettati come eravamo per il fatto stesso d’essere oscuri, così che per mezzo d’entrambi s’afforzasse il nostro evangelo.
Ho ricordato queste cose, non per difendere il suo nome—chè superiore ai detrattori, se pure ve ne sono, è quest’uomo—ma perché non accada che qualcuno, prendendo come regola di pietà certe espressioni isolate che si trovano negli scritti di lui, ne derivi un indebolimento della sua fede, e porti a sostegno della sua malvagità quella teologia che a Basilio consigliavano il particolare momento e lo Spirito: ma piuttosto, indagando il vero significato degli altri scritti e lo scopo con cui scriveva queste cose, sia tratto di più verso la verità a chiuda agli empi la bocca. Quanto a me, possa io avere, e così chiunque m’è caro, la teologia di Basilio! E sono tanto sicuro della purezza della sua fede in questa cose, che non esito a farla mia con tutte le altre: s’ascrivano a lui le mie cose, ed a me le sue, innanzi a Dio ed ai più saggi fra gli uomini! Certo noi non diremo che gli Evangelisti si contraddicono tra loro, per il fatto che alcuni si sono di più intrattenuti sull’umanità di Cristo, altri si sono innalzati alla considerazione della sua divinità; gli uni hanno cominciato da ciò ch’è a nostro livello, gli altri da ciò ch’è al di sopra di noi: gli è che così essi s’erano divisa la predicazione, secondo l’utile—credo—di quelli che la ricevevano, e così li aveva improntati lo Spirito ch’era in loro»
Tags: Elogio funebre di Basilio Magno, Discrezione riguardo lo Spirito Santo
Riguardo: Patrologia
Gregorio di Nazianzo, Epistola a Cledonio, 101.20-21
«se bisogna esprimersi concisamente, le sostanze da cui è composto il Salvatore sono una e un’altra, dal momento che l’invisibile non è la stessa cosa del visibile e ciò che è al di fuori del tempo non si identifica con quello che è soggetto al tempo, ma non vi sono uno e un altro: non sia mai! Ché le due sostanze diventano un essere solo per mezzo della loro mescolanza, dato che Dio si incarna e l’uomo diventa divino—o comunque lo si voglia definire. Io dico una sostanza e un’altra nel significato opposto a quello che si applica alla Trinità. Nell’ambito della Trinità, infatti, vi è uno e un altro, perché noi non dobbiamo confondere le ipostasi, ma non una e un’altra sostanza: una cosa sola, infatti, sono i Tre, e la medesima, quanto alla natura divina»
Tags: Linguaggio cristologico, Linguaggio trinitario
Riguardo: Patrologia
Gregorio di Nazianzo, Epistola a Cledonio, 101.30,32
«Se uno pretende che la sua carne sia discesa dal cielo, che non sia di quaggiù, non di noi ma superiore a noi, sia anatema. [...] Se uno confida in lui come in un uomo che fosse sprovvisto di spirito umano, è in verità sfornito egli stesso di spirito e del tutto indegno di salvezza, giacché ciò che [il Cristo] non ha assunto, non ha eppure guarito, ma ciò che ha unito alla sua divinità è pure salvato»
Tags: Soteriologia, Cristo salvatore, Cristo redentore
Riguardo: Patrologia
Gregorio di Nazianzo, Oratio, 31.9-10
«Cosa manca, dunque, allo Spirito---tu obietti---perché sia Figlio? Ché, se non ci fosse qualcosa che gli manca, sarebbe il Figlio. Ma noi non diciamo che gli manchi qualcosa, perché Dio non è manchevole; ci riferiamo alla differenza della manifestazione, per così dire, o del rapporto reciproco, che produce anche la differenza del loro nome. Del resto, nemmeno al Figlio manca qualcosa per essere il Padre---ché la condizione di figlio non implica una mancanza---e non per questo è il Padre; altrimenti, mancherebbe qualcosa anche al Padre per essere il Figlio---ché il padre non è il figlio. Ma queste parole non indicano una mancanza di alcun genere, né una diminuzione secondo la sostanza, mentre i termini di non essere stato generato e di essere stato generato e di procedere indicano l'uno il Padre, l'altro il Figlio, il terzo quello che si chiama, appunto, Spirito Santo, in modo che si conservi non confusa la distinzione delle tre ipostasi nell'unica natura e nell'unica dignità dell'essenza divina. Il Figlio non è il Padre, ché il Padre è uno solo, ma è la stessa cosa che è il Padre; né lo Spirito è il Figlio per il fatto che proviene da Dio, perché uno solo è l’Unigenito, ma è la stessa cosa del Figlio. I Tre sono un solo essere quanto alla natura divina, e il solo essere è tre quanto alle proprietà: l’uno non deve essere inteso alla maniera di Sabellio, né i Tre sono quelli della sciagurata divisione che è in voga oggidì.
Ebbene? Lo Spirito è Dio? Certamente! E allora? E’ homousion? Sì, se è vero che è Dio»
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Gregorio di Nissa, La Vita di Mosè, II.21
«Da ciò apprendiamo anche il mistero che riguarda la vergine, perché la luce della divinità, che da lei risplendette alla vita umana grazie al suo parto, ha custodito incorrotto il cespuglio ardente, in quanto il fiore della verginità non si è appassito per il parto»
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Gregorio di Nissa, La Vita di Mosè, II.40
«Per esempio, anche la filosofia profana afferma che l’anima è immortale, e questo è un figlio buono; ma farla passare da un corpo all’altro e trasformarla da natura razionale in irrazionale, questa è in circoncisione, carnale e straniera. E si possono addurre molti esempi di tal genere. La filosofia profana afferma che c’è Dio, ma lo crede anche materiale; ammette ch’è creatore, ma bisognoso della materia per poter creare; concede ch’è buono e potente, ma lo fa cedere in molti casi alla necessità del fato»
Tags: Filosofia e Rivelazione
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Gregorio di Nissa, La Vita di Mosè, II.82
«Quanto poi al fatto che dopo aver sofferto tre giorni nell’oscurità anche gli Egiziani tornano a godere della luce, forse uno, prendendo spunto da qui, spingerà il pensiero all’apocatastasi che dopo queste vicende attende nel regno dei cieli quanti sono stati condannati all’inferno. Infatti, come dice il racconto, quelle tenebre palpabili hanno stretta affinità, nell’espressione e nel concetto, con le tenebre esteriori. E l’una e l’altra si dissolvono quando Mosè, così come noi l’abbiamo sopra interpretato, distende le mani per color che sono nelle tenebre»
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Gregorio di Nissa, Oratio catechetica magna, 26.8-9
«Ora, appunto, come coloro che subiscono la terapia del bisturi e del cauterio se la prendono con i medici per il dolore acuto provato nell’intervento operativo, ma se tutto questo procura loro la guarigione e la sofferenza della cauterizzazione scompare, allora avranno riconoscenza per chi li ha curati; allo stesso modo, una volta resa libera la natura nel lungo scorrere dei tempi dal male che ora è in essa intruso e congiunto, quando si sarà compiuto il ritorno alla condizione originaria di coloro che attualmente sono soggetti al male, da tutta quanta la creazione si leverà un canto unanime di ringraziamento, sia da parte di coloro che saranno puniti con questa purificazione e sia da parte di chi non avrà alcun bisogno di purificazione.
Questi e di tal genere sono gli insegnamenti che ci offre il grande mistero dell’incarnazione divina. Mediante il suo congiungimento con l’umanità, assumendo tutti i caratteri propri della natura umana, la nascita, il nutrimento e la crescita, fino alla prova della morte, Dio ha effettuato tutti quei benefici sopra menzionati, liberando l’uomo dalla malvagità e procurando guarigione allo stesso padre del vizio. E salvezza da una infermità la liberazione da una malattia, sia pur a costo di sofferenza»
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san Gregorio di Nissa, Grande Discorso Catechetico, 24.4
«Come si è detto sopra, infatti, la potenza nemica non poteva, per sua natura, accostarsi alla purissima presenza di Dio e sostenerne l’apparizione senza servirsi di schermo alcuno: orbene la divinità, affinché potesse facilmente essere afferrata da colui che domandava qualcosa che ci sostituisse, si nascose con il velo della nostra natura, perché, come fanno i pesci voraci, l’amo della natura divina fosse afferrato via insieme con l’esca della carne. In questo modo la vita fu introdotta nella morte e la luce apparve alle tenebre e con il presentarsi della luce e della vita fu eliminato il loro contrario. Le tenebre, infatti, per loro natura, non possono continuare ad esserci, quando è presente la luce, né può esistere la morte quando è in piena attività la vita.»
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san Gregorio Magno, La regola pastorale, 2, 4
«Come un discorso inconsiderato trascina nell'errore, così un silenzio indiscreto abbandona all'errore coloro che potevano essere istruiti»
Tags: Dialogo interreligioso, Istruire gli insipienti, Correggere gli erranti, Correggere l'errore
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san Gregorio Nazianzieno, Orazione, 27.3
«Non crediate, voialtri, che il parlar di Dio come vuole la nostra religione sia una cosa che compete a chiunque. Niente affatto: tale argomento costa caro e non lo posseggono quelli che vivono terra-terra. Aggiungerò anche che non si può parlarne chiunque: lo si può fare certe volte, e a certe persone, e in una certa misura. Non lo possono fare tutti, perché è un compito che spetta a quelli che si sono esercitati e hanno trascorso tutta la loro vita nella contemplazione e, soprattutto, hanno purificato l’anima e il corpo o, almeno, la stanno purificando»
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san Gregorio Nazianzieno, Orazione, 28.4
«Io penso che parlare di Dio è impossibile e comprenderlo è ancor più impossibile. Ché quello che si è pensato, la parola potrebbe fors’anche manifestarlo, se non adeguatamente, comunque in modo oscuro, a colui che non sia completamente malato nell’udito e stolto nell’intelligenza. Ma il comprendere con il nostro intelletto una sostanza così grande è assolutamente impossibile e irraggiungibile, non solo per quelli di spirito insonnolito e che badano solo a quello che è a terra, ma anche per quelli che sono molto grandi e che amano Dio; è impossibile, senza distinzione, a tutta la natura creata, a tutti quelli davanti ai quali si addensa questa caligine e ai quali questo spesso elemento carnale fa ostacolo alla conoscenza della verità»
Tags: Ineffabilità di Dio, Fede e ragione
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Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 4.1
Ignazio di Antiochia elogia il martirio come «mezzo» attraverso il quale è dato di raggiungere Dio facendo un'analogia con il frumento macinato dai denti delle belve affinché possa diventare «pane immacolato di Cristo».
«Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi è dato di raggiungere Dio! Io sono frumento di Dio, e sono macinato dai denti delle belve, perché possa divenire pane immacolato di Cristo»
Tags: Martirio, Eucaristia, Eucarestia
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Ignazio di Antiochia, Lettera alla comunità di Magnesia, 13,1-2
«Cercate di tenervi ben saldi […] nella fede e nella carità nel Figlio, nel Padre e nello Spirito Santo, al principio e alla fine […]. Siate sottomessi al vescovo e anche gli uni agli altri, come Gesù Cristo al Padre, nella carne, e gli apostoli a Cristo e al Padre e allo Spirito.»
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Ignazio di Antiochia, Smyrn., I, 1
«Egli [Cristo] è veramente della stirpe di David secondo la carne, è figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, nato realmente da una vergine, battezzato da Giovanni affinché da lui fosse compiuta ogni giustizia»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Efesini, 1
Ignazio di Antiochia elogia il martirio, definendo i martiri «veri discepoli».
«Ora, io spero di combattere in Roma contro le belve per poter arrivare ad essere vero discepolo, come appunto otterrò di certo per le vostre preghiere»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 2
Ignazio di Antiochia si schiera fermamente contro i doceti, i quali sostenevano che Cristo avesse sofferto solo apparentemente, e non realmente.
«Egli patì tutte queste sofferenze per noi, affinché fossimo salvi; e patì realmente, come realmente risuscitò se stesso, non come sostengono alcuni increduli, che egli patì apparentemente. Essi sono un’apparenza, destinati, in conformità al loro modo di pensare, ad essere senza corpo e simili ai fantasmi.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 3.1-3
Ignazio di Antiochia afferma chiaramente che Cristo, anche dopo la risurrezione, fu nella carne.
«1Io so e credo che, anche dopo la risurrezione, Egli è nella carne. 2E quando s’avvicinò a quelli che erano intorno a Pietro disse loro: Prendetemi, toccatemi e vedete che non sono uno spirito senza corpo. E subito lo toccarono e, al contatto della sua carne e del suo spirito, credettero. Per questo essi disprezzarono la morte e trionfarono di essa. 3Dopo la risurrezione poi, Egli mangiò e bevette con loro, come un essere di carne, benché fosse spiritualmente unito al Padre.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 4.1-2
Ignazio di Antiochia si schiera fermamente contro i doceti, i quali sostenevano che Cristo avesse sofferto solo apparentemente, e non realmente.
«1Io vi do questi consigli, o carissimi, pur sapendo che voi la pensate già così. Vi sto mettendo in guardia contro queste belve in forme umane, che voi non solo non dovete accogliere, ma, se è possibile, dovete cercare di non incontrare neppure, limitandovi a pregare per loro, se mai volessero convertirsi; cosa che è difficile, ma in potere di Gesù Cristo, nostra vera vita. 2Se ciò che il Signore nostro ha fatto è solo un’apparenza, anch’io sono incatenato solo in apparenza. E, allora perché io mi sono offerto alla morte per mezzo del fuoco, della spada, delle belve? Ma invece, essere vicino alla spada è essere vicino a Dio, essere con le fiere è essere vicino a Dio; purché ci si sia nel nome di Gesù Cristo. Per patire con Lui, io sopporto ogni cosa, perché me ne dà la forza Lui, che s’è fatto il perfetto uomo.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 5.1-3
Ignazio di Antiochia si schiera fermamente contro i doceti, i quali sostenevano che Cristo avesse sofferto solo apparentemente, e non realmente.
«1Vi sono alcuni che, per ignoranza, lo rinnegano, o piuttosto, è Lui che li ha rinnegati, perché essi sono avvocati della morte, piuttosto che della verità. Non li convinsero le parole dei profeti né la legge di Mosé, né fino ad ora, il Vangelo, né le sofferenze di ciascuno di noi. 2Poiché, anche a riguardo nostro, costoro la pensano allo stesso modo. Che mi giova infatti se alcuno loda me e bestemmia poi il mio Signore, negando che Egli ha preso carne? Chi nega questa verità rinnega pienamente Lui ed è egli stesso un becchino. 3Non mi è sembrato bene scrivere i loro nomi, perché sono infedeli. Possa io non far mai più menzione di loro, finché si siano convertiti alla passione, che è nostra risurrezione.»
Tags: Sofferenza di Cristo, Passione di Cristo, Docetismo
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 7.1-2
Ignazio di Antiochia afferma contro i docetisti la presenza reale nell'Eucaristia.
«1Essi se ne stanno lontani dall’eucaristia e dalla preghiera, perché non vogliono riconoscere che l’eucaristia è la carne del Salvatore nostro Gesù Cristo, quella carne che sofferse per i nostri peccati e che il Padre, nella sua bontà, risuscitò. Costoro, che negano il dono di Dio, trovano la morte nella loro stessa contestazione. Meglio sarebbe per loro praticare la carità per poi risorgere. 2Bisogna quindi che stiate lontani da costoro e che non ne parliate, né in privato né in pubblico; state invece attaccati ai profeti e specialmente al vangelo nel quale la passione ci è manifestata, e la risurrezione è compiuta. Fuggite le divisioni come principio di tutti i mali»
Tags: Eucaristia, Eucarestia, Presenza reale
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 8.1-2
Ignazio di Antiochia sottolinea l'importanza del Vescovo per il mantenimento dell'ortodossia e dell'ortoprassi nella Chiesa.
«1Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo segue il Padre, e il collegio dei presbiteri come gli Apostoli; quanto ai diaconi, rispettateli come il comandamento di Dio. Nessuno faccia, senza il vescovo, alcuna di quelle cose che riguardano la Chiesa. Sia ritenuta valida quell’eucaristia che si celebra dal vescovo o da chi ne ha ricevuto incarico da lui. 2Dove appare il vescovo, ivi sia la comunità, come dov’è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica. Senza il vescovo, non è lecito né battezzare né celebrare l’agape; ma quello che egli ha approvato è gradito a Dio. In questa maniera tutto ciò che si farà nella Chiesa sarà sicuro e valido.»
Tags: Obbedienza al Vescovo, Ubbidienza al vescovo
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 9.1-2
«1Del resto è ragionevole tornare in senno e, finché ne abbiamo il tempo, convertirci a Dio. E bene riconoscere Dio e il vescovo. Chi onora il vescovo è onorato a Dio; chi fa qualche cosa ad insaputa del vescovo serve al diavolo. 2Siate ricolmi d’ogni bene nella grazia, poiché ne siete degni. In tutto m’avete recato conforto; Gesù Cristo conforti anche voi! Lontano e vicino, voi m’avete dato prova della vostra carità. Vi ricambi Dio, al cui possesso voi giungerete, se affronterete per Lui ogni sofferenza.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Filadelfi, 4
Ignazio di Antiochia esorta tutti i cristiani alla celebrazione della stessa Eucaristia.
«Studiatevi pertanto di far uso della stessa Eucaristia, perché una sola è la carne di Gesù Cristo, Signor nostro, e uno solo è il Calice nell’unità del Sangue di lui, uno solo l’altare, come uno solo è il vescovo col collegio dei preti e coi diaconi, conservi miei. E tutto ciò che farete in quest’ordine, fatelo secondo Dio»
Tags: Ecclesiologia, Eucaristia, Eucarestia, Unità della Chiesa
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesiaci, 10, 1-3
Ignazio di Antiochia parla delle usanze giudaiche nelle comunità cristiane dei primi secoli, promuovendo la linea della discontinuità nelle usanze.
«1Avvertiamo la sua bontà. Se egli ci imitasse come noi agiamo non ci saremmo più. Perciò divenuti suoi discepoli abbracciamo la vita secondo il cristianesimo. Chi è chiamato con un nome diverso da questo, non è di Dio. 2Gettate via il cattivo fermento, vecchio ed acido e trasformatevi in un lievito nuovo che è Gesù Cristo. In lui prendete il sale perché nessuno di voi si corrompa in quanto dall’odore sarete giudicati. 3È stolto parlare di Gesù Cristo e continuare nel giudaismo. Non il cristianesimo ha creduto nel giudaismo, ma il giudaismo nel cristianesimo, in cui si è riunita ogni lingua che crede il Dio»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesiaci, 13
Ignazio di Antiochia sottolinea l'importanza dell'obbedienza al vescovo facendo un'analogia tra il rapporto di obbedienza tra Cristo e il Padre e tra gli Apostoli e Cristo, il Padre e lo Spirito.
«Siate soggetti al vescovo e l’un l’altro fra voi, come Gesù Cristo, secondo la carne, è soggetto al Padre, e gli Apostoli a Cristo, al Padre e allo Spirito, perchè l’unione fra voi esista all’interno e all’esterno»
Tags: Gerarchia ecclesiastica, Ubbidienza al vescovo, Obbedienza al vescovo
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesiaci, 6
«Vi esorto a compiere con premura tutto nella concordia di Dio e sotto l’autorità del vescovo, che sta al luogo di Dio, e dei preti, che stanno al luogo del senato apostolico, e dei diaconi, a me carissimi, che sono investiti del ministero di Gesù Cristo, il quale, prima dei secoli, era già presso il Padre, ed apparve nel termine prefisso»
Tags: Gerarchia ecclesiastica, Necessità del sacerdozio, Ubbidienza al vescovo, Obbedienza al vescovo
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Magnesiaci, 7
Ignazio di Antiochia sottolinea la necessità della gerarchia nella Chiesa facendo un'analogia con il rapporto di obbedienza tra Cristo e il Padre.
«E come il Signore non fa cosa alcuna né da sé stesso, né per mezzo degli apostoli, se non in unione col Padre, così voi fate tutto d’accordo col vescovo e coi preti»
Tags: Gerarchia ecclesiastica, Necessità del sacerdozio, Ubbidienza, Obbedienza
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 2.1
Ignazio esprime la propria totale oblazione a Dio nell'annullamento totale di sé fino al martirio.
«1Voglio che cerchiate di piacere non agli uomini, ma a Dio, al quale già siete accetti. Io non avrò mai più una tale occasione di raggiungere Dio, né voi potrete sottoscrivere opera migliore che tacendo. Se voi tacerete a mio riguardo, io diverrò parola di Dio, ma se amerete la mia carne, io sarò di nuovo un suono. 2Una cosa sola concedetemi: lasciate che io sia versato in libagione a Dio, finché l’altare è pronto! E allora voi, uniti in un sol coro nella carità, potrete innalzare un inno al Padre, in Cristo Gesù, perché Dio si degnò di posare il suo sguardo sul vescovo di Siria, chiamandolo dall’oriente all’occidente. È bello per me tramontare al mondo per risorgere a Dio!»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 3.1-3
«1Voi non invidiaste mai nessuno, anzi ammaestraste altri. Ebbene, io voglio che rimangano validi quei principi che voi, insegnando, inculcavate. 2Soltanto chiedete per me la forza interiore ed esteriore non solo di parlare, ma anche di volere; di essere cristiano, non solo di nome, ma anche di fatto. Perché solo se sarò trovato cristiano a fatti, potrò essere chiamato cristiano e trovato fedele quando scomparirò da questo mondo. 3Non quello che vediamo con gli occhi è buono. Anche il nostro Dio Gesù Cristo si manifesta maggiormente ora che è nel Padre. Quando infierisce l’odio del mondo nelle persecuzioni, il cristianesimo non è più effetto di persuasione, esso allora è opera della grandezza divina.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 3.3
Ignazio di Antiochia, parlando del martirio, implicitamente afferma la divinità di Gesù.
«Il nostro Dio Gesù Cristo si manifesta maggiormente ora che è nel Padre»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 4.1-3
Ignazio di Antiochia offre un'analogia tra la carne del martire macinata dai denti delle belve e l'ostia eucaristica.
«1Scrivo a tutte le Chiese e a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non vogliate usare con me una benevolenza inopportuna! Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi è dato di raggiungere Dio! Io sono frumento di Dio, e sono macinato dai denti delle belve, perché possa divenire pane immacolato di Cristo. 2Carezzate piuttosto le fiere, perché diventino mio sepolcro e nulla lascino delle mie membra, affinché anche nel sonno della morte, io non sia di peso a nessuno. Quando il mondo non vedrà più il mio corpo, allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo. Supplicate il Cristo per me, affinché per mezzo di quei denti, io sia fatto ostia a Dio. 3Io non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano Apostoli, io sono un condannato: essi erano liberi, io, finora, sono uno schiavo; ma se soffrirò il martirio, diventerò un liberto di Gesù Cristo e risorgerò in Lui libero. Ora, in catene, imparo a spogliarmi di ogni desidero.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 5.1-3
Il martirio è esaltato quale mezzo eccellente per raggiungere Cristo.
«1Dalla Siria fino a Roma, per terra e per mare, di notte e di giorno, io sto lottando con le belve, legato a dieci leopardi, cioè al manipolo dei soldati. Beneficati, costoro diventano peggiori. Nelle loro ingiuste vessazioni io divento maggiormente discepolo, ma non per questo sono giustificato. 2Possa io godere delle belve preparate per me. Invoco che siano pronte per me! Che anzi, io stesso le alletterò, affinché mi divorino prontamente; e non facciano come con qualcuno, che, timorose, non hanno neppur toccato. Che se esse non volessero, io le costringerò con la forza. 3Cercate di comprendermi! Io so quello che è meglio per me. Incomincio ora ad essere un discepolo. Nessuna delle creature visibili e invisibili mi trattenga dal raggiungere Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, la lotta con le belve, le lacerazioni, gli squarciamenti, le slogature delle ossa, la mutilazione delle membra, gli stritolamenti di tutto il corpo, i più malvagi tormenti del demonio piombino su di me. Purché io raggiunga Gesù Cristo!»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 6.1-3
«1Nulla mi gioverebbe il mondo intero e i regni di questo secolo. Bello è per me morire per Cristo Gesù, piuttosto che regnare fin sugli estremi confini della terra. Io cerco Colui che è morto per noi; io voglio Colui che per noi è risorto. Ecco, è vicino per me il parto. 2Abbiate compassione di me, fratelli! Non impedite che io nasca alla vita! Non vogliate la mia morte! Uno che vuol essere di Dio, non abbandonatelo al mondo, né ingannatelo con la materia! Lasciate che io raggiunga la pura luce! Giunto là, io sarò uomo. 3Lasciate che io imiti la passione del mio Dio! Chi ha Dio dentro di sé, comprenda quello che io bramo e mi compatisca, ben conoscendo la necessità che mi stringe.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 7.1-3
«1Il principe di questo mondo vuole strapparmi a Dio e soffocare la mia aspirazione a Lui. Nessuno di voi, che sarete presenti, lo aiuti! Tenete invece le parti mie, cioè quelle di Dio. Non abbiate Gesù Cristo sulla bocca e il mondo nel cuore! 2L’invidia non trovi posto tra voi. Se, quando sarò presso di voi, dovessi supplicarvi, non obbeditemi! Obbedite invece a ciò che ora vi scrivo. Ora nel pieno possesso della mia vita, vi scrivo che bramo morire. Ogni mia brama terrena è crocifissa; non è più in me fiamma alcuna per la materia. Un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: Vieni al Padre! 3Non mi diletta più il cibo corruttibile, né i piaceri di questa vita. Voglio il Pane di Dio, quel pane che è la carne di Gesù Cristo, che è dal seme di David, voglio per bevanda il suo sangue, che è l’amore incorruttibile.»
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, 8.1-2
«1Non voglio più vivere secondo gli uomini! E questo avverrà se voi lo vorrete. Vogliatelo per essere anche voi voluti da Dio. 2Con questo breve scritto ve ne supplico: credete a me! Gesù Cristo vi farà manifesto che io dico la verità, Egli, che è la bocca infallibile, per la quale il Padre ha veramente parlato. Pregate per me, affinché possa raggiungere il mio intento. Non secondo la carne vi ho scritto, ma secondo il pensiero di Dio. Se subirò il martirio, mi avete voluto bene; se sarò rifiutato, m’avete odiato.»
Tags: Martirio
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sant'Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, Indirizzo e saluto
All'inizio della Lettera ai Romani sant'Ignazio di Antiochia afferma che la Chiesa di Gesù Cristo «in Roma presiede», chiara affermazione della superiorità della chiesa di Roma sulle altre chiese.
«Ignazio, chiamato anche Teofòro, alla Chiesa che è oggetto della misericordia nella munificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, suo unico Figlio; amata e illuminata per volontà di Colui che ha voluto tutte le cose che sono, secondo la carità di Gesù Cristo, nostro Dio; che in Roma presiede degno di Dio, venerabile, degna d’essere chiamata beata, degna di lode e di felice successo; adorna di candore, che presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre. Questa Chiesa io saluto nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Padre. A quelli poi, uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo precetto, ripieni inseparabilmente della grazia di Dio, e lontani da ogni estranea macchia, molti saluti e l’augurio della gioia pura in Gesù Cristo, nostro Dio.»
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Sant'Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, §363, 11
«Lodare la dottrina positiva e scolastica; perché così come é più proprio dei dottori positivi, come san Girolamo, Sant’Agostino e san Gregorio, ecc., muovere gli affetti per amare e servire in tutto Dio nostro Signore, così è più proprio degli scolastici, come san Tommaso, san Bonaventura e il Maestro delle Sentenze, ecc., definire o chiarire per i nostri tempi le cose necessarie alla salute eterna, e per meglio impugnare e svelare tutti gli errori e tutte le fallacie.
b. Perché i dottori scolastici, essendo più moderni, non solo si giovano della vera intelligenza della sacra Scrittura e dei positivi e santi dottori, ma essendo anche illuminati e rischiarati dalla virtù divina, si giovano dei concili, canoni e costituzioni di nostra santa madre Chiesa»
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sant'Ireneo, Adversus Haereses, 3.3.3
«Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell’episcopato; di questo Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo. A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l’episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione e davanti agli occhi la loro Tradizione. E non era il solo. Perché allora restavano ancora molti che erano stati ammaestrati dagli apostoli. Dunque, sotto questo Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinzi una importantissima lettera per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la Tradizione che aveva appena ricevuto dagli apostoli: un solo Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra e plasmatore dell’uomo, il quale ha fatto venire il diluvio, ha chiamato Abramo, ha fatto uscire il popolo dalla terra d’Egitto, ha conversato con Mosè, ha stabilito la Legge e inviato i profeti ed ha preparato il fuoco per il diavolo e i suoi angeli. Che questo Dio è annunciato dalla Chiesa come Padre del nostro Signore Gesù Cristo, chi vuole lo può apprendere da questo stesso scritto, come pure può conoscere la Tradizione apostolica della Chiesa, essendo quella lettera più antica di coloro che ora insegnano falsamente e immaginano un altro Dio al di sopra del Demiurgo e Creatore di tutto ciò che esiste. A questo Clemente succede Evaristo...»
Tags: Successione Apostolica a Roma, Tradizione Apostolica
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Sant'Ireneo, Adversus Haereses, 3.3.4
Sant'Ireneo si appella alla Tradizione apostolica tramandata a lui da Policarpo, il quale l’aveva ricevuta direttamente dall’apostolo Giovanni. Afferma che solo le cose trasmesse dalla Chiesa sono vere.
«[Policarpo] non solo fu ammaestrato dagli apostoli ed ebbe consuetudine con molti che avevano visto il Signore, ma appunto dagli apostoli fu stabilito per l’Asia nella chiesa di Smirne come vescovo. Anche noi l’abbiamo visto nella nostra prima età. Infatti visse a lungo e molto vecchio, dopo aver testimoniato gloriosamente e molto chiaramente, uscì dalla vita. Ora egli insegnò sempre quello che aveva appreso dagli apostoli, le cose appunto che la Chiesa trasmette e che sole sono vere»
Tags: Tradizione apostolica, Successione apostolica
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 1.10.1-2
«La Chiesa, benché disseminata su tutto il mondo abitato fino ai confini della terra, ricevette dagli apostoli e dai loro discepoli la fede in un solo Dio. [...] Ricevuto, come abbiamo detto, questo messaggio e questa fede, la Chiesa, benché disseminata in tutto il mondo, lo custodisce con cura come se abitasse una sola casa; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo queste verità proclama, insegna e trasmette, come se avesse una sola bocca. Le lingue del mondo sono diverse, ma la potenza della Tradizione è unica e la stessa. Né le Chiese fondate nelle Germanie hanno ricevuto o trasmettono una fede diversa; né quelle fondate nelle Spagne o tra i Celti o nelle regioni orientali o in Egitto o in Libia o nel centro del mondo [=le chiese di Roma ed Italia]. Ma come il sole, la creatura di Dio, è in tutto il mondo uno solo e il medesimo, così la luce spirituale, il messaggio della verità, dappertutto risplende e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. Né, tra i capi delle chiese, colui che è molto abile nel parlare insegnerà dottrine diverse da queste: — nessuno, infatti, è al di sopra del Maestro — né chi non è abile nel parlare impoverirà la Tradizione. Siccome la fede è una sola e sempre la stessa, né chi è molto abile nel parlare di essa l’arricchisce, né chi è poco abile la impoverisce»
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sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.1.1
«Non attraverso altri noi abbiamo conosciuto l’economia della nostra salvezza, ma attraverso coloro i quali il Vangelo è giunto fino a noi. Quel Vangelo essi allora lo predicarono, poi per la volontà di Dio ce lo trasmisero in alcune scritture perché fosse fondamento e colonna della nostra fede. Non si può dire che lo predicarono prima di aver ricevuto la conoscenza perfetta, come alcuni osano dire, vantandosi di essere correttori degli Apostoli. Infatti, dopo che il Signore fu risuscitato dai morti ed essi furono rivestiti della potenza proveniente dall’alto grazie alla discesa dello Spirito Santo, allora furono pieni di certezza su tutte le cose ed ebbero la conoscenza perfetta; andarono allora fino alle estremità della terra a predicare il Vangelo dei beni che ci vengono da Dio e ad annunciare agli uomini la pace celeste: essi avevano tutti insieme e ciascuno singolarmente il Vangelo di Dio»
Tags: Successione apostolica, Chiesa, Tradizione
Riguardo: Patrologia
Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3.19.1
«Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio»
Tags: Incarnazione, Filiazione divina, Adozione a figli
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sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.22.4
«Subito dopo di aver parlato del parallelismo paolino Adamo-Cristo, Ireneo continua: “Parallelamente si trova anche la Vergine Maria obbediente quando dice ‘Ecco la tua serva, avvenga di me quello che hai detto’. Eva disobbedì, e fu disobbediente mentre era ancora vergine. Come Eva, che pur avendo come marito Adamo era ancora vergine—infatti ‘erano ambedue nudi’ nel paradiso ‘e non ne provavano vergogna’, perché, essendo stati creati poco prima, non avevano alcuna idea della generazione dei figli: infatti prima dovevano crescere e poi moltiplicarsi—; come Eva dunque, disobbedendo divenne causa di morte per sé le era stato assegnato era ancora vergine, obbedendo divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano. Perciò la Legge chiama colei che era fidanzata ad un uomo, benché sia ancora vergine, moglie di colui che l’aveva presa come fidanzata indicando il movimento a ritroso che va da Maria ad Eva. Infatti ciò che è stato legato non può essere slegato se non si ripercorrono in senso inverso le pieghe del nodo, così che le prime pieghe siano sciolte grazie alle seconde e inversamente le seconde liberino le prime, per cui capita che il primo legame è sciolto dal secondo e il secondo nodo serve da slegatura per il primo….Così dunque il nodo della disobbedienza di Eva trovò soluzione grazie all’obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato per la sua incredulità, Maria l’ha sciolto per la sua fede»
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sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.3.1
«Dunque la Tradizione degli apostoli, manifestata in tutto quanto il mondo, possono vederla in ogni Chiesa tutti coloro che vogliono vedere la Verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi. Ora essi non hanno insegnato né conosciuto sciocchezze come quelle che insegnano costoro. Infatti, se gli apostoli avessero conosciuto misteri segreti, che avrebbero insegnato a parte e di nascosto ai perfetti, certamente prima di tutto li avrebbero trasmessi a coloro ai quali affidavano le Chiese stesse. Volevano infatti che fossero assolutamente perfetti e irreprensibili in tutto coloro che lasciavano come successori, trasmettendo loro la propria missione di insegnamento. Se essi avessero capito correttamente, ne avrebbero ricavato grande profitto, se invece fossero falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo»
Tags: Successione apostolica, Tradizione apostolica, Chiesa
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sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.3.2
«Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte—essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli»
Tags: Successione apostolica, Tradizione apostolica, Chiesa di Roma
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sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.3.3
«Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell’episcopato; di questo Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo. A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l’episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione e davanti agli occhi la loro Tradizione. E non era il solo. Perché allora restavano ancora molti che erano stati ammaestrati dagli apostoli. Dunque, sotto questo Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinzi una importantissima lettera per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la Tradizione che aveva appena ricevuto dagli apostoli: un solo Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra e plasmatore dell’uomo, il quale ha fatto venire il diluvio, ha chiamato Abramo, ha fatto uscire il popolo dalla terra d’Egitto, ha conversato con Mosè, ha stabilito la Legge e inviato i profeti ed ha preparato il fuoco per il diavolo e i suoi angeli. Che questo Dio è annunciato dalla Chiesa come Padre del nostro Signore Gesù Cristo, chi vuole lo può apprendere da questo stesso scritto, come pure può conoscere la Tradizione apostolica della Chiesa, essendo quella lettera più antica di coloro che ora insegnano falsamente e immaginano un altro Dio al di sopra del Demiurgo e Creatore di tutto ciò che esiste.
A questo Clemente succede Evaristo e ad Evaristo Alessandro; poi, come sesto a partire dagli Apostoli, fu stabilito Sisto; dopo di lui Telesforo, che dette la sua testimonianza gloriosamente; poi Igino, quindi Pio e dopo di lui Aniceto. Dopo che ad Aniceto fu succeduto Sotere, ora, al dodicesimo posto a partire dagli apostoli, tiene la funzione dell’episcopato Eleutero. Con questo ordine e queste successioni è giunta fino a noi la Tradizione che è nella Chiesa a partire dagli apostoli e la Predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la Fede vivificante degli apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella Verità»
Tags: Tradizione apostolica, Successione apostolica, Chiesa di Roma
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.4.1
«Se ci fosse qualche controversia su una questione di poca importanza, non si dovrebbe ricorrere alle Chiese più antiche, nelle quali vissero gli apostoli, e prendere la dottrina esatta sulla questione presente? Anche se gli apostoli non ci avessero lasciato le Scritture, non si dovrebbe seguire l’ordine della Tradizione, che hanno trasmesso a coloro a cui affidavano le Chiese?»
Tags: Successione apostolica, Tradizione apostolica, Chiese apostoliche
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 3.4.2
«A quest’ordine obbediscono molti popoli barbari che hanno creduto in Cristo e possiedono la salvezza, scritta senza carta e inchiostro nei loro cuori mediante lo Spirito e custodiscono scrupolosamente l’antica Tradizione: essi credono in un solo Dio, Creatore del cielo e della terra…»
Tags: Tradizione orale
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 4.26.2
«Perciò si debbono ascoltare i presbiteri che sono nella Chiesa: essi sono i successori degli apostoli, come abbiamo dimostrato, e con la successione nell’episcopato hanno ricevuto il carisma sicuro della verità secondo il beneplacito del Padre; mentre tutti gli altri, che si separano dalla successione originaria e si riuniscono in qualunque modo, si devono guardare con sospetto, o come eretici che insegnano false dottrine o come scismatici orgogliosi e vanagloriosi o ancora come ipocriti che lavorano per guadagno e vanagloria»
Tags: Chiesa, Necessità del sacerdozio
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 5.19.1
«Se dunque il Signore è venuto visibilmente nella sua proprietà; se è stato portato dalla sua propria creazione che è portata da lui; se grazie alla sua obbedienza sul legno ha fatto la ricapitolazione della disobbedienza che era stata compiuta per mezzo del legno; se la seduzione, di cui miseramente era stata vittima Eva, vergine soggetta al marito, è stata dissipata dalla verità che fu annunciata magnificamente dall’angelo a Maria, vergine già in potere del marito, —infatti, come quella fu sedotta dalla parola dell’angelo in modo da fuggire Dio trasgredendo la sua parola, così questa ricevette il lieto annunzio per mezzo della parola dell’angelo, in modo da portare Dio obbedendo alla sua parola; e come quella si lasciò sedurre in modo da disobbedire a Dio, così questa si lasciò persuadere in modo da obbedire a Dio, affinché la Vergine Maria divenisse avvocata della vergine Eva; e come il genere umano fu legato alla morte per mezzo di una vergine, così ne fu liberato per mezzo di una vergine, perché la disobbedienza di una vergine fu controbilanciata dall’obbedienza di una vergine»
Tags: Maria nuova Eva
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 5.2.2
«Vani sono in ogni modo quanti rifiutano tutta l’economia di Dio, negano la salvezza della carne e disprezzano la sua rigenerazione, dicendo che non è capace di accogliere l’incorruttibilità. Ora se essa non riceve la salvezza, senza dubbio il Signore non ci ha riscattati con il suo sangue, e il calice dell’Eucaristia non è la comunione del suo sangue né il pane che spezziamo è la comunione del suo corpo. Il sangue infatti proviene dalle vene, dalle carni e dalla restante sostanza umana, e appunto perché è diventuo veramente tutto questo, il Verbo di Dio ci ha riscattati con il suo sangue, come dice il suo Apostolo: ‘In lui abbiamo il riscatto mediante il suo sangue, la remissione dei peccati’. E poiché siamo sue membra e siamo nutriti mediante la creazione — egli stesso ci procura la creazione, facendo sorgere il suo sole e mandando la pioggia come vuole —, dichiarò che il calice proveniente dalla creazione è il suo proprio sangue e proclamò che il pane proveniente dalla creazione è il suo proprio corpo, con il quale si fortificano i nostri corpi.»
Tags: Eucaristia, Eucarestia, Corpo di Cristo
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haereses, 5.2.3
«Se dunque il calice mescolato e il pane preparato ricevono la parola di Dio e divengono Eucaristia, cioè il sangue e il corpo di Cristo, e se con essi si fortifica e si consolida la sostanza della nostra carne, come possono dire che la carne non è capace di ricevere il dono di Dio che è la vita eterna: la carne che si nutre del sangue e del corpo di Cristo ed è sue membra? Come il beato Apostolo dice nella sua lettera agli Efesini: ‘Siamo membra del suo corpo formati dalla sua carne e dalle sue ossa’ indicando con queste parole non un certo uomo spirituale ed invisibile, ‘perché lo spritio non ha né ossa né carne’, ma l’organismo veramente umano, composto di carne nervi ed ossa, il quale è nutrito dal calice, che è il suo sangue, ed è fortificato dal pane, che è il suo corpo. E come il legno della vite, collocato nella terra, porta frutto a suo tempo, e ‘il chicco del frumento caduto nella terra’ e dissolto risorge moltiplicato in virtù dello Spirito di Dio che sostiene tutte le cose—e poi grazie all’abilità umana sono trasformati ad uso degli uomini e ricevendo la parola di Dio divengono Eucaristia, cioè il corpo ed il sangue di Cristo; così anche i nostri corpi, che si sono nutriti di essa, sono stati collocati nella terra e vi si sono dissolti, risorgeranno al loro tempo, perché il Verbo di Dio donerà loro la risurrezione ‘per la gloria di Dio Padre’, il quale procura l’immortalità a ciò che è mortale e dona gratuitamente l’incorruttibilità a ciò che è corruttibile, poiché la potenza di Dio si esprime perfettamente nella debolezza, affinché non ci lasciamo mai prendere dall’orgoglio come se avessimo la vita da noi stessi e non ci solleviamo contro Dio, accogliendo nell’animo un pensiero d’ingratitudine, ma avendo appreso per esperienza che dalla sua grandezza e non dalla nostra natura deriva la nostra capacità di rimanere per sempre, non tradiamo mai la vera concezione di Dio né ignoriamo la nostra natura, ma sappiamo qual è la potenza di Dio e quali sono i benefici che l’uomo può ricevere, e non ci inganniamo mai sulla vera concezione circa le cose che esistono, cioè Dio e l’uomo. Del resto, come abbiamo detto prima, Dio non ha forse permesso il nostro dissolvimento nella terra affinché, educati in ogni modo, siamo attenti per il futuro in tutte le cose, senza ignorare né Dio né noi stessi?»
Tags: Risurrezione della carne, Risurrezione del corpo
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haerses, 1.21.4
«È perfetta redenzione la conoscenza stessa della Grandezza ineffabile. Dal momento che la caduta e la passione sono derivate dall’ignoranza, tutto ciò che si è formato a causa dell’ignoranza si dissolve per mezzo della conoscenza, così che la gnosi è la redenzione dell’uomo interiore. Ed essa non è corporea, perché il corpo è corruttibile, né psichica, perché l’anima deriva dalla caduta ed è per così dire il ricettacolo dello spirito. Dunque la redenzione dev’essere spirituale. L’uomo interiore e spirituale è, infatti, redento per mezzo della gnosi ed essi si accontentano della conoscenza di tutte le cose. E questa è la vera redenzione»
Tags: Conoscenza salvifica
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haerses, 1.24.4
«Il Padre ingenerato e innominato, vedendo la rovina di tutti costoro, ha mandato il suo primogenito, l’Intelletto—e questo è colui che è chiamato Cristo—per liberare quanti avrebbero creduto in lui dal potere degli angeli che avevano creato il mondo. Alle genti di costoro egli è apparso in terra come uomo ed ha compiuto prodigi. Perciò non ha patito lui; ma un certo Simone di Cirene, costretto, ha portato la croce di lui al suo posto: questo è stato crocifisso per ignoranza ed errore, in quanto Cristo lo aveva trasformato sì che si credesse che fosse lui Gesù. Gesù invece aveva assunto l’aspetto di Simone e stando lì vicino irrideva i crocifissori. Infatti egli era la Potenza incorporea e l’Intelletto del Padre ingenerato: perciò si è trasformato come voleva ed è asceso a colui che lo aveva mandato, prendendosi gioco di quelli, poiché non poteva esser preso ed era invisibile a tutti. Pertanto coloro che sanno queste cose sono stati liberati dagli arconti creatori del mondo. E non bisogna professare fede in quello che è stato crocifisso, ma in colui che è venuto in aspetto di uomo ed è stato creduto crocifisso, è stato chiamato Gesù ed è stato mandato dal Padre, per distruggere con tale disposizione le opere dei creatori del mondo. Se pertanto qualcuno professa fede nel crocifisso, questi è ancora servo e sotto il potere di quelli che hanno creato i corpi: invece chi lo avrà rinnegato, è libero dal potere di quelli e conosce la disposizione del Padre ingenerato»
Tags: Conoscenza, Passione di Gesù Cristo
Riguardo: Patrologia
sant'Ireneo di Lione, Adversus Haerses, 1.26.1
«Anche un certo Cerinto insegnò in Asia che il mondo non è stato fatto dal primo Dio, ma da una potenza molto separata e distante dal principato che è al di sopra di tutte le cose, e che questa Potenza non conosce il Dio che è al di sopra di tutte le cose. Aggiunse che Gesù non è nato dalla Vergine, perché ciò gli sembrava impossibile, ma era figlio di Giuseppe e di Maria, come tutti gli altri uomini, e valeva più di tutti in giustizia, prudenza e sapienza. Dopo il battesimo discese su di lui, dal Principato che è al di sopra di tutte le cose, Cristo in forma di colomba, ed allora annunziò il Padre ignoto e compì i miracoli; alla fine Cristo volò via ancora da Gesù e Gesù patì e risuscitò, mentre Cristo rimase impassibile, essendo spirituale»
Tags: Cristologia di Cerinto
Riguardo: Patrologia
Sant'Ireneo di Lione, Adversus Haerses, III, 20, 2
«Costui infatti si è posto “in una carne simile a quella del peccato” (cfr. Rm 8,3), per condannare il peccato e, dopo averlo così condannato, espellerlo fuori dalla carne; e, d’altra parte, per richiamare l’uomo alla somiglianza con lui, rendendolo “imitatore” di Dio (cfr. Ef 5,1) e innalzandolo fino alla regola del Padre, per concedergli di vedere Dio e di conoscere il Padre, lui, il vero Dio che ha abitato nell’uomo (cfr. Gv 1,14) e si è fatto Figlio dell’uomo, per preparare l’uomo a conoscere Dio e preparare Dio ad abitare nell’uomo, secondo il beneplacito del Padre»
Tags: Incarnazione del Verbo, Umanazione, Assunzione della natura umana, Avvicinamento di Dio all'uomo, Rm 8,3, Ef 5,1, Gv 1,14
Riguardo: Patrologia
Sant'Ireneo di Lione, Adversus Haerses, IV, 33, 8
«La gnosi vera [implica] una custodia senza finta delle Scritture, una trattazione completa di esse, senza addizioni né sottrazioni, une lettura senza inganno»
Tags: Gnosi cristiana, Sacra Scrittura
Riguardo: Patrologia
Sant'Ireneo di Lione, Adversus Haerses, V, 19, 1
«Il Signore abbracciò la condizione umana e si manifestò nel mondo che era suo. La natura umana portava il Verbo di Dio, ma era il Verbo di Dio che sosteneva la natura umana»
Tags: Incarnazione del Verbo, Umanazione, Assunzione della natura umana
Riguardo: Patrologia
J. N. D. Kelly, Il Pensiero Cristiano delle Origini, 34-35
J.N.D. Kelly fornisce una somma dello gnosticismo valentiniano.
Tags: Gnosticismo, Valentino
Riguardo: Patrologia
John Norman Davidson Kelly, I simboli di fede della chiesa antica: nascita, evoluzione, uso del credo, 94-95
J. N. D. Kelly evidenzia la differenza tra la Regula fidei ed i simboli.
Tags: Regula fidei, Regole di fede, Simboli, Simbolo, Credo
Riguardo: Patrologia
Vincenzo di Lerin, Il commonitorio, 28.6
Vincenzo di Lerin definisce chi siano i Padri.
Tags: Padri
Riguardo: Patrologia
Ammiano Marcellino, Res Gestae, XXII.5.1-4
«Sebbene poi Giuliano fin dalla puerizia fosse inclinato all’idolatria, e col crescere dell’età se ne fosse sempre più acceso, nondimeno, da molte cagioni infrenato, avea sempre tenuto occultassimo quanto egli in questo proposito meditava. Ma quando, tolto di mezzo tutto ciò che gli dava timore, vide ch’era venuto il tempo da poter compiere a suo senno quanto eragli in grado, fece palesi gli arcani del proprio petto, e con chiari ed assoluti decreti ordinò che si aprissero i templi, e si guidassero all’are le vittime pel culto dei Numi. E per invigorire l’effetto di queste sue disposizioni, chiamando nel proprio palazzo i capi dei Cristiani discordi fra loro a la plebe divisa con essi in fazioni, ammonivali tutti, che, lascite le civili discordie, ciascheduno sicuramente servisse alla proprio religione, né altri potesse impedirlo. Nel che si portava tanto più fermamente, affinchè moltiplicandosi colla licenza le dissensioni, non avesse egli poi più da temere la conordia della plebe: conoscendo per esperienza non esservi belve tanto infeste agli uomini, quanto i più de’ Cristiani sono esiziali a sé stessi»
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Massimo il Confessore, Centuria, 1, 8.13
«Dio si fa perfetto uomo, non cambiando nulla di quanto è proprio della natura umana, tolto, si intende il peccato, che del resto non le appartiene. Si fa uomo per provocare il dragone infernale avido e impaziente di divorare la sua preda cioè l’umanità del Cristo. Cristo in effetti, gli dà in pasto la sua carne. Quella carne però doveva tramutarsi per il diavolo in veleno. La carne abbatteva totalmente il mostro con la potenza della divinità che in essa si celava. Per la natura umana, invece, sarebbe stata il rimedio. Perché l’avrebbe riportata alla grazia originale con la forza della divinità in essa presente.
Come infatti il dragone, avendo istillato il suo veleno nell’albero della scienza, aveva rovinato il genere umano, facendoglielo gustare, così il medesimo, presumendo divorare la carne del Signore, fu rovinato e spodestato per la potenza della divinità che era in essa»
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Charles Munier, Sources Chrétiennes, 507, p. 349, n.6
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Origene, Commento ai Romani, VIII.9
«Va tuttavia osservato che Paolo una volta dice ‘inciampare’ e ‘sbagliare’, una volta ‘cadere’: e pone un rimedio per l’inciampo o lo sbaglio, non recupera invece la situazione di quelli che sono caduti, quasi non ci sia in essa alcuna speranza. Dice infatti: ‘Hanno forse inciampato in modo da cadere? Certo no! Ma per il loro sbaglio ci fu la salvezza per i gentili’….l’apostolo nel passo presente, come sapendo che se fossero caduti non potrebbero assolutamente rialzarsi, nega per questo che siano caduti e li giustifica con forza dicendo: ‘Hanno forse inciampato in modo da cadere? No certo!’ A meno che l’apostolo in questo caso non giustifichi Israele e neghi che sia caduto riferendosi ad un altro tipo di caduta, quella probabilmente a propostio della quale il Signore e Salvatore nostro diceva: ‘Vedevo Satana cadere dal cielo come folgore’, ma anche quella di cui Isaia dice: ‘In che modo è caduto dal cielo Lucifero che sorgeva al mattino?’ Qui dunque Paolo nega che Israele sia caduto con una caduta di questo tipo. Di esso, infatti, almeno alla fine del mondo vi sarà il ritorno, allorquando sarà subentrata la pienezza delle nazioni e tutto Israele sarà salvato; di costui invece, di cui si dice che è caduto dal cielo, neppure alla fine del mondo vi sarà alcun ritorno»
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Origene, Commento al Cantico dei Cantici, prefazione
«Sarebbe faticoso e non pertinente all’opera che abbiamo intrapreso se volessimo ora ricercare di quanti libri si faccia menzione nelle sacre Scritture, dei quali neppure un sol passo ci è stato tramandato. E vediamo che neppure presso i Giudei sono in uso passi di questo genere, sia perché lo Spirito Santo ha voluto che fossero tolti di mezzo in quanto contenenti concetti superiori all’umana intelligenza, sia perché gli antichi non vollero far posto né ammettere con autorità di libri ispirati gli scritti chiamati apocrifi: in essi infatti si trovano molte cose errate e contrarie alla vera fede. E’ al di sopra delle nostre forze dare un giudizio su questo argomento. Tuttavia è evidente che gli apostoli e gli evangelisti hanno adotto e inserito nel Nuovo Testamento molti passi che non leggiamo affatto negli scritti che consideriamo canonici e che invece si trovano negli apocrifi e manifestamente si rivelano dedotti di qui. Ma neppure così bisogna far luogo agli apocrifi: non si debbono infatti spostare i limiti eterni che hanno stabilito i nostri padri. Può infatti essere accaduto che gli apostoli e gli evangelisti, pieni di Spirito Santo, abbiamo saputo ciò che si doveva prendere da quelle Scritture e ciò che invece si doveva rifiutare. Per noi invece, che non possediamo tanta abbondanza di spirito, non sarebbe senza pericolo presumere qualcosa del genere»
Tags: Canone delle scritture, Scritti apocrifi, Vangeli apocrifi
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Origene, De Principiis, 2.6.3
«La sostanza dell’anima servendo d’intermediario tra Dio e la carne — è infatti impossibile alla natura divina mescolarsi ad un corpo senza un intermediario — l’Uomo-Dio è nato, come abbiamo detto, attraverso la mediazione di una sostanza alla cui natura non ripugnava il prendere un corpo. E neppure era contrario alla natura di quest’anima, in quanto sostanza ragionevole, ricevere Dio, in cui essa era già entrata completamente, come abbiamo detto sopra, come nel Verbo, la Sapienza e la Verità. Anch’essa merita dunque, con la carne che ha assunto, i titoli di Figlio di Dio, Potenza di Dio, Cristo e Sapienza di Dio, in quanto essa era interamente nel Figlio di Dio o l’accoglieva intero in lei»
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Origene, De Principiis, 4.2.2
«Il motivo per cui tutti costoro che abbiamo ricordato hanno concezioni sbagliate empie e volgari sulla divinità non deriva da altro che da incapacità di interpretare spiritualmente la scrittura, che viene accolta soltanto secondo il senso letterale. Perciò a quanti sono convinti che i libri sacri non sono stati scritti da uomini ma sono stati composti e sono giunti a noi per ispirazione dello Spirito santo per volere del Padre di tutti e per opera di Gesù Cristo, noi dobbiamo esporre secondo la nostra modesta capacità quel che ci pare il criterio d’interpretazione, attenendoci alla norma della chiesa celeste di Gesù Cristo secondo la successione degli apostoli»
Tags: Interpretazione letterale della Bibbia, Interpretazione della Sacra Scrittura, Interpretazione della Bibbia, Interpretazione spirituale della Bibbia, Interpretazione spirituale della Sacra Scrittura
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Origene, De Principiis, 4.3.4
«Ma nessuno deve supporre che noi affermiamo in senso assoltuo che nessun fatto storico è realmente accaduto, dato che qualcuno non è accaduto; o che nessuna legge deve essere osservata in senso letterale, poiché qualcuna, secondo la lettera, è irrazionale e irrealizzabile; o che i fatti narrati sul salvatore non sono avvenuti in maniera sensibile; o che nessuno dei suoi precetti e dei suoi comandi deve essere osservato. Noi affermiamo che il racconto letterale di alcuni fatti chiaramente ci si presenta veritiero»
Tags: Interpretazione letterale della Bibbia, Interpretazione letterale della Sacra Scrittura
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Origene, De Principiis, 4.3.5
«Ma il lettore attento in alcuni punti si trova in imbarazzo perché senza accurato esame non può mettere in chiaro se un fatto che sembra storico sia avvenuto secondo il senso letterale oppure no, e se il senso letterale di una data legge debba essere osservato o no. Perciò egli attentamente, attenendosi al comando del salvatore: Scrutate le scritture (Io., 5, 39), deve accuratamente esaminare dove il senso letterale è veritiero e dove non lo è, e per quanto gli è possibile deve ricercare sulla base dei termini simili il senso di ciò che secondo la lettera è impossibile, diffuso per tutta la scrittura. E allorché, come risulterà evidente al lettore, non è possibile la connessione delle varie parti secondo il senso letterale e invece non solo è possibile ma è anche reale la connessione secondo il senso suddetto, bisogna cercar di comprendere questo nella sua interezza, connettendo accortamente il significato di ciò che è impossibile secondo la lettera con i fatti che non solo non sono impossibili ma sono veritieri secondo la lettera, interpretati allegoricamente insieme con quelli che secondo la lettera non si sono verificati. Infatti riguardo a tutta la scrittura divina ci troviamo nella condizione che essa nella sua totalità ha significato spirituale ma non tutta ha significato letterale, poiché in più punti si dimostra che il senso letterale è impossibile. Perciò il lettore prudente deve prestare grande attenzione alle sacre scritture in quanto scritti divini, i cui criteri interpretativi mi sembrano tali»
Tags: Esegesi spirituale della Bibbia, Esegesi spirituale della Sacra Scrittura
Riguardo: Patrologia
Origene, De Principiis, Prefazione, 2
«Molti tuttavia di coloro che professano di credere in Cristo discordano non soltanto su questioni di poco conto, ma anche della massima importanza: cioè, su Dio, sul signore Gesù Cristo, sullo Spirito santo; e non soltanto su questi, ma anche su altre creature: cioè, sulle dominazioni e le beate potestà: sembra perciò necessario stabilire prima su questi singoli punti precisa distinzione e chiara regola, poi ricercare anche sugli altri punti. Come infatti sono tanti, presso i Greci e i barbari, che promettono verità, ma noi abbiamo smesso di cercarla presso coloro che l’affermavano con falsi insegnamenti dopo che abbiamo creduto che Cristo è il figlio di Dio e ci siamo convinti che da lui l’avremmo dovuta apprendere: così son molti che credono di comprendere la verità di Cristo e alcuni di loro sono in contrasto con gli altri, ma è in vigore l’insegnamento della chiesa tramandato dagli apostoli per ordine di successione e tuttora nelle chiese conservato: pertanto quella sola bisogna tenere per verità, che in nessun punto si discosti dalla tradizione ecclesiastica ed apostolica»
Tags: Tradizione ecclesiastica, Tradizione apostolica
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Origene, La preghiera, 32
«Debbo aggiungere anche poche parole intorno alla parte del cielo verso cui bisogna essere rivolti per pregare. Poiché sono quattro le parti del cielo: settentrione, mezzogiorno, occidente ed oriente, si comprende tosto che quella orientale chiaramente sta ad indicare che si devono elevare le preghiere rivolgendosi in quella direzione—l’atto ha del simbolismo, quasi che l’anima scrutasse il sorgere della Vera Luce. Se uno, poi, da qualsiasi parte si aprano le porte della casa, preferisce innalzare le sue intercessioni verso il lato libero della casa, affermando che la vista del cielo esercita un certo richiamo più il rivolgersi guardando verso la parete, bisogna a costui rispondere che pur aprendosi le dimore degli uomini, per convenzione, verso questa o quella parte del cielo, siccome per natura l’oriente eccelle sulle altre parti, occorre anteporre quello che è per natura a quello conforme ad una convenzione. Colui, infine, che vuole pregare in una pianura, in base a quanto detto, c’è ragione per cui preghi rivolto ad oriente più che ad occidente? Ma se si deve a buon diritto preferire l’oriente, perché questo non va fatto dappertutto? Su questo argomento basta così»
Tags: Preghiera verso Oriente, Pregare verso Oriente, Ad Orientem
Riguardo: Patrologia
Origene, Omelia sul Levitico, 9.10
«Dice dunque la parola divina: Porrà l’incenso sopra il fuoco davanti al Signore e il fumo dell’incenso coprirà il propiziatorio che è sopra la testimonianza, e non morrà. E prenderà dal sangue del vitello e con il suo dito aspergerà sopra il propiziatorio del lato di Oriente (Cf. Lev. 16, 13-14).
Ha insegnato come si celebravano presso gli antichi i riti della propiziazione per gli uomini, rivolti a Dio; ma tu, che sei venuto al Cristo, pontefice vero, il quale con il suo sangue ti ha reso Dio propizio e ti ha riconciliato al Padre, non arrestarti al sangue della carne; ma impara piuttosto il sangue del Verbo e ascoltalo dirti: Questo è il mio sangue che sarà sparso per voi in remissione dei peccati. Colui che è stato imbevuto dei misteri, conosce anche la carne e il sangue del Verbo di Dio. Non fermiamoci dunque in queste cose che sono note agli iniziati e non possono essere aperte agli ignoranti.
Il fatto che asperga dal lato di Oriente, non prenderlo come superfluo. Dall’Oriente viene a te la propiziazione; poiché di là è l’uomo il cui nome è Oriente e che è stato fatto mediatore fra Dio e gli uomini. Questo dunque ti invita a guardare sempre a Oriente, donde sorge per te il Sole di giustizia, donde per te nasce la luce; così che mai tu cammini nelle tenebre e quel giorno ultimo ti afferri nelle tenebre; perché non ti colgano la notte e la caligine dell’ignoranza, ma sempre tu sia immerso nella luce della scienza, sempre tu abbia il giorno della fede, sempre tu possegga la luce della carità e della pace»
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Origene, Omelie sulla Genesi, 8.6-9
«Dopo, Abramo prese la legna per il sacrificio e la caricò sopra suo figlio Isacco; prese nelle sue mani il fuoco e la spada e si avviarono insieme. In quanto Isacco porta lui stesso la legna per il sacrificio, è figura di Cristo che portò lui stesso la croce: tuttavia portare la legna per il sacrificio è compito del sacerdote. Perciò Cristo è insieme vittima e sacerdote. Quel che segue, si avviarono tutti e due insieme, si riferisce proprio a questo: mentre infatti Abramo, che si accingeva a sacrificare, portava il fuoco e il coltello, Isacco non va dietro a lui ma insieme con lui, perché si veda che anche lui, insieme con quello, funge parimenti da sacerdote. Che cosa avviene dopo? Isacco disse a suo padre Abramo: Padre. In questo momento la voce che proviene dal figlio è una tentazione: immagini infatti in che modo il figlio che stava per essere immolato abbia sconvolto con questa parola le viscere del padre? E benché Abramo fosse inflessibile in forza della fede, tuttavia anch’egli ricambia una parola d’affetto e dice: Che cosa c’è, figlio? E quello: Ecco il fuoco e la legna: ma dov’è la pecora per il sacrificio? Abramo rispose: Dio stesso si provvederà la pecora per il sacrificio, figlio. Mi commuove la risposta di Abramo, tanto attenta e cauta. Non so che cosa vedesse in spirito, perché non riguardo al presente ma al futuro dice: Dio stesso si provvederà la pecora: al figlio che gli domanda del presente risponde al futuro. Infatti il Signore stesso si sarebbe provveduto la pecora in Cristo, poiché la Sapienza stessa si è edificata una casa ed egli ha umiliato se stesso fino alla morte, e troverai che tutto quello che avrai letto di Cristo è stato fatto non di necessità ma liberamente.”
“9. Abramo si volse a guardare indietro e vide con i suoi occhi, ed ecco, un ariete era impigliato per le corna in un roveto. Abbiamo detto—mi pare—in precedenza che Isacco era figura di Cristo: ma qui anche l’ariete sembra altrettanto figura di Cristo. Perciò vale la pena di conoscere in che modo l’una e l’altra figura convengano a Cristo: sia Isacco che non è stato sgozzato, sia l’ariete che lo è stato. Cristo è il Verbo di Dio, ma il Verbo si è fatto carne: per un aspetto dunque Cristo è dall’alto, per un altro è stato accolto dalla natura umana, nel seno della Vergine. Infatti Cristo patisce, ma nella carne; ha sopportato la morte, ma l’ha sopportata la carne di cui è figura l’ariete, come diceva anche Giovanni: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo. Invece il Verbo è rimasto incorrotto, e questo è Cristo secondo lo spirito, di cui è immagine Isacco, in quanto egli stesso è insieme vittima e sacerdote: secondo lo spirito offre la vittima al Padre; secondo la carne egli stesso viene offerto sull’altare della croce, perché, come è stato detto di lui: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo, così è stato detto di lui: Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech. Dunque l’ariete era impigliato per le corna in un roveto»
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Johannes Quasten, Patrologia, 222
«L’epistola [la Lettera a Diogneto] merita di essere collocata tra gli scritti più brillanti e più belli della letteratura cristiana greca. Lo scrittore è un maestro di retorica. Il ritmo della sua frase è assai gradevole, e sottilmente equilibrato, lo stile limpido. Il contenuto rivela un uomo di fede ardente, di conoscenze estese, uno spirito completamente imbevuto dei principi del cristianesimo, che si esprime con vivacità e con calore»
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Johannes Quasten, Patrologia, 93
J. Quasten tratta la condizione della Chiesa di Roma della prima metà del II sec. facendo riferimento al Pastore di Erma
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Johannes Quasten, Patrologia II, 23
«S. Atanasio, che succedette nel 328 ad Alessandro, è una delle personalità più importanti di tutta la storia ecclesiastica, e il più ammirevole dei vescovi di Alessandria. Con indomito coraggio, senza piegarsi davanti al pericolo o all’avversità, né lasciarsi intimidire da chicchessia, si fece il campione e il difensore della fede di Nicea, ‘il pilastro della Chiesa’, come lo chiama s. Gregorio Nazianzeno (Or. 21, 26)»
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Alfredo Ildefonso Schuster, Liber Sacramentorum VII, 144-145
Torino, Marietti, 1930
«La festa di questo invincibile campione della consustanzialità del Logos non entrò nei Breviari Romani che durante il basso medio evo, e venne arricchita di lezioni proprie e del rito doppio soltanto al tempo di san Pio V. [...] Atanasio tuttavia ha dei meriti speciali per aver quasi diritto di cittadinanza nell'Eterna Città, giacché, condannato dagli Ariani, deposto dalla suo sede e profugo per l’orbe intero che s’era quasi accordato per coalizzarsi contro di lui, cercò un asilo sicuro a Roma, ove in papa Giulio, un autorevole vindice dalla santità della sua causa. [...] È da ricordare che fu appunto papa Giulio I, quegli che cassata l’ingiusta deposizione d'Atanasio, lo restituì al suo trono patriarcale. Tanto Socrate, che Sozomeno, nel narrare il fatto, l’attribuiscono espressamente all'autorità primaziale del Papa su tutta la Chiesa: "Οἶα δὲ τῆς πάντων κηδεμονίας αὐτῷ προσηκούσης διὰ τὴν ἀξίας τοῦ θρόνου, ἑκάστῳ τὴν ἰδίαν Ἐκκλησίαν ἀπέδωκε", cioè "Poiché a lui, a cagione della dignità della sede, apparteneva la cura di tutti, restituì ad ambedue (Atanasio di Alessandria e Paolo di Costantinopoli) la propria Chiesa"»
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Papa Stefano I, Lettera ai vescovi dell'Asia Minore, 18
Papa Stefano I afferma la validità del battesimo amministrato fuori dalla Chiesa, negando la necessità di ribattezzare gli eretici.
«Ma il nome di Cristo concorre assai [...] ad ottenere la fede e la santificazione del battesimo, così che chiunque da qualsiasi parte sarà stato battezzato nel nome di Cristo, consegue senza indugio la grazia di Cristo.»
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H. Denzinger, Enchiridion Symbolorum, n°111
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Tertulliano, Ad Martyras, 3
«Ma, o voi benedetti, ammettiamo che anche pei Cristiani il carcere sia ragione di dolore. Ma noi siamo pure chiamati alla milizia, del Dio vivente, già allora quando abbiamo risposto con fede ai principi fondamentali dei Sacramenti. Non v'è soldato che corra in guerra, dopo essersi elegantemente e femminilmente preparato; non si avanza in mezzo alle schiere, dopo essersi alzati da comodo letto, ma dopo essere stati sotto tende scomode, malfatte, nelle quali avevano quasi preso dimora ogni asprezza, ogni difficoltà di vita e ogni dolorosa sofferenza. Anche in tempo di pace, dalle fatiche, dalle difficoltà, i soldati imparano a sopportare le asprezze del tempo di guerra. Eccolo a far lunghe marce sotto il peso delle armi, e a correr qua e là per il campo; eccolo a scavar trincee, e a preparare quanto è necessario per la formazione della testuggine. E tutto richiede fatica e sudore; e questo, s'intende, perche il corpo non s'indebolisca, né l'energia dello spirito s'affievolisca. Eccolo passare dall'ombra al sole, dal sole affrontare stagione inclemente; ecco che si riveste della corazza, deponendo così, semplicemente, la veste indossata poco prima; eccolo pronto a passate dal silenzio al clamore guerresco, dalla quiete e dalla serenità al tumulto delle armi tempestoso e violento. E a voi, anime elette, si, lo credo, può essere aspra e dolorosa la prova; ma stimate pure che essa è scuola di virtù per il corpo e per l'anima vostra. Voi state per prepararvi all'agone supremo e magnifico; e l'ordinatore di questo è Iddio vivente e chi l'assiste è lo Spirito Santo: corona di vittoria è l'eternità; come premio, il Regno dei Cieli: la gloria durerà poi eterna nei secoli. E Gesù Cristo, che è vostro maestro e guida suprema, che del Suo Spirito vi segnò ed ha trovato a voi il luogo della vostra prova, volle, prima del giorno del supremo cimento, allontanarvi da quella che sia libertà di vita, per sottoporvi ad un regime più aspro e più rigido assai. Così le forze si sarebbero in voi rinvigorite e accresciute. Lo stesso succede agli atleti: essi sono tenuti ben lontani da tutto ciò che possa affievolire le loro forze. È una disciplina severa di vita che si usa con loro, perche possano accrescere la loro resistenza fisica: e a loro viene impedito l'abbandonarsi, s'intende, ad ogni sfrenatezza di passione, ad ogni incontinenza nel bere o nel prender cibo. Sopportano anche sofferenze, tormenti, fatiche d'ogni specie: ed è naturale che quanto più costoro sono abituati a tal genere di vita, tanto maggiore è la speranza dì vittoria che si può concepire su di loro. E tutte queste sofferenze l'affrontano, dice l'Apostolo, per conquistare corona di gloria terrena, e corruttibile quindi. E noi, che faremo dunque noi, che siamo per ottenere fulgore di gloria imperitura?»
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Tertulliano, Apologeticum, 40.1-2
«Per contro a quelli si deve attribuire il nome di fazione, i quali, per suscitare l'odio contro persone buone e oneste cospirano, che contro il sangue d'innocenti gridano, a giustificazione del loro odio protestando, invero, anche quella futile opinione, per cui stimano che per ogni pubblica calamità, per ogni disgrazia popolare siano in causa i Cristiani. Se il Tevere fino alle mura sale, se il Nilo fino ai campi non cresce, se il cielo si arresta, se la terra si scuote, se c'è la fame, la peste, subito 'I Cristiani al leone!' - si grida. Tanta gente a un solo leone?»
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Tertulliano, Apologeticum, 9.8
«Quanto a noi, essendoci l'omicidio una volta per tutte interdetto, anche la creatura concepita nel grembo, mentre tuttora il sangue le deriva a formare l'uomo, dissolvere non lice. È un omicidio affrettato impedire di nascere, né importa se una vita nata uno strappi, o mentre sta nascendo la dissipi. E' uomo anche chi è per diventarlo; anche ogni frutto già nel seme esiste»
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Tertulliano, De carne Christi, 17.4-6
«Dunque, se così viene tramandata la nascita del primo Adamo, logicamente il successivo o l’ultimo Adamo, come ha detto l’apostolo [cfr. 1 Cor. 15, 45], allo stesso modo fu prodotto da Dio dalla terra (cioè dalla carne), non ancora dissuggellata per la generazione, per divenire spirito vivificante. E tuttavia, perché non sia inutile l’introduzione del nome di Adamo, per quale motivo l’apostolo avrà definito ‘Adamo’ Cristo, se la sua umanità non fu di origine terrena? Ma anche qui ci difende un motivo razionale, nel senso che Dio recuperò mediante un’opera che si opponeva al diavolo l’immagine e la somiglianza sua che era stata conquistata dal diavolo. Ché il verbo creatore della morte era penetrato in Eva che era ancora vergine; analogamente, il Verbo di Dio, edificatore della vita, sarebbe dovuto penetrare in una vergine, perché quello che era andato in perdizione fosse ricondotto alla salvezza per mezzo del medesimo sesso. Aveva creduto Eva al serpente, credette Maria a Gabriele: il peccato che Eva commise credendo fu cancellato da Maria, parimenti credendo. ‘Ma Eva allora niente concepì nel suo grembo, in seguito al verbo del diavolo.’ Invece concepì qualcosa. Giacché il verbo del diavolo fu un seme, sì che essa dovette essere nell’abbandono e partorirlo tra i dolori [cfr. Gen. 3, 16]: essa, infatti, partorì il diavolo, uccisore di suo fratello. Al contrario, Maria partorì Colui che avrebbe portato alla salvezza quello che era suo fratello secondo la carne, Israele, che lo avrebbe ucciso. Nel grembo fece scendere, quindi, Dio il suo Verbo, come buon fratello, in modo che potesse cancellare il ricordo del fratello malvagio: Cristo doveva uscire alla salvezza dell’uomo da lì dove era penetrato l’uomo oramai condannato»
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Tertulliano, De paenitentia, 10.6
«Ecclesia Christus; ergo cum te ad fratrum genua protendis Christum contrectas, Christum exoras; aeque illi cum super te lacrimas agunt Christus patitur, Christus patrem deprecatur»
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Tertulliano, De paenitentia, 9.1-4
«Di questa penitenza seconda ed unica il procedimento è più rigoroso e la prova più laboriosa, perché non si tratti solamente di un fatto interiore della coscienza, ma si esplichi anche in qualche atto esteriore. Questa azione—con parola greca più espressiva e più usata—si chiama confessione: con essa noi confessiamo il nostro pentimento al Signore, non già per il fatto che egli lo ignori, ma perché con la nostra confessione Egli riceve una soddisfazione; dalla confessione nasce il pentimento, e il pentimento placa Dio. L’esomologèsi è quella disciplina che prescrive all’uomo di umiliarsi e di prosternarsi, imponendo un regime di vita, che attiri la compassione a cominciare dallo stesso vestito e dal vitto: essa impone che il penitente si corichi sul sacco e nella cenere, che abbassi il corpo negli stracci e abbandoni l’anima alla tristezza, che sconti con un trattamento rude i peccati commessi. L’esomologèsi conosce soltanto per cibo e per bevanda cose semplici, in conformità al bene dell’anima, non al piacere del ventre. Impone di alimentare d’ordinario le preghiere con digiuni, di gemere, di piangere, di muggire giorno e notte al Signore Dio tuo, di prosternarsi ai piedi dei sacerdoti, d’inginocchiarsi davanti agli altari di Dio [le vedove], e incarica i fratelli d’intercedere per ottenere il perdono»
Tags: Seconda penitenza
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Tertulliano, De praescritione haereticorum, 36.1-3
«Se dunque, tu che vuoi esercitare meglio la tua curiosità, vale a dire, la vuoi esercitare per metterla al servizio della tua salvezza, percorri le chiese apostoliche, nelle quali i seggi stessi degli apostoli presiedono ancora, al loro posto, nelle quali le stesse loro lettere, lettere autentiche, vengono recitate facendo risuonare la voce e rappresentando il volto di ciascuno apostolo. Vicino a te è l’Acaia: tu trovi Corinto. Se non sei lontano dalla Macedonia, hai Filippi; se puoi recarti in Asia, hai Efeso; se poi sei ai confini dell’Italia, hai Roma, donde giunge anche fino a noi l’autorità degli apostoli. Quanto è felice quella chiesa, alla quale gli apostoli profusero tutta la dottrina con il loro sangue, dove Pietro è pari al Signore nella passione, dove Paolo è incoronato della stessa morte di Giovanni il Battista, dove l’apostolo Giovanni, alcuni anni più tardi, viene gettato in un olio di fuoco: niente patì, viene relegato in un’isola. Guardiamo che cosa ha appreso, che cosa ha insegnato, quella chiesa: insieme alle chiese africane che sono unite a lei, essa conosce un solo Dio Signore, creatore dell’universo, e Gesù Cristo…»
Tags: Autorità delle chiese apostoliche
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Tertulliano, De praescritione haereticorum, 7.9-10
«Che hanno in comune, dunque, Atene e Gerusalemme? che hanno in comune l’Accademia e la Chiesa? che hanno in comune gli eretici e i cristiani? La nostra disciplina viene dal portico di Salomone, che pure aveva insegnato doversi cercare Dio in semplicità di cuore. Ci pensino coloro che hanno inventato un cristianesimo stoico e platonico e dialettico. Non abbiamo bisogno della curiosità, dopo Gesù Cristo, né della ricerca dopo il Vangelo. Quando crediamo, non sentiamo il bisogno di credere in altro, giacché noi crediamo prima questo, non esserci motivo di dover credere in altro»
Tags: Atene, Gerusalemme, Atene e Gerusalemme
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Tertulliano, De pudicitia, 21.9-10, 16-17
«Ed ora, poiché tu la pensi così, ti domando a che titolo tu ti arroghi questo diritto della Chiesa. Se il Signore ha detto a Pietro: Sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, ti darò le chiavi del regno dei cieli; o: tutto quello che avrai legato o sciolto sulla terra sarà legato o sciolto nei cieli, per questo presumi che il potere di sciogliere e di legare sia derivato anche a te, cioè ad ogni Chiesa che si congiunge a Pietro? Ma chi sei tu che capovolgi e falsi l’intenzione così lampante del Signore di conferirlo a Pietro personalmente: Sopra di te, egli dice, edificherò la mia Chiesa; darò a te le chiavi, non alla Chiesa. Tutto ciò che avrai sciolto o legato, non ciò che avranno sciolto o legato. (…) “Che cosa c’è dunque che si riferisca alla Chiesa, alla tua chiesa voglio dire, o psichico? Secondo la persona di Pietro questo potere apparterrà agli spirituali, all’apostolo o al profeta, giacché la Chiesa stessa è propriamente ed essenzialmente lo stesso Spirito nel quale è la Trinità di un’unica Divinità , il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Egli riunisce quella Chiesa che il Signore ha posto su tre. E quindi anche tutto il numero di quelli che partecipano di questa fede è dal Fondatore e Consacratore considerato Chiesa. E per questo appunto la Chiesa rimetterà i peccati; ma la Chiesa-Spirito, per mezzo di un uomo spirituale, non la Chiesa numero dei vescovi. Il potere sovrano infatti è del Signore, non del ministro; è di Dio stesso, non del sacerdote»
Tags: Remissione ecclesiastica dei peccati, Confessione, Remissione dei peccati
Riguardo: Patrologia
Imperatore Traiano, Epistola X, 97
L'imperatore Traiano risponde a Plinio il giovane riguardo le modalità di persecuzione dei cristiani.
«Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei, quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi»
Tags: Persecuzioni, Persecuzione dei cristiani
Riguardo: Patrologia
P. Agostino Trapè, Patrologia III, 331-332
Tags: Attività episcopale di sant'Agostino d'Ippona
Riguardo: Patrologia
P. Agostino Trapè, Patrologia III, 334
Tags: Personalità di sant'Agostino d'Ippona
Riguardo: Patrologia
P. Agostino Trapè, Patrologia III, 412
Tags: Peccato originale
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Vincenzo di Lerino, Commonitorio, 29
«A questo punto penso sia giunto il momento di ricapitolare, alla fine di questo secondo Commonitorio, tutto ciò che è stato trattato nei due Commonitori. Nel primo ho detto che i cattolici hanno avuto sempre la consuetudine, come l’hanno tuttora, di determinare la vera fede in due modi: con l’autorità della Scrittura divina e con la tradizione della Chiesa Cattolica. Non che la Scrittura da sola non sia sufficiente in ogni caso, ma perché molti, interpretando a loro piacere le parole divine, finiscono con l’inventare una quantità incredibile di dottrine erronee. Per questo motivo è necessario che l’esegesi della Scrittura divina sia guidata dall’unica regola del senso ecclesiastico, specialmente in quelle questioni che toccano le fondamenta di tutto il dogma cattolico.
Ho parimenti affermato che nella stessa Chiesa bisogna tener conto dell’universalità e dell’antichità, affinché non ci accada di staccarci dall’unità del tutto e di finire, disgregati, nel frammentarismo particolaristico dello scisma, o di precipitare dalla fede antica in novità eretiche.
Ho detto, inoltre, riguardo all’antichità, che bisogna a tutti i costi tener presente due cose e a esse aderire profondamente se non si vuole diventare eretici: primo, vedere se anticamente c’è stato qualche decreto da parte di tutti i vescovi della Chiesa Cattolica, emanato sotto l’autorità di un concilio universale; quindi, nel caso che sorga una questione nuova intorno alla quale nulla si trovi che sia stato definito, ricorrere alle sentenze dei Padri, a quelli soli però che, per aver dimorato nei loro tempi e nei loro luoghi nell’unità della comunione della fede, sono divenuti maestri approvati. Tutto ciò che si trova che essi hanno ritenuto senza timore alcuno come espressione della vera fede cattolica»
Tags: Ricorso ai Padri, Patrologia, Padri della Chiesa
Riguardo: Patrologia
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