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Altered Carbon: quando l'immortalità passa da un nuovo corpo-custodia

04 Nov, 2021
3 minuti di lettura
Venerdì 22 ottobre 2021 si è tenuto l’incontro organizzato dalla Scuola Teologica Diocesana don Pietro Lombardini con la Cattedra di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Lateranense e tenuto dal prof. Giuseppe Lorizio. Dopo la pubblicazione della prima parte, Teologia Spicciola propone qui, in forma scritta, alcuni passaggi:

La serie Altered Carbon ci introduce al tema dell’immortalità. È ambientata nell’anno 2384, saltando nel futuro di qualche centinaio di anni, e prevede che la mente umana intesa come coscienza, ricordi, pensieri e, più in generale, tutto ciò che attiene alla parte più interiore dell’essere umano, possa essere “immagazzinato” in delle pile corticali alla stregua dei file dei nostri computer. Tutto ciò che attiene alla persona viene quindi immagazzinato e mantenuto: l’essenzialità della persona può essere inscatolata e conservata in questo dispositivo fisico. Questa pila, per funzionare, deve essere posizionata alla base del capo, tra le vertebre della colonna dorsale. In questo modo, la mente rivive attraverso un corpo che non è necessariamente quello originale.
La serie prevede che la specie umana sia diffusa su diverse colonie distribuite su più pianeti, aprendo così alla possibilità di trasferire il contenuto della pila in un altro qualsiasi corpo, ovunque esso sia collocato, fornito dal Protettorato, ovvero una sorta di “sistema sanitario”. Queste «custodie» possono rimanere inutilizzate per decine e decine di anni.

Questo è il caso del protagonista: un pericoloso serial killer che dopo essere stato catturato ed ucciso nel primo episodio, viene fatto “incarnare” in un’altra custodia. Dopo la sua uccisione, infatti, la sua pila corticale viene conservata “sotto ghiaccio” e custodito in un penitenziario per 250 anni. Quando si risveglia trova ad accoglierlo un’equipe di medici. Questa è la sua “nuova nascita”.

È interessante l’esistenza dell’«agotransfer», ovvero una tecnica mediante la quale si può essere trasferiti in un’altra custodia.


L’idea alla base di questa serie televisiva è che corpo e anima sono separati e separabili. La custodia è sostituibile, ma qualora la pila venga danneggiata, allora si verifica la «vera morte».

Queste persone, il cui hardware sarebbe l’involucro, o il corpo, e il cui “software” sarebbe questo microchip che si può trasferire da un corpo all’altro con una sorta di trasmigrazione delle anime, ad un certo punto implorano: «Fateci morire». Questo perché ciò che appartiene alla condizione umana non è un prolungarsi di questa esistenza in maniera perenne. Il desiderio umano di immortalità c’è, ma è rivolto ad un’altra vita, e perciò significa risurrezione. Questa è la parola chiave del «chi c’è dopo la morte?». È interessante perché questo tema dell’immortalità emerge in un’intervista rivolta agli attori della serie televisiva, nella quale il giornalista pone la domanda se vorrebbero un’immortalità come quella dei personaggi che hanno impersonato. La risposta è evidentemente negativa, perché quell’immortalità non è umana. L’uomo, sebbene desideri l’immortalità, non desidera certo un prolungamento all’infinito di questa esistenza.

Continua…
Fonte: YouTube

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